Giorgio Montebello – Omaggio al Banco e a Francesco Di Giacomo

c a r u s o p a s c o s k i


“Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,
e sfrena il tuo volo dove più ferve l’opera dell’uomo.
Però non ingannarmi con false immagini
ma lascia che io veda la verità
e possa poi toccare il giusto.
Da qui, messere, si domina la valle
ciò che si vede, è.
Ma se l’imago è scarna al vostro occhio
scendiamo a rimirarla da più in basso
e planeremo in un galoppo alato
entro il cratere ove gorgoglia il tempo.”

La parola “Banco” ha sempre rievocato in me numerosi e differenti immagini, persone, oggetti, tutte sparse nella memoria di una vita, a formare qualcosa di estremamente variegato, denso. Banco è per me sinonimo assonante di “babbo”. Fu proprio lui, il mio babbo, a parlarmi con entusiasmo, fin da quando ero piccolo, di questo gruppo, divenuto simbolo, per me, di tutto il buono che c’era negli Anni Settanta, a livello umano, oltre che…

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MATERIALI DI RISULTA

PARTE PRIMA

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1.

QUI NEL MIGLIORE DEI MONDI

Il viaggio verso elevati traguardi
non è decollato lo psicomago
già dispensa placebo oltre gli sguardi
di scetticismo ma è come un lago

alpino lo specchio del disincanto
che lo circonda..un ballo in maschera
che non dà più tregua ed è in pianto
Madame Sosostris in capo alla schiera

degli officianti a Pound e ad Artaud..
Altri dan fuoco alle ideologϊe
ridono cantano bevendo pernod
martirio di crucifige e bugϊe..

eccola dunque la vera partenza
è un delirio di sopravvivenza…

2.

IL DRAGO L’AMAZZONE
E LA SOMMA DEI GIORNI

La libertà è un fuoco di paglia
per chi ora ha libertà di menzogna..
La somma dei giorni come una faglia
ne svuota l’immaginazione è gogna

mediatica è anestetico puro
contro la disperazione il drago
e l’amazzone già sfidano il muro
di gomma delle parole il mago

ipnotizza i presenti con trucchi
da illusionista finché i fedeli
non cantano vittoria sopra mucchi
di storia vige un dio senza più veli..

ma il papa ed il re restano nudi
e i pasti sì si servono crudi!..

3.

NON PIU’ I LONTANI ARCIPELAGHI

Qui non più i lontani arcipelaghi
ma incubi d’aria condizionata
con autismo corale  e non più pelaghi
urbani ma calura aria viziata..

finestre chiuse su vite usurate
dal nulla dalle più futili attese
in attesa di niente macerate
di rabbia per il salario le spese..

vite comprate gonfiate di fiele
prostituϊte a un potere che premia
e che annulla come api nel miele
vite perdute per sbornie d’astemia..

Vite legate con tristi cilici
vite vendute di volti infelici…

4.

FOGLI DI DIARIO E CANI RANDAGI

L’uomo anziano non sapeva di cosa
si trattava e la donna lo fissava
stupita con sguardo dolce da sposa
l’uomo sfiniva il vento soffiava..

Il bambino moriva sotto gli occhi
della madre nel Natale di stragi
fogli di diario come scarabocchi
indicibili con cani randagi

in fuga e ad annusare l’assenza
di vita non restava che fuggire
niente paura ma l’indifferenza
cresceva ed era più che morire..

“la pace è finita ora andate in guerra..”
mai più moratoria per questa terra!

5.

COS’E’ CHE  CAMBIA IL TEMPO DELLA STORIA

Cos’è che cambia il tempo della storia
il comunismo postumo è memoria
d’ un passato anteriore ed ora acquista
capitale in contanti ed è conquista

brutale efficiente già nuova gloria
dei mali del mondo non sanatoria
universale del verbo marxista
e neppure della fede utopista..

ma contanti da cattiva coscienza
libertà non fa eguaglianza lenza
a cui non abbocca la produzione

d’un plusvalore di sangue violenza
del mercato(/dello stato) sull’uomo indecenza
suprema oh altro che liberazione(/rivoluzione)!

6.

AI MIGRANTI DEL GHETTO DI EBOLI

Ottomila euro e vendi la terra
per la terra promessa ma l’inferno
è ciò che t’ aspetta come una guerra
senza ritorno c’è solo l’eterno

miraggio fatto d’inganni migranti
in vendita per un po’ di futuro
“chi è il tuo prossimo qui?” “ma sono tanti
son violenti e non ti senti al sicuro..”

e l’altro è un’ alieno senza più sguardo
merce di scambio d’un nero mercato
di xenofobϊa ghigno beffardo
ricolmo di beni cristo negato..

e l’altro è dolore senza memoria
è uomo schizoide senza più storia..

7.

QUI L’ ALTRO E ‘ UN PARADIGMA DELL’ OZIO

Qui l’ altro è un paradigma dell’ ozio
ma la scelta per l’altro è l’enigma
di vite altruistiche o negozio
giuridico dall’esanime stigma..

è perturbante gioiello deviante
costume che disorienta l’agire
per l’utile nell’ usare urticante
di cose e persone per interdire..

ma l’ ozio di sé qui non è percorso
vincente né una nota dolente
nella borsa-valori né rimorso
postumo né un black out incombente..

l’ altro da sé è un alieno fratello
che ha volto d’inquietante modello

8.

QUEGLI ANGELI HANNO LE ALI SPEZZATE

Quegli angeli hanno le ali spezzate
non si levano in volo restan soli
in un angolo le braccia piegate
nient’amore nulla che li consoli…

I volti alla pioggia ora invocano oblìo
come parole perdute per strada
quei solchi lasciati giù lungo il pendio
che più non tracciano il libro e la spada..

smeralda è la luce che collega
il cielo alla terra ma non c’è seme
che fecondi nel buio quella piega
sotto le stelle ne chiude l’insieme..

la notte racchiude tutto..l’enigma
di quegli angeli la morte lo stigma…

9.

DIMMI DI QUALE MORTE MORIREMO

Dimmi…di quale morte moriremo
se per asfissia da inquinamento
eco – logico o pur per sfinimento
da sistema dei consumi? Vivremo

da mutanti già il passaggio estremo
a un mondo artificiale – memento
d’un osceno virtuale firmamento-
o noi per altre lune annegheremo?

Dimmi…se vi saranno dei segnali
sapremo decrittarli da vampiri
il cuore trapassato da pugnali?

o altro noi saremo? i rivali
d’oscura morte biònici respiri
dell’eterna notte.. i suoi frattali?

10 .

LO SGUARDO DI ULISSE

Dalle vette il mondo nuovo è lontano
e le baionette già arrugginiscono
nell’èra del Grande Fratello vano
è cercarle  e già ammutoliscono

i poeti sotto il crollo dei ponti.
Ma tu non volgerti al muro i sogni
non mentono mai risali alle fonti
rinnova il tuo sguardo! Se i bisogni

muoiono all’alba lo spirito mài.
Eccoli i soviet del telecomando
puri nelle trincee del mondo! Dài
adesso è sicuro non c’è rimando

al possente Nettuno ma al Vampiro :
accetta la sfida senza respiro!

S.D.A.  2007 – 2013

SALUTO A GIOVANNA BEMPORAD

GIOVANNA BEMPORAD

( 1925 – 2013)
 

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MADRIGALE

Padiglione di mandorli nel biondo
colore di febbraio è la campagna;
e al rapido infittirsi dei germogli
che traboccano, o in punto di incarnarsi,
la voluttà mi afferra senza braccia.
L’immagine di lei si acciglia e ride
sotto un gioco di rondini, al suo collo
mobile di baleni accosto il labbro
e alla sua bocca, foglia di sibilla.
Ma insiste per i campi un assiuolo
l’armonia di velluto, e fa un profumo
dal suo bruno languore misurato
la viola; io ripenso le sue dita
rosse all’estremità, petali intinti
di porpora, tracciare sulla sabbia
dei millenni il mio nome all’infinito.
 
VERAMENTE
IO DOVRO’
DUNQUE MORIRE
Veramente io dovrò dunque morire
come un insetto effimero del maggio
e sentirò nell’aria calda e piena
gelare a poco a poco la mia guancia?
Più vera morte è separarsi in pianto
da amate compagnie, per non tornare,
e accomiatarsi a forza della celia
giovanile e del riso, mentre indora
con tenerezza il paesaggio aprile.
O per me non sarebbe male, quando
fosse il mio cuore interamente morto,
smarrirmi in questa dolce alba lunare
come s’infrange un’onda nella calma.

Da “Esercizi”, Garzanti, 1980

 
MIA COMPAGNA
IMPLACABILE
LA MORTE 
Mia compagna implacabile la morte
persuade a lunghe veglie taciturne.
Ma non so che inquietudine febbrile
fa ingombro a questo dolce accoglimento
calando il sole, prima che ogni gesto
si traduca in memoria e che ogni voce
s’impigli nel silenzio. Forse il vento
porta come un rammarico del tempo
che non è più, trascina per le strade
deserte una fiumana d’ombre care.
E biancheggia un’immagine tra i gigli
di giovane assopita nel suo riso.

Da “Esercizi”, Garzanti, 1980

 
 

Da “AFORISMI”

È come un gioco
di venti nella polvere di un prato
senza confini, l’ansietà dei vivi…

E al nome della giovinezza io sento
stringersi il cuore come ad una fiamma
che si risolve in cenere.
GIOVANNA BEMPORAD

Per chi volesse leggere ancora su Giovanna Bemporad, anche suoi testi,

consiglio i seguenti blog:
 
Anna Maria Ortese – In sonno e in veglia di Giorgio Di Costanzo, Splinder
 
Giovanna Bemporad di Orazio Converso, Worpress
 
La Dimora del Tempo Sospeso di Francesco Marotta, Splinder

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SONETTO P(R)OSCRITTO E PRESCRITTO

 

 

 

 

 

Il cammino degli infermi quel passo
claudicante nel mondo del virtuale
in un tempo iniquo cieco portale
che rende sordomuti qui nel chiasso

azzurrino degli schermi è un masso
rotolante per il clivo spinale
d’una casa ubiqua e ara tombale
di coloro che più non hanno il passo

ma nel museo delle porte chiuse
l’infermo è colui che fa ancora schermo
all’acqua all’aria alla terra ed al fuoco

e resta fermo al sempiterno giuoco
di non mettersi in cammino confermo
“cielo a raso sbarrate quelle chiuse!”

 

S.D.A. 5.7.2012

CANTI DA RING


 

 

 

 

 

 

 

 

di
effeffe

 



Perché Il giornalista chiede se

I poeti scrivono solo
quando sono tristi

L’avevamo appreso nei manuali o forse solo
Sentito dire
Che i poeti le parole e il canto
Come un atto di dolore –immagino-
Soffrendo s’aprono un varco
Masticano il cuore della musa

L’avevamo capito cosi’ e cosi’ era allora
Il dolore del piccolo Giacomo
Appoggiato a visione rupestre
Di una piccola città di provincia
Che se non vi fosse nato il poeta
ai più resterebbe sconosciuta

O l’impazienza di Catullo i fuochi dentro
-era al suo fianco al punto di redigere?-
e voglio dire la cera e quanto altro
a portata di mano con la pena
o già le braccia al collo di Lesbia
teneva?

L’avevamo immaginato che la sparizione
Del gigante poco dopo il discorso
-di Lenin-
e prima dell’orazione funebre il rimpianto
-ma io conto i giorni di rosso autorizzato-
ed era d’amore la polvere da sparo
nell’impetuoso gesto Majakovski.

Non so se la mia tristezza sia solo un capriccio
Dell’anima
Turbata da molti e molti bicchieri
Dai pensieri dai conti
Di andare restare rifare di vita un unico sistema
Coerente e mettere i soldi da parte
O farsi parte discreta assente

L’avevamo appreso dai manuali
Che l’amore puro dei poeti solo del corpo
Fa astrazione
Distratta Laura e Beatrice mai esistita
Ma Paolo e Francesca, Iseulte?

L’avevamo ripetuto nei manuali
– leggendo a voce alta le braccia conserte-
i poeti non hanno due tempi
uno per vivere e l’altro per incominciare
e la tristezza non ha niente del volo
del tuffo della vertigine ma solo
vuoto

E quel vuoto ti ragiona si assottiglia
E vuole farsi oblio anche quando
La memoria nel dormiveglia mormora
Ricorda tracce dell’esperienza souvenir
– i piedi freddi di lei incollati ai polpacci-
raccogli i cocci e quel dolore è tuo

ecco perché sussurrato da un telefonino
uno spirito tutto moderno da poesms
un imbuto
ma è forse il vino la bottiglia felice versata
tra commensali in gara il fondo
che lascia intravedere lo sguardo
dall’inclinazione

Sale il bisbiglio e sa di pane e sassi
E sono le poche note conosciute
Da lungomare da canzone d’amore
Arrugginite dall’aria salmastra
Dalla contingenza di venti anni di sinistra
Senza coraggio senza di te

Avevamo la certezza che i poeti
Alle notti bruciano di cortesia
Compromettono parole cambiando l’ordine
Il sillabario il neologismo e aggiungono
Nuovo al vecchio anche se è antico
Il nuovo ed il dolore la pena
-guai ad ammalarsi per un raffreddore-

Che i poeti sono gelosi e molto
Ma solo degli altri poeti
Come se una parola data non facesse
Testo – e men che meno libri di testo-
E si piange la mancata assegnazione
Del premio letterario di un generoso Nobel
Il posto in prima fila come spettatore
Del sé
– e dello stesso-

L’avevamo imparato a memoria
E riaffiora come una preghiera
A metà il poema
– in genere la mente non va oltre
la prima quartina-
poi diventa un gemito un rumore di fondo
-in genere la morte non va oltre, la vita-

ma piace pensare alla stazza della nave
il bastimento carico alla fortezza volante
leggera resistere all’aria all’acqua
sfilare via lasciare scia di pochi e preziosi attimi
– l’escoriazione sul mento ed al ginocchio-
superficie profonda un arco teso tra la terra e cielo
un punto
di cedimento.

Controcanto al diario di un pattinatore

DALL’ ALTIPIANO

 

 

 

 

 

 

A Fabio Nigro

 

Lievita di bora
il cielo d’un nord sconfinante
nelle terre del Sud che ha foce nei monti

La sola grande chiesa
è la cattedrale del paesaggio

Sull’altare dell’altipiano
pale eoliche ruotano
a crocifiggere il vento.

Non si pattina più sulle utopie
e il Cristo femmina dalle caviglie
gonfie ed antiche resta in piedi
grazie a quel vento che tutto e tutti ci tiene:

solitudine e paesaggio
pensieri annodati d’umore
strade che giocano a scacchi con frane
paesi adagiati sul bastone del buio
stupore di zolle che accarezzano nuvole
perse nell’alba

Il Tempo è come il sordo
che tende l’orecchio al silenzio
lo smemorato che ha perso il cammino
il fabbro che forgia un ferro marcìto

Qui
anche il nero ha posto nell’arcobaleno
come le rose fiorite in dicembre
l’infedeltà al proprio futuro
i funghi nel cuore d’estate
o gli alibi che fuggono come rondini
al mare

Qui
l’inverno strappa via le strade
annodandole al collo degli alberi
ma soldi e politica non sono che casse
interrate nel cimitero dei vivi

Qui
non è solo Irpinia d’Oriente
ma la terra d’un tempo senza tempo
e memoria.

S. D. A. 17. 2. 2012

NOTA A PIE’ DI PAGINA D’UN POST*

 

A Elda

Ai miei compagni d’avventura


 

 

 

 

 

 

 

 

Creature addensate sull’orlo

sulle spalle l’ombra della morte

che li accompagna ad ogni passo

–          negli spazi di paesi

–          in labirinti di città

–          in quei luoghi altri

–          che son toccati loro in sorte

 

Piccoli fratelli già nutriti dagli strati

delle lande  di qui  o dalle terre altre

in cui filtra l’ombra della luce

che li abbaglia  e li seduce.

 

Fratelli messi in mora sull’altare del paesaggio

 

–          Impregiudicati da miti e da speranze

–          nell’ ora e qui  di sguardi dritti e luoghi alieni

–          nel prima e poi di  spazi con troppo pochi pieni

–          nel c’ero e ci sarò di  denudate  o  cupe erranze

 

Fratelli sulle rive d’un mondo all’arrembaggio

 

Creature in fuga da un  mattino di cristallo che

s’apprestano a omaggiare il balletto della morte

prese già alla gola da ennesime  umilianti speranze

nella speranza d’un segno che le assolva dal mallo

di questa  terracarne che anch’io ho avuto in sorte

arùspici d’ una  realtà senza più rappresentazione

fratelli messi in mora dalla mancanza di coraggio

senza altro schermo  che la  sola trama di parole…

 

Creature polverizzate  lungo un margine senza più visione

creature distese  nel  cavo della terra  senza più  ancoraggio

creature sfuggite alla memoria che de/forma la scrittura

la trapunta di parole intessute di punti di domanda  corone

di rosari immersi nel respiro d’un tempo senza più natura

 

Visitare i paesi ?

visitare i morti?

Possedere oggetti?

Visitarci? Traslocarci? Desolarci?

Essere di più e ancora? Essere i  migliori abitatori dei non luoghi ?

Noi rinchiusi in questi muri noi migranti d’altri sguardi  ciechi d’avventura?

 

Fare movimento

fare transumanza

col bastone e con la rosa

allacciare le cinture lungo il margine dei monti

 

senza trucchi

senza orpelli

dal paesaggio interno

alle viscere del mondo

allineati e confluenti

 

Al sicuro

pur nutrite di tutte le paure

addensate  qui sull’orlo

affette dalla stessa malattia

e da ossesse speranze spinte

nell’umana geografia del mondo

 

noi

risplendenti  creature di bellezza uguale e divergente…

 

*Con Terracarne sulle ginocchia, di Antonella Bukovaz

  in http://comunitaprovvisorie.wordpress.com

  Pubblicato il 20 dicembre 2011 da Franco Arminio

 

S . D. A. , 23 . 12 . 2011