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Luther King e il sogno che si avvera

 

200px-Martin_Luther_King_Jr_NYWTS                                                           Martin Luther King

 


di

Giuseppe Montesano

 

 

 G Montesano


Le lacrime che rigano le guance dei neri americani sono irrefrenabili, ma oggi sono lacrime di gioia. Non sono più le lacrime di impotenza di generazioni di schiavi che creavano benessere per gli altri e miseria per se stessi e i propri figli nel delta del Mississippi, non sono più i pianti di rabbia dei ragazzini esclusi dalle scuole per bianchi ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso, non sono più le lacrime delle umiliazioni sopportate solo per il colore della pelle: con l’uomo che sale agile e elegante sul palco a ringraziare l’America è tramontata una intera epoca di vergogna. Un lunghissimo cammino ha portato Barak Obama in quel mare di folla che oggi è l’America.

 

 

200px-Rosa_Louise_McCauley_Parks_in_1979Rosa Parks

Un’America che ride e piange in una festa che è anche il rimarginarsi di una ferita: «Dopo 147 anni la guerra civile americana è finita», così ha scritto genialmente sul New York Times Thomas Friedman. Quella guerra era cominciata con l’abolizione della schiavitù, e si era riaccesa in un giorno del 1955 in una cittadina del Sud, quando una donna afroamericamna, Rosa Parks, si rifiutò di sedersi dietro per cedere il posto migliore ai bianchi e fu arrestata: quel no di mite ma coraggiosa resistenza fu l’inizio del fiume in piena. Guardo la faccia seria ma ancora da ragazzo di Obama, sento che parla di speranza, e penso che nessuno regala agli uomini i propri diritti: nemmeno la grande democrazia americana.



smith carlos colori grande                                       Tommie Smith & John Carlos a Città del Messico 1968


Dove sono oggi Tommie Smith e John Carlos, che a Città del Messico vinsero l’oro e il bronzo nei 200 metri, ma furono cacciati dalle Olimpiadi perché erano saliti scalzi sul podio e con il pugno guantato di nero in segno di protesta? Dove sono quelli che chiedevano di essere come gli altri americani, e sapevano che i loro diritti erano incisi col sangue nella Costituzione dei Padri fondatori, e credevano nella democrazia? E dove sono gli artisti straordinari che crearono dalla tristezza e dalla gioia degli schiavi il jazz, il regalo americano alla grande musica del ‘900? Dove sono Louis Armstrong, e Charlie Parker, e Miles Davis, che ancora nel dopoguerra erano costretti a entrare nei locali per bianchi dalla porta di servizio?


250px-Miles_Davis_by_Palumbo                          Miles Davis

Obama continua a parlare, con il volto stanco ma giovane, e nella mente compare la guerra civile americana: gli impiccati dal Ku Klux Klan, la violenza delle Black Panthers, le sommosse degli anni ’60, gli incendi e le ribellioni nei ghetti, le violenze reciproche, una spirale che si avvitava su se stessa e rischiava di tagliare in due l’America. Ma non è stato così, l’America non si è spezzata, perché uomini che pensavano di essere semplicemente uomini, né bianchi né neri, hanno lottato fianco a fianco.


220px-Louis_Armstrong_NYWTS                            Louis Armstrong

E oggi, in mezzo a quella folla di neri e bianchi che piange e ride per Obama, dovrebbe esserci l’uomo che fu assassinato nel ’68, l’uomo della protesta non violenta, quel Martin Luther King che diceva di avere ancora un sogno: «Sogno che sulle rosse colline della Georgia i figli degli antichi schiavi e degli schiavisti possano sedere insieme al tavolo della fratellanza. Sogno che lo Stato del Mississipi, rigonfio di oppressione e di brutalità, sia trasformato in terra di libertà e di giustizia. Quando ciò avverrà, tutti i figli di Dio, bianchi e neri, ebrei e pagani, evangelici e cattolici, potranno giungere le mani e cantare l’antico inno degli schiavi: Finalmente liberi! Finalmente liberi! Gran Dio Onnipotente, siamo finalmente liberi…».


M.DAVIS                                  Miles Davis

Il sogno di Martin Luther King e di generazioni di americani oggi si è materializzato, e parla a tutti. Non è un caso che Martin Luther King parlasse con le parole del cristianesimo creaturale del Vangelo; e non è un caso che Barak Obama sia un uomo della conoscenza. Nella sua Africa e nei suoi Stati Uniti c’è la cultura, e la cultura non può avere confini; la sua lingua è anche quella di Shakespeare e del Bob Dylan che cantava «I tempi stanno cambiando».


SMITH CARLOS 1968                                    Carlos e Smith

È per questo che quell’uomo che parla di speranza dal centro della democrazia mondiale oggi più vitale ci riguarda: perché il suo sguardo è rivolto nella direzione del futuro. Perché con lui un lungo cammino di riconoscimento dell’altro e del diverso è arrivato alla fine: o meglio, a un nuovo inizio. Perché con lui una lacerante guerra civile si avvia verso la conclusione. Quella speranza di cui parla oggi Obama è stata sillabata dalle schiene piegate nelle piantagioni, è stata salmodiata sulle parole di Isaia che annunciavano che la notte e il buio non sarebbero stati eterni, è stata ripetuta da quel Cristianesimo che per primo ha detto che non c’erano più schiavi né padroni, ma solo fratelli: è per questo, che la speranza che oggi risuona nelle parole di Obama è forte, e soffia come un vento nuovo. Il sogno che Obama incarna è grande, ma non è forse il tempo di smettere di essere meschini anche nel sognare? Oggi il futuro è più vicino.

 M.DAVIS 2

                                    Miles Davis

Giuseppe Montesano

 Tommie Smith                                     Tommie Smith

 

Da IL MATTINO Anno CXVI n.307 Giovedì 6 Novembre 2008

 

……A NOI, INVECE, CI TOCCANO LE "BATTUTE" DEL CARTARO…..

 

Vignetta Obama                Dal blog di Isher

 

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