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VENTO FORTE

TRA LACEDONIA E CANDELA….

 

di

Saldan

 

F A  Vento forte tra  L. e C. Laterza

 

“Vento forte tra Lacedonia e Candela”..

 

Quante volte   l’annuncio  del  Giornale radio ha gracchiato dalla enorme Radiomarelli nei gelidi mattini post epifania, evocatore di immensa nostalgia e di una segreta lacrima : le vacanze ormai finite, di lì a poco ci saremmo messi in viaggio, mio padre m’avrebbe riaccompagnato in collegio, su altre e ben tristi colline, al mio cuore di fanciullo, che non quelle tra Lacedonia e Candela…

 

S.AGATA DI PUGLIA 2

Ora – quasi una vita dopo –  quelle colline non sono più un mistero. Non come luogo geografico, ma come luogo dell’anima e della poesia, come postazione privilegiata per osservare il mondo da una delle sue periferie, facendosene permeare, respirandone i ritmi, gli sguardi, le vedute, i passi, le architetture, i disastri, le pulsioni, gli abbandoni, seguendone il ciclo dei giorni e delle stagioni, leggendone il cuore segreto…

 

 

S.AGATA DI PUGLIA


Non sono più  residuale escrescenza avviata alla morte, ma gemma autunnale splendente di venature intense e sorprendenti che cogli nei silenzi desolati delle piazzette post terremoto, nelle cangianti nebbie che avvolgono paesi come presepi, tetti digradanti e viuzze accarezzate dal passo lieve e anomino dei semplici, in  conche valli e colli dove risuona il passo dei cavalli e il fluire di acque e rogge…

 

S.AGATA DI PUGLIA 1

“Vento forte tra Lacedonia e Candela”..

 

Ora è quasi uno slogan a scandire le enormi pale dell’eolico che vi hanno modificato il paesaggio a Oriente, tra Puglia e Lucania, boccate di energia per luoghi ripiegati su se stessi, per uomini  sospesi tra due mondi,  figli di un  nuovo giano bifronte, uno sguardo all’immobile passato che si sfrangia inesorabile sui volti di pietra degli anziani impastati d’una terra dolce e ispida abitata dal silenzio, l’altro oltre le colline e il mare, in  terre d’Europa e d’America – le cui tracce cogli nella mercedes stivata in casa, accanto alle candele accese a devozione dei santi e dei defunti…

 

S.AGATA DI PUGLIA 4

 

E su tutto lo sparagmόs, lo spasmo, la lacerazione, lo strazio del poeta che si muove inesausto tra questi luoghi fantasmatici e reali, liquido amniotico da lacerare e in cui restare essendo consapevole della provvisorietà della vita e dell’essere in una comunità provvisoria…

 

Poeta naufrago in una comunità di naufraghi che – animato da santa follia – sogna di convertire il centro del mondo alle sue periferie, alla sua (di lui) periferia….

 

Questo è il paesologo, questa è la paesologia, questo è Franco Arminio, che avremo stasera alla Casa delle Arti

 

 

 

 

 20081122_Franco_Arminio Locandina

 

 

Intervista ripresa dal mensile FRESCO DI STAMPA n.8/ Anno III Agosto 2008

 

VIAGGIO TRA I PAESI

DEL TEMPO ULTIMO

 

 

Tetti dal Cratere (dal blog IL CANNOCHHIALE)

Con il suo libro, Franco Arminio ci conduce nei luoghi che abbiamo disimparato a conoscere. E che possono rivelarci il nostro presente.

 

di  Paolo Graziano

 

 

franco_arminio  1

Il suo autore la chiama paesologia, con il suffisso impegnativo che si riserva alle discipline regolate da un proprio statuto. Ma non ha difficoltà ad ammettere che la sua è piuttosto un’arte, un’arte dell’incontro: un paziente artigianato dello sguardo con cui Franco Arminio, poeta, narratore e reportagista, descrive i luoghi marginali, i paesi del Sud in cui non accade nulla di rilevante; dove la vita scorre senza orpelli toccando per questo, a volte, gli abissi insondabili dell’esistenza. L’ultimo libro di Arminio Vento forte tra Lacedonia e Candela, uscito recentemente nella bella collana “Contromano” di Laterza,  è un invito a guardare il mondo contemporaneo dal punto di vista delle periferie.

 

TEORAVENTURA (DAL BLOG il cannocchiale)

Arminio, quando si leggono i tuoi libri non si può non pensare ai territori che li nutrono. Com’ è il luogo da cui scrivi?

 

E’ anche il luogo in cui vivo e ho sempre vissuto, e questo è importante. Faccio il paesologo essendo nato e abitando in un  paese, il che significa, per me, una fedeltà assoluta al paesaggio, all’ambiente che mi sforzo di descrivere. Bisaccia è un  paese che sta in un luogo di confine, e oggi forse sui confini accadono cose più pregnanti di quelle che si verificano al centro: ci troviamo in Campania da un punto di vista amministrativo, ma confiniamo con la Puglia e la Basilicata, non appartenendo culturalmente neanche a queste regioni, ma a quell’entità particolare che è l’Irpinia. E poi è un paese che ha subito una grave ferita, da cui credo scaturisca il rapporto della mia scrittura con il dolore: Bisaccia è stato diviso in due dal terremoto dell’80, tanto che il paese nuovo dista circa due chilometri dall’insediamento storico. Oggi questo villaggio sta per subire una ulteriore ferita, quella della installazione di una delle megadiscariche previste dal Commissariato. Insomma, un luogo sofferente. Amo pensare che sia un posto per scrittori…Un luogo cui sento di appartenere come un dente alla bocca di un cavallo.

 

S.AGATA DI PUGLIA 3

Un’idea forte del tuo lavoro è, a mio parere, la scelta di osservare il mondo dal punto di vista delle periferie, dei luoghi marginali, che pure sono capaci di rilevare qualcosa di più profondo sulla nostra condizione. Tu parlavi di confini…

 

Si, sono luoghi che vengono raccontati solo in situazioni di emergenza, quando sono colpiti dal sisma, dall’alluvione o vi accade una particolare sciagura. A me tutto questo non interessa, preferisco guardare ai paesi nella loro immobilità e irrilevanza, vorrei quasi dire nella loro apparente insignificanza. Ma sia chiaro: io mi occupo del paese pensando costantemente di occuparmi, così, del mondo intero.

 

In base a quale visione del presente?

 

A quella che ravvisa la progressiva trasformazione del mondo in un grande paese. Il pianeta si è rimpicciolito : quella che accade in una qualsiasi sua piega risuona immediatamente all’altro capo della terra. Ma c’è anche un altro risvolto della paesanizzazione del globo, che si manifesta nella grettezza quasi rurale con cui i grandi personaggi affrontano questioni cruciali per il futuro. La politica è diventata dialettale, lo slancio e il coraggio sono ormai rari. Oggi il mondo è più che mai poco metropolitano.

 

S.AGATA DI PUGLIA

E forse queste osservazioni restituiscono una visone più realistica della cosiddetta globalizzazione…

 

Sì, la globalizzazione è per me soprattutto una ruralizzazione del mondo, che mette in moto meccanismi tipici di limitazione degli orizzonti, di difesa del particolare tipici della cultura paesana. Pensa al modo con cui si dispiega la politica di Bush; o a una figura d’intellettuale come quella di Oriana Fallaci, proveniente da una cultura metropolitana, che pure manifestava quei comportamenti tipici delle donne che si accapigliavano per una pianta di pomodori, per una porzione della vigna…

 

Finora mi pare che abbiamo messo in luce soprattutto il lato deteriore, antiprogressista della cultura paesana. C’è, invece, anche un aspetto positivo, una promessa per il futuro nella realtà del paese?

 

Guarda, proprio oggi riflettevo con un’amica archeologa sulla bellezza, sulla bellezza, sull’innocenza degli anziani che incontri in un paese, che conservano la pulizia e l’eleganza di gesti millenari persino nel modo di muoversi, di guardarti. Però mi capita sempre più spesso di distinguere questo tratto soltanto negli anziani, e quasi per niente nei giovani.

Quelli che hanno quarant’anni, se li incontri nelle strade di un villaggio, sono tristi e soprattutto sono uguali ai loro coetanei della città : è il risultato di una colonizzazione culturale che importa in questi luoghi i valori della società urbana, consumando l’omicidio delle culture regionali e locali.

 

S.AGATA DI PUGLIA 6

E per quale motivo i gesti di quegli anziani, che ormai stanno per lasciare la vita, rappresenterebbero una possibilità per il futuro?

 

Perché vengono da luoghi in qualche modo ancora intatti, non consumati: nei paesi cè aria da respirare, c’è spazio da occupare, c’è la terra, che è l’unico luogo in cui gli uomini possono vivere. Se imparassimo a usare rispettosamente questi spazi, riusciremmo a uscire probabilmente dal paradosso per cui abbiamo una parte della nostra regione traboccante di rifiuti che non si sa dove mettere e un’altra che resta ancora un campo di possibilità. Tutto questo, a patto di rispettare il respiro, lo spazio del paese : non si tratta soltanto di un vuoto da riempire secondo le logiche della cultura dominante.

 

Perché nel tuo libro la paesologia – l’osservazione e l’immersione nei paesi che visiti – è così spesso associata all’idea della morte?

 

La paesologia ha a che fare sicuramente con la morte, dal mio punto di vista : il prossimo libro, a cui sto lavorando, s’intitolerà, appunto, Cartoline dai morti. Non so perché, sarà forse il mio modo di guardare, sarà la paura della fine che mi porto dentro, ma attraversando i paesi che visito io ho sempre l’impressone di vivere un tempo ultimo, di partecipare di un mondo che va finendo. C’è un filo di necrofilia nel libro, ma c’è anche la traccia della pietas per questa lenta estinzione.

Eppure, nonostante l’angoscia che me ne deriva, non riesco ad allontanarmi dal mio paese : lo abbandono per un giorno o due, viaggio nei suoi dintorni, poi finisco per tornare, come un malato ormai guarito che tuttavia non vuole abbandonare il letto, il comodino, la vestaglia…

 

Veniamo  infine  ai nostri paesi : nei tuoi vagabondaggi, nella tua flânerie tra i paesi, t’ è  capitato di incrociare i territori del casertano?

 

M’ è rimasta la sensazione di una inafferrabilità. Quando ho visitato i piccoli centri di Terra di Lavoro, tra Marcianise e Santa Maria Capua Vetere, così incastrati l’uno nell’altro, non sono riuscito a scriverne nulla. Per me un paese è ancora qualcosa dai connotati ben precisi, un luogo che ospita un minimo di tre-quattrocento abitanti e un massimo di cinquemila, con un inizio e una fine, e il vuoto intorno. Al di fuori di questi connotati mi dichiaro incompetente. Comunque, la cosa che colpisce molto della Campania è la grande diversità dei suoi luoghi : siamo nella stessa regione, ma i paesini dell’Irpinia non condividono praticamente nulla con le città del casertano o del napoletano. Certe volte ho l’impressione di comprendere meglio il Friuli contadino di Pasolini che la Napoli di La Capria…

 

 S.AGATA DI PUGLIA 4

 

 

 

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Che cos’ è la paesologia

 

di

Franco Arminio

 

    Almeno un quarto dei paesi italiani è gravemente malato. Soffre di desolazione.

 

   Non è una malattia antica, è una malattia nuovissima. Per secoli questi paesi sono stati molto poveri. La gente faceva fatiche terribili senza alcuna garanzia. Era una vita disgraziata, ma si svolgeva in un luogo che aveva una sua vita. Insomma, ogni persona stava nel suo paese come un pesce dentro al lago. Adesso le persone pare che stiano in un secchio rotto. Si vive con poca acqua e con la sensazione che nessuno sa come mantenere la poca acqua che resta.

 

Viaggio nel cratere

   Il problema riguarda tutta la penisola. Può essere l’Irpinia, la Calabria, l’interno del Salento, il Molise, la Sardegna, il  Friuli o il Piemonte alpino, la sensazione non cambia di molto : si va dal padiglione di geriatria al manicomio all’aria aperta. Chi ci passa d’estate o la domenica per qualche ora è chiaro che ha un’altra idea, ha l’idea del paese come villaggio turistico. Il fregio del silenzio, del buon cibo e dell’aria buona, la nasconde lo sfregio di un’inerzia acida, di un tempo vissuto senza letizia.

 

   Uno arriva e ferma la macchina in piazza. Guarda qualcuno vicino al bar o sulle panchine. Guarda una vecchia che  va a fare la spesa, un cane disteso al sole, guarda le porte chiuse, guarda la propria macchina e capisce che lo strumento per la fuga è a portata di mano, che non è proprio il caso di fermarsi a passare la notte in un posto del genere. Ci si rimette in moto e per quanto ci si possa essere allontanati dalle vie comode, dagli ipermercati e dai capannoni, basta digerire una mezzoretta di curve e si torna al mondo gremito, nel mondo che si muove.

 

F A  Vento forte tra  L. e C. Laterza

 


   Nel paese restano i malati. Ma non pensate solo al pensionato ottantenne, alla vedova, al giovane disoccupato, pensate anche al geometra comunale, al prete, al farmacista, al sindaco. Non si salva nessuno, tutti malati. Può essere depressione, può essere inquietudine, può essere la smania velleitaria di chi si sente partire dal nulla e di non poter arrivare da nessuna parte, può essere chissà cosa, il risultato è sempre un  individuo prostrato dalla desolazione del luogo in cui abita. E’ una malattia che si trasmette per contatto co l’aria,  e l’aria che c’è in un  paese non è solo la cosa che si respira, è la faccia delle persone, sono i manifesti a lutto, sono le case, le macchine parcheggiate. Il problema è che non c’è un  nome per questa malattia e le cose fino a quando non hanno un nome è come se non esistessero.

 

   La paesologia è proprio la disciplina che cerca di dare un nome a questa malattia. (….)

 

 

 

 BISACCIA 23.11.08 4

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                                   Foto Angelo Verderosa


I paesi della bandiera bianca

 

di

Franco Arminio


“Va di moda assegnare le bandiere ai luoghi. C’è chi assegna la bandiera blu alle migliori località di mare e chi a quella arancione ai paesi più belli. La scuola di paesologia potrebbe assegnare la bandiera bianca ai paesi più sperduti e affranti, i paesi della resa, quelli sulla soglia dell’estinzione. Ce ne sono tanti  e sono i meno visitati. Non  hanno il museo della civiltà contadina, non hanno il negozio che vende i prodotti tipici, non hanno la brochure che illustra la bellezza del posto, nonm hanno il medico tutti i giorni e la farmacia è aperta solo per qualche ora. Sono i paesi in cui si sente l’assenza di chi se n’è andato e quella di chi non è mai venuto. Non hanno neppure stranezze particolari : gli abitanti non sono tutti parenti tra di loro, non fanno processioni coi serpenti, non fanno la festa degli ammogliati, non hanno dato i natali a una famosa cantante o a un  politico o a u n calciatore. Non hanno neppure particolari arretratezze, hanno l’acqua calda in tutte le case, hanno le macchine e il televisore, tutti hanno di che mangiare e un tetto dove dormire.

 

LUNA 1

   In questi paesi della bandiera bianca ci sono i lampioni, ci sono i marciapiedi, c’è sicuramente almeno un bar e un piccolo negozio di alimentari, c’è un sindaco e una piazza, c’è qualche bambino, ci sono molti anziani, ci sono case nuove e case un po’ più vecchie.

 

   I paesi della bandiera bianca sono quelli che vengono visitati solo quando succede qualche disgrazia : il terremoto da questo punto di vista è la disgrazia ideale. Per il resto dell’anno, questi paesi che non hanno il mare e non hanno la montagna, che non hanno le fabbriche e le discoteche, che non hanno santi né delinquenti, stanno al loro posto, concavi o convessi, allungati, acciambellati, frammentati, appesi al paesaggio.

 

Circo dell

 

   La bandiera bianca sta a significare che sono luoghi arresi, senza additivi, senza mistificazioni, neppure quelle del silenzio e della pace. Nei paesi della bandiera bianca non è che si trova il pane più buono che altrove o l’artigiano che sa fare il cesto come si faceva una volta o il calzolaio che ti fa scarpe. Si trova il mondo com’è adesso, sfinito e senza senso, con l’unica differenza che questa condizione si mostra senza essere mascherata da altro.

 

   La bandiera bianca non è la bandiera della desolazione contrapposta a quella del divertimento. Non é quella della bellezza contrapposta a quella della bellezza.

 

Non è quella dell’abbandono contrapposta a quella dell’”indaffaramento”. La bandiera bianca ci dice attraverso un luogo qualunque che l’ebbrezza di stare al mondo è svanita e che lavoriamo ogni giorno per portare in noi l’arca di Noè e ci ritroviamo con un  pugno di mosche. (….)

 S.AGATA DI PUGLIA 1

 

                                   Foto Angelo Verderosa

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ALCUNE POESIE…

 

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Siamo fatti di carta (da parati).

Cambia il disegno, ovviamente, e il muro

a cui siamo appoggiati.

 

L’esistenza educa le forme

ad appassire.

Dal mio nome ogni giorno

cade una lettera.

 

 

Prima del giorno che a tutti roderà le vesti

prima che tutto si muti in muto danno

al lume della luna e delle stelle

tra verdi sussurranti alberi scuri

portami al ventre baci densi e puri.

 

 

S.AGATA DI PUGLIA 6

 

Esce la morte dalla buca

come la formica

per riportare al buio

il chicco.

 

 

 

Ancora non avevo certi piombi.

Le donne giungevano al mio cuore

come a una piazza piena di colombi.

 

 franco_arminio  1



VISTO DA QUI

 

Penisola gravida di merce

di cape vacue e lerce

penisola concava come culla

attico del nulla.

Visto da qui

dalla fogna degli astri

l’Afghanistan è diventato

il buco nero, la mecca dei disastri.

 

                                                 

NELLE TERRE DI CAINO E ABRAMO

 

L’America è la parte e il tutto, la figura e lo sfondo.

Dobbiamo abituarci a considerare molti intrecci,

la religione e l’economia l’ordine e il caos,

il conformismo e la trasgressione, la tranquillità e la follia.

Il secolo iniziato va letto in questa chiave

di guerra nella pace e pace nella guerra,

indifferenza e compassione, tutto sta

mischiato perso e ritrovato, dobbiamo capirlo

fino in fondo che siamo e non siamo

nichilisti, reazionari,liberisti. Non possiamo scegliere

la vendetta né il perdono,

non dobbiamo tagliare l’albero per spezzare il ramo

nelle terre che furono di Caino e Abramo.

 

                                                         

 

L’universo, in fondo, è una cosa fosca.

Muoiono tutti, il sole e la mosca.

 

 

 

20081122_Franco_Arminio Locandina

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ALCUNI INEDITI ….UNA SORTA DI SPOON RIVER IRPINA…

 

 

CARTOLINE DAI MORTI

 

di Franco Arminio

 

 

 

S.AGATA DI PUGLIA 6Foto Angelo Verderosa

 

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Io avevo cinquantasei anni. Vivevo da solo, ero tornato al paese dopo vent’anni di Svizzera. La mattina uscivo in piazza, passeggiavo o stavo seduto sulle panchine. Il pomeriggio non uscivo e la sera nemmeno. Mi mettevo nel letto e aspettavo il sonno senza pensare a niente. Mi sono sentito male una notte che il sonno proprio non voleva venire. Saranno state le due. Non sono riuscito neppure ad alzarmi dal letto. All’improvviso non vedevo più niente. L’ultima cosa che ho sentito è stata la mano allungata per cercare di accendere la luce sul comodino.

Alla morte non ci pensavo mai. Pensavo ogni tanto a quando ero bambino. A mia madre che si era buttata nel pozzo e a mio padre morto di crepacuore due anni dopo. Sono cresciuto con la testa nel cimitero. La sera in cui sono morto avevo appena finito di vedere la televisione. Mi sentivo debole. Mi sono disteso sul divano e ho sentito come una mano gigantesca che mi premeva il cuore. Ho pensato a mia madre e a mio padre, ho pensato che stavo morendo e non avevo comprato il loculo. Sicuramente mi avrebbero messo sotto terra e questo era l’ultimo fallimento della mia vita.



ANIMA NERA 4


Sono morto in Canada. Avevo una brutta diarrea, avevo una brutta faccia. Mi sono ricoverato in ospedale e dopo un paio di giorni di analisi mi hanno detto che avevo pochi mesi di vita. Non ho più mangiato, non mi sono più alzato dal letto. Sono rimasto così per una ventina di giorni. Ho perso tutta la pancia. Sono morto la mattina presto. Ho visto che mia moglie si era addormentata. Fuori stava uscendo il sole. Sono morto con le lacrime agli occhi.

Dopo che mi ero laureato cominciai a bere. Insegnavo lettere in un liceo. Mi sposai, ma mi accorsi che non potevo avere figli. Allora mi misi a bere ancora di più. Una mattina mentre scrivevo alla lavagna mi sono sentito male. Ricordo che mi hanno portato in ospedale, ricordo che sono rimasto per molti giorni senza sentire niente. Il cuore batteva in mezzo al niente, non avevo più mani, non avevo più occhi, non avevo più gambe.


ANIMA NERA 7



Stavo bene anche se avevo ottantadue anni. Poi sono caduto, mi sono rotto il femore. Ho smesso di uscire, non sono più andato al centro anziani a giocare a carte. Quando la gamba è guarita hanno scoperto che avevo un brutto male nella pancia. Sono stato solo un paio di volte in ospedale e per pochi giorni. Sono morto il giorno di Natale. Mia moglie mi aveva appena tolto la maglia di lana perché ero sudato.

Mi hanno trovato sul pavimento. Mi sono avvelenato. Ci pensavo ogni tanto di farla finita, ci pensavo appena sveglio, poi mi mettevo a fare qualcosa e l’idea mi passava. Una mattina non ho pensato a niente. Ho preso tutte le medicine che avevo nel tiretto. Ho bevuto gli sciroppi e tutte le gocce, tutte le compresse. Mentre lo facevo speravo che arrivasse qualcuno e mi fermasse. L’ultima cosa che sono riuscito a fare è stato accendere la radio. Volevo sentire almeno una bella canzone.


B.Keaton 5



Mi hanno scoperto il cancro che avevo ventisei anni. Sono morta sette anni dopo. Prima di ammalarmi pesavo sessanta chili. Quando sono morta nemmeno trenta. Ho visto tanti medici e tanti altri malati. Gente che è morta prima di me, gente che deve ancora morire. Anche mia madre è ancora viva, anche se dopo di me è morto mio padre e mio fratello.

Ho preso la corrente, sono morto fulminato. Stavamo lavorando nel cinema, il lavoro era quasi finito. Ero appena tornato dalla Svizzera. Ero contento.


(Tratte dal blog della Fondazione Premio Napoli)

 


Tetti dal Cratere (dal blog IL CANNOCHHIALE)Dal blog Il cannocchiale

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VENTO FORTE TRA LACEDONIA E CANDELA

UNA RECENSIONE DI ANDREA DI CONSOLI

 


Andrea Di Consoli                                                      Andrea Di Consoli


Dopo Viaggio nel cratere (Sironi, 2003) e Circo dell’ipocondria (Le lettere, 2006), Franco Arminio manda alle stampe Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia (Laterza, 186 pagine, 10,00 euro), un libro che segnerà in profondità le sorti della grande letteratura di “strapaese”, e le sorti della letteratura per frammenti, antiromanzesca e antiborghese (”Il paesologo non ama il narrare disteso, ma la smania aforistica, la frase singola, spaiata” scrive Arminio nel piccolo zibaldone finale dove, tra l’altro, ci sono immagini e intuizioni di superba bellezza: “Tre luoghi aperti nelle mattinate dei paesi: il bar, il Comune, il cimitero”; “Quasi ogni mattina vado a trovare qualche paese come si va a trovare un vecchio zio, vado a vedere che faccia ha, a che punto è la sua malattia o la sua salute.

Vado per vedere un paese, ma alla fine è il paese che mi vede, mi dice qualcosa di me che non sa dirmi nessuno”, ecc.). Un libro, questo, che è tante cose: uno zibaldone di pensieri, un libro di viaggi, un reportage, un diario, una miniera di soggetti, di figure, di profili, di oggetti, di scenografie urbane, un epicedio, un lamento, un momento di gioia mal trattenuta, un referto inesauribile di paure e di pietà.

 

 

franco_arminio  1

 

Franco Arminio, che è nato, e da sempre vive a Bisaccia, nell’Irpinia sbilanciata verso la Lucania, visita in questo libro i suoi paesi (Conza, Greci, Vallata, Aquilonia, Flumeri, ecc.), facendo anche alcune sortite “fuori casa”: in Val Germanasca, nel Cilento, e nel Salento.

Ma le pagine più belle sono dedicate proprio alla sua Irpinia, ché Arminio, come egli stesso scrive, appartiene solo al suo paese, è “un dente dentro la bocca del cavallo, un mattone dentro un muro”.

Il padre della paesologia ha fondato un nuovo modo di viaggiare; è piuttosto un vagare, un perdersi tra cose belle e brutte, tra piazze deserte, sotto lampioni spenti, dinanzi a porte chiuse, sotto la neve o il sole; un fare domande per perdersi nel suono delle risposte, un fotografare cani, camion della frutta, anziani al bar.

Niente di più lontano dal bozzetto, dall’oleografia e dal sottobosco paesano.


 

 

S.AGATA DI PUGLIA 4Foto Angelo Verderosa

Se avesse ancora senso, diremmo che Arminio ha uno sguardo geografico e letterario tra i più moderni in Italia (ma antico e moderno, in specie se contrapposti, sono vecchie categorie accademiche senza più significato). Vento forte tra Lacedonia e Candela non auspica un ripopolamento o lo sviluppo “moderno” dei paesi (non cade nel tranello dell’utopia); non è un lamento del passato, dei bei tempi della civiltà contadina (non cede alle sirene delle “anime belle”); è, piuttosto, qualcosa che sta a metà: una dichiarazione d’amore del “qui ed ora” dei paesi per come sono adesso (i paesi della birra al bar, dei ricordi, dei silenzi, dei manifesti funebri, dei negozi, dei personaggi buffi, delle prepotenze, delle case anonime del dopo-terremoto, ecc.), un perdersi, tra paura e pace, nei “dintorni” di una terra straordinaria quanto più è ordinaria, vera, scrostata di ogni sovrastruttura ideologica.

Arminio sta nella sua Irpinia come l’albume sta nel guscio. Questa pace, però, è attraversata dalla nevrosi (collettiva) di Arminio, dalle sue parole, dai suoi presagi di morte (ma sono, appunto, nevrosi consustanziali ai paesi, alla loro lenta e pacifica agonia). Ma tutte le tragedie della sua terra – a partire dal terremoto del 1980 – non hanno fatto che rafforzare un vincolo di appartenenza (”La sera che ci fu il terremoto io stavo bene. Mi piaceva tutta quella gente per strada, tutti che si guardavano come se ognuno fosse una cosa preziosa. Quando molti si sono messi a dormire nelle macchine mi sono fatto un giro, li ho benedetti uno per uno”). E questa è un’immagine, se vogliamo, di aedo contemporaneo, di vate fraterno e antiretorico.

 

 

 

TEORAVENTURA (DAL BLOG il cannocchiale) Dal blog Il Cannocchiale

Il libro di Arminio è una “Spoon River” dei vivi che si preparano a morire (anche la morte, qui, è un’ombra concreta, amichevolmente tetra, che si aggira tra le strade).

Ma quel che più commuove, di questo libro, è il saper amare le cose e le persone nonostante l’agguato quotidiano dei pensieri neri, del “naufragio”, dello sfinimento, della morte (la morte, per Arminio, è una notizia improvvisa, come un terremoto, o un ictus); è il saper amare solo ciò che davvero si ama (”Forse io sono un paesologo dei miei paesi e di Castro dei Volsci non so che dire. Mi manca la radice infiammata della residenza, mi manca il nervo che lega gli occhi al cuore”); l’attrazione innamorata per il marginale, il superfluo e i perdenti (”Tonino è morto per sfinimento, perché era un giocatore rimasto per anni e anni sul campo a giocare la partita della solitudine, mai un intervallo, mai un goal, tutto un andare avanti e indietro, senza concludere mai”; e ancora: “A Lacedonia si vive le ricordo di un passato in cui c’erano tanti uffici e adesso non c’è neppure un negozio di scarpe. A me questo non dispiace. Sono venuto qui proprio per le cose che non ci sono. In fondo le delusioni, le mancanze, sono le stampelle a cui si sorregge la mia scrittura”).

 

 

 

S.AGATA DI PUGLIA 1Foto Angelo Verderosa

 E quest’ultimo pensiero, a rileggerlo, è non soltanto una politica e un’etica, ma una poetica, e un insegnamento a tutti quelli che credono che nei paesi non accada nulla, ché Arminio ci dimostra, con questo libro indimenticabile e commovente, che si può fare letteratura con gli antieroi, con i falliti, con le parole non dette, con le azioni non fatte, con gli uomini silenziosi, con i non-paesaggi, con la desolazione delle piazze deserte, a dimostrazione dell’assunto che un grande scrittore non ha bisogno della Storia o della cronaca nera per toccare il cuore caldo e spaventato degli uomini.


(Pubblicato su L’Unità del 4 luglio 2008)

 

Arminio_ritratto_da_Dondero_01Foto Mario Dondero

 

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8 thoughts on “

  1. Poeta naufrago… Leggendo, mi viene la voglia di camminare sulla terra sospesa, dove il cielo ha il regno del sogno. Leggendo, naviguo tra la terra nobile e il mare bianco.
    Vorrei incontrare il popolo di questa terra, questi uomini dei paesi isole.
    Entra nel cuore i stagioni di silenzio:
    l’estate minerale, l’inverno di vetro.

    Un immenso grazie per il Viaggio di preghiere in Lacedonie.

    veroni

  2. c’e molto turismo di se stessso nel libro di arminio e spesso nel vuoto non fai nessuna crepa riflessiva. siamo di fronte ad unascrittura autolavica fintamente ammantata di colori. la vividezza artificiosa non sempre connota luoghi, comunque buon esercizio per migliorare qualche depliant tra i tanti che de-cantano amenità.

  3. Caro “utente anonimo”, la tua opinione è sacra, rispettabile, ma non condivisibile.

    Non perchè io non la condivida “a prescindere”, ma perchè …non è dimostrata :

    dimostralo, mostramelo/mostracelo con citazioni, passi ed esempi calzanti…. può darsi che a me sia sfuggito dove le tue affermazioni trancianti colgano nel segno…

    Può darsi benissimo che tu abbia ragione, ma dimostralo, appunto.

    Ti assicuro che la mia mente/sensibilità è aperta all’ “ascolto”, senza pregiudizi.

    Io non vedo affatto quest’autolavismo e questi colori nella scrittura di Arminio…

    vi vedo un uomo in lotta con ossessioni e ipocondrie, permeato da un forte senso della morte, che si sente sempre spalle al muro e proprio allora – quand’è spalle al muro – è panicamente spinto alla vita …

    certo, A. è uno che parla di sé (quale artista non parla di sé, anche quei grandi che fanno l’epifania dei “vinti” , di coloro che stanno al margine? che so, la Ortese, la Ramondino… attraverso di loro esse mi dicono di sé)…

    Così Arminio, ma lo fa attraverso il nervo scoperto della sua terra, che gli stimola una scrittura che trovo fluida, ritmica, permeata di poesia straziata.

    Abbiamo provato a dimostrarlo ieri sera alla Casa delle Arti..forse ci è sfuggito tutto, non so, ma quanto al “buono per un nuovo depliant turistico”, beh, scambi causa ed effetto…

    Come uno ha un po’ di “visibilità” (ah, che orrore ‘sta parola! ma non in sé, bensì per quello che evoca), subito si scatena il tran tran frenetico , un po’ cialtrone, dei comunicati stampa e delle informazioni rabberciate che finiscono per stravolgere tutto :

    Arminio, dunque, viene scambiato per un “paesanologo”, che è esattamente l’opposto ( o il lato “in nero”) del PAESOLOGO, che è un modo bello e interessante di guardare a questo centro – corrotto e corruttore- del mondo, che sta avvelenando e distruggendo le identità di tutti, centri e periferie, e che ha creato le idee stesse – di per sé assurde- di centro e di periferia.

    Guarda che, per paradosso, io trovo Arminio di “Vento forte tra Lacedonia e Candela abbastanza vicino al Wenders di “Alice nelle città”: molto simile l’intensità e la poesia desolata dei temi, il riflettere sui luoghi-radice e sullo spaesamento delle geografie, non solo come “topoi” geografici, ma anche come effetti sullo spaesamento di sé, del sé…… ma non voglio menarla troppo a lungo.

    Se ne hai tempo e voglia, diomostrami/ci il contrario.

    Ah, LA COSA PIU’ IMPORTANTE : (forse ti sarà sfuggito, dunque concedo il beneficio della buona fede) FIRMATI, QUI DA ME NON HAI NULLA DA TEMERE CIRCA LE TUE OPINIONI LETTERARIE. Un blog esiste per comunicare, per confrontarsi….MA AMO SAPERE CON CHI HO A CHE FARE.

    Diversamente, si torna all’Italia dei “chierici vili e rancorosi”…

    Disponibilmente….

    Saldan

  4. Caro anonimo, il beneficio dell’inventario te l’avevo concesso… ora vuoi uccidere anche Voltaire col tuo anonimato…

    lascia perdere, sei tu il tifoso da curva sud.

    A proposito, leggilo Voltaire, magari assieme a Diderot…vedrai che ti farà bene!

  5. vedo che hai pubblicato la riflessione per non uccidere voltaire ma non osi pubblicare il commento precedente la tua bacchettatura:”caro anonimo… beneficio d’inventario…etc,” dove ti avevo citato la saccenteria di cortellessa e belpoliti e vedrai che non avevo detto nulla di male se non qualcosa di molto utile a capire.

  6. Caro anonimo, o ci fai o ci sei.. questo è un blog aperto, quello che invii viene automaticamente editato nei commenti, non so di cosa stai parlando,a proposito di Belpoliti e Cortellessa… qui, oltre le tue taglienti affermazioni apodittiche – in seguito alle quali ti invitavo a dimostrarle, senza alcuno spirito tifoso- non è arrivato nulla a proposito delle persone che citi.
    Ma quello che non va è il fatto che continui a rimanere anonimo. Questo blog ha come sottointestazione, tra l’altro, “diritto di tribuna”… ove si possono esporre le proprie idee liberamente, con la sola condizione di assumerne la paternità senza alcun anonimato. Tu invece, persisti nel rimanere anonimo. E questo non mi va. Se hai da dimostrare che non ti piace Arminio, nulla di male, puoi farlo, ma ti devi firmare… io non sono Berlusconi, nè ho potere di premiare o punire… ma gli anonimi , soprattutto per questioni di opinioni letterarie (l’ultima delle “stronzate” nella prevalente scala dei valori di questi tempi), proprio non mi vanno giù. Per cui se l’hai capita bene, firmati e invia quello che vuoi far pubblicare. Altrimenti astieniti e gira al largo.

    Francamente

    Saldan

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