ANCORA SU GAZA,

ANCORA RIFLESSIONI E POESIA

 

 

 

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GAZA, MORTI SENZA TOMBE

 

di

Marcello Faletra

 

 

Che cos’è un genicidio? La parola genocidio fu coniata dal giurista polacco Raphael Lemkin nel 1944 e impiegata successivamente durante il processo di Norimberga nel 1946. Il vocabolario della lingua italiana – Enciclopedia italiana 1987- definisce genocidio un “grave crimine, di cui possono rendersi colpevoli singoli individui oppure organismi statali, consistente nella metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui, la dissociazione e dispersione dei gruppi familiari…”.

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 Un crimine, dunque, votato alla cancellazione storico-culturale di un popolo. Il 9 dicembre del 1948 l’Assemblea delle Nazioni Unite vara la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, e all’articolo secondo si legge: “nella presente convenzione per genocidio si intende una delle seguenti azioni commesse con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso…”[1].

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Sono passati 63 anni (1945) da quando l’ultima infornata di sventurati ebrei entrò nelle camere a gas, di cui qualche zelante revisionista, oggi, pretende ridimensionarne l’esistenza. Da allora il Vietnam, la Cambogia, lo sterminio degli indios con le dittature sudamericane, e via di seguito fino ad oggi con la Palestina e la sua interminabile scia di sangue. Tutti questi stermini non furono fiammate di violenza: ma esecuzioni, liquidazioni di gruppi umani, attentati alla vita di interi popoli perpetrati da scienziati del crimine, con intenzioni deliberatamente sterminatrici.

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Quello a cui stiamo assistendo a Gaza è dello stesso tipo: l’applicazione di una teoria politica che ha come esito finale la deportazione di tutto il popolo palestinese. Dal punto di vista geografico questo progetto è quasi compiuto: oltre l’80 per cento di tutta la Palestina è controllata dagli israeliani. La garanzia di uno stato palestinese è stato costantemente ostacolato dagli israeliani, che dopo l’assassinio di Rabin hanno preferito ricorrere alla colonizzazione forzata e violenta.

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Tutto ciò porta a interrogarsi sul perché dei massacri. Il massacro è un modo di vedere l’altro. Le invenzioni inaudite messe al servizio della ferocia, gli abissi della perversità più diabolica, le raffinatezze più inimmaginabili dell’odio, tutto ciò ci lascia stupefatti. Muti. Il massacro è la forma attraverso cui l’altro è percepito nella nuda e cruda animalità. Ogni massacro è preceduto da un processo di desoggettivizzazione dove il linguaggio svolge un ruolo fondamentale.

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Per massacrare qualcuno occorre prima distruggerne l’immagine, annientarlo nel proprio immaginario, nella propria rappresentazione. C’è nell’aria una grossa resistenza nel vedere nel popolo palestinese degli esseri soggetti al massacro. Si sente dire che sono “pericolosi”, che sono “terroristi”, ecc. I nostri contemporanei a quanto pare non vogliono sentire altro. L’equazione inculcata in anni e anni di rappresentazione immaginaria del palestinese come terrorista ha fatto il suo effetto .

Valentina Perniciaro

Questa mistificazione tende a confondere la posta in gioco nello scacchiere mediorientale. In effetti: gli attori del conflitto vedono una politica coloniale e un movimento di liberazione. Il sionismo che spesso viene confuso con l’ebraismo in generale, non è altro che un’ideologia politica, non è una realtà religiosa. Questa ideologia è stata anche ampiamente rifiutata dalla maggior parte degli ebrei dell’esilio, poiché essa è dal punto di vista della tradizione ebraica un’eresia (è la posizione di molti rabbini), mentre dal punto di vista politico è una teoria reazionaria (è la posizione sostenuta dai lavoratori ebrei dell’Europa centrale e orientale). Alla luce di ciò occorre distinguere antisionismo in quanto ideologia politica colonialista dall’antisemitismo – pregiudizio razziale.

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L’equazione palestinese/terrorismo non è altro che l’espressione propagandistica di un movimento coloniale che ha tutti gli strumenti di potere a livello internazionale per far passare una mistificazione come verità. E questo nonostante che le immagini di bimbi squartati a Gaza siano entrati nelle case di tutti.

Bimbi morti a Gaza (Marottta)

Oggi, il paradigma di questo laboratorio di disumanizzazione è stato messo a punto da Bush e  la sua banda con Guantanamo, che rappresenta il modello distillato del processo di desoggettivizzazione dell’altro concepito nel cuore della “democrazia” neoliberale americana. Un campo di concentramento dove un insieme di individui perde progressivamente qualsiasi riferimento all’ominità in quanto tale. Una regressione ontologica giustificata dal progressivo instaurarsi dello “stato d’eccezione” (Agamben) – la stabilizzazione dello stato d’emergenza che sospende una parte significativa dei diritti civili.

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Ma da dove inizia un massacro? In effetti i bombardamenti sono il momento finale di un lungo processo di invenzione del nemico. Le masse occidentali lo hanno scoperto recentemente con la guerra in Iraq. L’immagine di un Saddam che possedeva armi di distruzione di massa e che il mondo intero correva un forte pericolo è stata fatta circolare per due anni prima dell’attacco. E’ accaduto con la profilassi antisemita durante il nazismo, dove nelle scuole si insegnava a riconoscere i simboli della tradizione ebraica per individuare il “nemico”. Ma di fronte a progetti politici criminali il passato non conta. Lo diceva convinto l’antisemita Henry Ford: “la storia? Una sciocchezza”.  Chiunque attraversa le strade delle città israeliane può individuare scritte, manifesti, graffiti che inneggiano alla distruzione degli arabi. Ecco alcuni segni:

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“La Giordania è lo stato palestinese – Trasferimento subito” (centinaia di manifesti sull’autostrada).

“Espellere il nemico arabo” (manifesto)

“Annientare gli arabi” (manifesti)

O noi o loro” (manifesti)

“Morte agli arabi”(graffiti)

“No ai media ostili” (autoadesivo)

“Compro solo dagli ebrei” (manifesti)

“La pace è una catastrofe, vogliamo la guerra” (autoadesivo)

“No alla Palestina” (graffiti)

“Niente gente di sinistra niente attentati” (graffiti)

“Shoah per gli arabi” (scritta sull’autostrada per Gerusalemme)[2].

a un pilota

I segni s’impossessano dello spazio visivo pubblico ratificando la rappresentazione dell’altro come nemico da eliminare. Colonizzano l’immaginario costituendo una scenografia “naturale” dell’odio. L’affermazione: “La pace non è all’ordine del giorno per i prossimi cent’anni” di Sharon, è diventata uno slogan presso gli ambienti della destra israeliana, e appartiene allo stesso ordine di espressioni che circolavano presso i cristianissimi Hutu in Ruanda, quando dicevano “andiamo a lavorare”, che voleva dire “andiamo ad ammazzare i Tutsi”.

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E’ sul piano dell’immagine e del linguaggio che si costruisce uno degli aspetti più tragici del massacro dei palestinesi. Questa mobilitazione generale all’odio, alla deportazione e all’espulsione dei palestinesi, è stata costruita in oltre quarant’anni.  C’è un altro aspetto da considerare. Ogni massacro si fa perché si è certi dell’impunità. I Turchi lo hanno fatto con gli armeni all’inizio del secolo scorso, e ci sono riusciti. I nazisti con gli ebrei, e ci sono riusciti. Gli americani impiegando armi chimiche (napalm) e non hanno avuto conseguenze. Questa certezza tira in ballo la responsabilità delle democrazie occidentali che hanno permesso che Israele commettesse crimini efferati. La nostra angoscia non è l’angoscia di chi non sa se la propria vita o quella dei propri figli vita durerà ancora un giorno. Lo stesso linguaggio non può sostituirsi a ciò che si prova davanti ai propri figli spappolati dalle bombe. Il massacro decreta, in un certo senso, anche la fine del linguaggio.

Spettro di P.Battista

Ma per concepire un massacro occorre pure che un territorio venga circoscritto, chiuso, trasformato in un campo di concentramento. Negli ultimi vent’anni i campi profughi della Palestina sono notevolmente aumentati di numero. Il senso della vita in un campo profughi è fortemente leucemico. L’assenza pressoché totale di infrastrutture rende questi luoghi degli inferni, dove è pure impossibile uscire dallo spazio chiuso perché controllato dalle milizie israeliane. In questi “campi profughi” la morte non è diretta, ma provocata a distanza. L’assenza di strutture sanitarie, la mancanza di acqua, l’estrema difficoltà nel reperire farmaci, preparano lentamente il lavoro di messa a morte.

BOMBE AGAZA 3In sostanza la proliferazione dei “campi profughi” è direttamente proporzionale alla sottrazione delle terre ai palestinesi e il loro trasferimento in altri luoghi, spesso inospitali. Ciò che scrisse Hannah Arendt a proposito dei campi di concentramento nazisti non è lontano, con le dovute distinzioni, da ciò che l’amministrazione israeliana sta effettuando in Palestina: “I campi di concentramento sono i laboratori in cui si sperimenta una dominazione totale sull’uomo…”(Le tecniche della scienza sociale e lo studio dei campi di concentramento, in L’immagine dell’inferno, Editori Riuniti, 2001). E’ esagerato? Perché mai? E’ sufficiente informarsi su come vengono trattati i minorenni nella prigione di Telmond, dove sono rinchiusi circa 200 ragazzi tra i 13 e i 15 anni, detenuti perché aiutavano a combattere contro l’occupazione israeliana. Questi ragazzi non hanno diritto a studiare, ad ascoltare radio o ad avere contatti con gli avvocati.

ELISABETTA COSIMI 7 Viene ritenuto normale che essi non debbano vedere i genitori, ai quali non è concesso il permesso di vedere i propri figli. Di tutto ciò non sappiamo niente. L’ignoranza pianificata dai media istituzionali è il contributo più spettacolare all’oblio del massacro di un popolo. Essa costituisce una nuova tecnologia del massacro a distanza, centrato sulla disinformazione.

MORTI DI GAZA

Un celebre testo teatrale di Sartre – Morti senza tombe – in tal senso prolunga la sua ombra su di noi, sulla deliberata ferocia del massacro dei palestinesi: “Uno dei giovani combattenti consegnati alla tortura, dice: “ma si può ancora vivere… perché si deve ancora vivere in un mondo in cui picchiate uno fino a spezzargli le ossa?”. Nel nome di Gaza ciò che viene messo a tacere per sempre è la lotta di liberazione del popolo palestinese.

 

 

 

 

 

PER GAZA

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di

 Pietro Ingrao

 

 

Guarda:
    vedi come ostinate
tornano dal cielo le bombe fiorenti, e furenti
calano sulle strade,
spezzano corpi,
ardono case, testarde inseguono
gli stupiti fanciulli,
gridano
cantano l’inno alla morte
senza stancarsi mai…
    Chi siete,
perché illuminate le notti,
insanguinate le vie:
    perché siete in ansia
perché vi serve la strage degli innocenti
e forse disperate sull’esistere
tornate a cantare la gloria
dell’uccidere di massa,
affidate la pace alla morte… Voi
così senza speranza
se soltanto
l’assassinio di massa può assicurarvi la vita
e solo le maledizioni e le lacrime
possono difendervi.
E non vedete, non sperate
altra salvezza
per l’uomo e per il figlio dell’uomo
che la morte corale.
Voi che venite da un cammino di lagrime
e ora senza lume di tregua
seminate nuovo pianto innocente.

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Da lontano vi
scrutiamo impotenti:
e null’altro sappiamo
che invocare da voi l’elemosina della pace.
Noi che veniamo da lotte di secoli
condotte per tutte le terre infinite di questo globo rotondo
in cui dato a noi
fu di vivere,
e sembriamo ora
solo capaci
di educarci all’indifferenza.
O scrutare allibiti.

 

 

 a un pilota

 

 Dal blog milleparole

A un pilota

 

di

Aaron Shabtai


Pilota, la prossima volta
che voli sopra Jenin
con il tuo elicottero,
ricordati dei bambini,
ricordati delle vecchiette
che stanno dentro le case che bombarderai.
Spalma sui tuoi missili
uno strato di cioccolata,
e sforzati di fare centro.
Così che abbiano almeno
un ricordo dolce,
quando i muri crolleranno.

(Traduzione: Davide Mano)

 

  muroinviatodadoriana03qn5

 

 

 

 

 

 

IL MURO

 

di

Aaron Shabtai

 

 

 

Interessante vedere

fino a che punto arriva una riga,

prima che una parola dal margine

cada su uno scalino inferiore,

e dietro di lei se ne aggiungano altre

che per ora stanno in silenzio,

nessun motivo o pretesto per gioire,

come pietre di costruzione

che non sono state fissate,

stanno zitte e se ne fregano,

ma guardano in giù e vedono

che si sta formando un nuovo strato

di parole che non conoscono,

come cavolfiori inodori,

e allora comincia l’afflusso,

una parola tira l’altra come salsicce,

e già s’innalza un muro,

un muro di parole

che non sanno che dire,

guardano dall’altra parte,

si stringono tra di loro,

si tengono stretto il posto,

fino a che l’ultima

 non trova più spazio e cade

 e subito viene accolta,

si affratella

 a una manciata di altre parole

sfaccendate,

che stanno più in basso

ma non possono manco ficcare

 un dito nella terra,

solo posare il proprio didietro

l’una sulla faccia schiacciata dell’altra

che di sotto si affretta

a compitarsi con le sue vicine.

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Quasi ci fosse in programma

uno spettacolo o una conferenza

e loro stessero con la schiena su quanto succede,

e in più ci impedissero la vista,

ma supponiamo pure di no,

che fare

se ci sono così tanti stupidi

che non sanno e non pensano,

che non vogliono sapere né pensare

che le parole che si uniscono al muro

escono dalla bocca di qualcuno.

Supponiamo che dietro al muro

si senta il riso di quelli che vestono l’uniforme,

un uomo viene schiacciato come una mosca,

ma loro non diranno nulla, non si sentirà nulla.

 

(Traduzione: Davide Mano)

 

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IL MURO

 

di

Mahmud Darwish

 

– “Questo è il tuo nome”-
disse una donna,
dileguandosi nel volteggio di una spirale…

Vedo là il cielo, afferralo con le mani
L’ala di una colomba bianca mi porta
Verso un’altra giovinezza.
Non sognavo di sognare.
Era tutto reale: sapevo di trovarmi altrove
Volavo. Sarò quello che diventerò
Nell’ultima stella ogni cosa è bianca
Il mare sospeso…su un tetto di candide nubi.
Nulla è più bianco nell’infinito candore del cielo.
Ero e non ero. Solo nei pressi di questa bianca eternità.
Sono giunto poco prima del mio appuntamento

Spettro di P.Battista

Spirito di Paolo Battista

Neanche un angelo appare per dirmi :
– “Cosa hai fatto là sulla terra?-
Senza udire l’appello dei buoni
Né il gemito dei peccatori,
sono solo nel bianco,
sono solo…
Alla soglia della resurrezione nulla mia addolora.
Né il tempo né la benevolenza.
Non sento le lievi cose né i gravi pensieri.
Non trovo a chi chiedere :
– “Dove, dove mi trovo adesso? Dov’è la città della morte? Dove sono?”-

Qui non c’è nulla, niente luogo,
niente tempo, niente presenza.

E’ come se già fossi morto prima d’ora…
Conosco questa visione
E so d’attraversare l’ignoto.
Forse continuo a vivere in un altro luogo.
Conosco ciò che voglio…
Un giorno sarò come desidero.
Un giorno sarò idea.

 

8gennaio2009at3

 

 

Non c’è spada né libro che la porti nella terra deserta.
Come pioggia che sul monte spezza germogli d’erba.
Non vincerà la forza
Non sarà esiliata la giustizia.

Un giorno sarò come desidero.
Un giorno sarò uccello,
sguainerò il mio essere e il non-essere.
Ogni volta che ho bruciato le ali
Mi sono avvicinato al Vero, sono resuscitato dalle ceneri.
Sono come il dialogo tra i visionari, ho scartato il corpo e l’anima
Per completare il mio primo viaggio verso il Senso.
Mi ha bruciato, è svanito.
Sono l’assenza, sono l’esule
Celestiale.

Un giorno sarò come desidero.
Un giorno sarò poeta,
l’acqua è il pegno della mia prova.
La mia lingua sarà metafora per la metafora.
Non dico né indico un luogo.
Il luogo è pretesto ed errore.
Vengo da lì,
il mio qui balza dai passi all’immaginazione…

Sono chi ero e chi sarò.
Mi crea e mi abbatte lo spazio esteso
infinito.

Un giorno sarò come desidero.

 

 

BOMBER AL FOSFORO (LIBERAZIONE)
Un giorno sarò vigna,
e già l’estate mi pigia,
che bevano il mio vino i viandanti
nelle piantagioni zuccherine.
Sono il messaggio e l’inviato, l’indirizzo e il corriere.
Un giorno sarò come desidero.
-“Questo è il tuo nome”-
disse una donna dileguandosi nel passaggio del suo candore.
-“Questo è il tuo nome. Custodiscilo bene!
Non cambiarne le lettere.
Rispetta i vessilli delle tribù,
sii un amico del tuo nome terreno,
mettilo alla prova con i vivi e i morti,
pronuncialo bene con gli amici stranieri,
scrivilo su una roccia della caverna”-
O nome, sarai grande quando sarò grande,
mi porterai, ti porterò.
L’esule fratello dell’esule.
Per il femminile useremo il suono dolce, consono ai flauti.
O nome, dove siamo adesso?
Dì, cos’è l’oggi, il domani?
Cos’è il tempo, il luogo,
cos’è il vecchio, il nuovo?

 

ELISABETTA COSIMI 7

 

Un giorno saremo come desideriamo.
Il viaggio non ha inizio, il valico non ha fine,
i sapienti non sono giunti al loro esilio
come gli esuli non sono giunti alla sapienza,
e tra i fiori conosciamo solo la peonia.
Andiamo verso gli eccelsi muri
La terra della mia poesia è verde, elevata,
la parola di Dio all’alba è la terra della mia poesia,
ed io sono lontano,
ed io sono lontano.
(….)

MAHMUD DARWISH (1941 -2008))


[1] Il testo completo dell’articolo recita testualmente: “Art. II: Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale:(a) uccisione di membri del gruppo; (b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; (c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; (d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; (e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.

[2] Traggo queste informazioni dal libro di Michel Warschawski: A tombeau ouvert. La crise de la società israélienne, la Fabrique Editino, 2003.

SBADITUF 6Le vignette son tratte dal blog www.georgiamada.splinder.com

Le foto sono tratte dai post precedenti, a cui rimando per le referenze.

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3 thoughts on “

  1. Gentile e coltissimo amico, posso estrapolare dal tuo scritto la parte che riguarda la spiegazione perfetta della differenza tra sionismo ed ebraismo? Vorrei pubblicarla nel mio blog, ovviamente citando la fonte! Ti ringrazio molto per l’attenzione che vorrai dedicarmi!

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