Normal
0

14

false
false
false

IT
X-NONE
X-NONE

MicrosoftInternetExplorer4

st1:*{behavior:url(#ieooui) }

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-priority:99;
mso-style-qformat:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Times New Roman”,”serif”;}

1999-2009 : DIECI ANNI

 

E SEI SEMPRE QUI CON NOI

 

deandre01g

CIAO GRANDE FABER!

 

 

 

 

Amore che vieni, amore che vai

Fabrizio de André

Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
un giorno qualunque ti ricorderai
amore che fuggi da me tornerai
e tu che con gli occhi di un altro colore
mi dici le stesse parole d’amore
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
fra un mese fra un anno scordate le avrai
amore che vieni da me fuggirai
venuto dal sole o da spiagge gelate
perduto in novembre o col vento d’estate
io t’ ho amato sempre , non t’ ho amato mai
amore che vieni , amore che vai
io t’ ho amato sempre , non t’ ho amato mai
amore che vieni , amore che vai


TRABUCCO DI FEDERICO IADAROLA           Trabucco Foto di Feredico Iadarola



La ballata dell’eroe

Fabrizio de André

Era partito per fare la guerra
per dare il suo aiuto alla sua terra
gli avevano dato le mostrine e le stelle
e il consiglio di vender cara la pelle
e quando gli dissero di andare avanti
troppo lontano si spinsero a cercare la verità
ora che è morto la patria si gloria
d’un altro eroe alla memoria
era partito per fare la guerra
per dare il suo aiuto alla sua terra
gli avevano dato le mostrine e le stelle
e il consiglio di vender cara la pelle
ma lei che lo amava aspettava il ritorno
d’un soldato vivo, d’un eroe morto che ne farà
se accanto nel letto le è rimasta la gloria
d’una medaglia alla memoria.

 

 

275px-Faber-tour-indiano1982

 

Versione inglese di Riccardo Venturi

THE BALLAD OF THE HERO

He left one day, and went to war
to give his help to his fatherland,
he was given badges and stars
and then the advice to die hard.

But when he was ordered to advance
he went too far looking for the truth.
Now that he is dead, they sing the glory
of still another hero’s memory.

But she, who loved him, waited for the return
of a living soldier, of a dead hero what will she make
if, by the bedside, she’s alone with the glory
of a gold medal in his memory


fabfuma


Versione francese di Riccardo Venturi

LA BALLADE DU HÉROS

A la guerre il était parti,
il voulait aider sa patrie.
On lui a donné des écussons,
On lui a dit de vendre chèr’ment sa peau.

Mais quand on lui a ordonné d’avancer
Il est allé trop loin pour chercher la verité.
Maintenant qu’il est mort, la patrie se fait gloire
D’un autre héros à la mémoire.

Mais elle, qui l’aimait, attendait le retour
D’un soldat vivant, d’un héros mort que fera-t-elle
si, dans le lit, il ne lui reste que la gloire
D’une médaille à la mémoire.


300px-Faber-Autografo1975


Una nuova versione francese di Marco Valdo M.I.

LA BALLADE DU HÉROS

Il était parti à la guerre
Pour aider sa patrie
On lui avait donné un uniforme militaire
et le conseil de vendre chèrement sa vie

Et quand on lui dit d’aller en avant,
on le poussa trop loin, cyniquement
Maintenant qu’il est mort, la patrie
d’un autre héros se glorifie.

Il était parti à la guerre
Pour aider sa patrie
On lui avait donné un uniforme militaire
et le conseil de vendre chèrement sa vie

Mais celle qui l’aimait, attendait le retour
d’un soldat vivant, de son amour.
Que faire d’un héros mort ?
Si, à côté d’elle, dans son lit, contre son corps

Que faire d’un héros mort ?
Si, à côté d’elle dans son lit, contre son corps,
Il ne reste que la gloire
Et une médaille à sa mémoire.

(inviata da CCG/AWS Staff)

 

275px-Faber1965


Versione tedesca di Georg Preilharz

BALLADE DES HELDEN

Er war aufgebrochen in den Krieg
m seinem Land seine Hilfe zu geben
sie gaben ihm Kragenspiegel und Sterne
und den Rat, die Haut teuer zu verkaufen

Und als sie ihn vorrücken hießen
stürmte er zu weit vor, um die Wahrheit zu suchen.
Jetzt, wo er tot ist, rühmt sich das Vaterland
in der Erinnerung eines anderen Helden.

Aber sie, die ihn liebte, wartete auf die Heimkehr
eines lebenden Soldaten – was soll sie mit einem Toten,
wenn neben ihr im Bett nur der Ruhm
einer Medaille zur Erinnerung übrigbli


270px-Dori-Luvi-Faber1981


Versione albanese di Alvin Ekmekolu.
NB: E’ pienamente cantabile e in rima.
(Riccardo Venturi)

BALLADA E DËSHMORIT

Kishte qenë nisur për në luftë ai
t´i japë ndihmesën atdheut të tij
i kishin dhënë me vehte simbole dhe flamur
dhe porosinë ta shesë shtrenjtë tė tijën lëkurë

Atdheu krenohet tani që ai s´është më
se në kujtesë dėshmor ka dhe një.
Kishte qenë nisur për në luftė ai
t´i japė ndihmesën atdheut të tij

Por ajo që e donte priste kthimin e një ushtari të gjallë
një dėshmor i vdekur për çfarë i duhet asaj
kur nė shtrat aty pranë nuk ka veë lavdinë
e një medaljeje dhënë nė kujtim.

(inviata da Riccardo Venturi)

 



250px-CristianoFaber1968


Versione ebraica di Riccardo Venturi

שיר הדבור
פבריציו ד-אנדרה

יצא לדרך לעשות את המלחמה
לעזור את לרצו,
נתנו לו את תלשת-המדים
יעצו למכר יקר את החיים.

אמרו לו להקדים
חפס אמת עמק יותר מדי.
מת והארץ מתפאר
מדבור אחר מקדיש.

אבל היא אהבה אותו
וחכה את החזרה
של הייל חי
מגבור מת, מה תאשה?

לידה במטה
נשארו לה תהלת
עטור לערך
וקדיש אחד.

 


200px-Faber_1980


La trascrizione in caratteri latini della precedente versione ebraica:

shir haghibòr

yatsà ladèrekh l’isòt et hamilkhàma
l’izòr et erètso
nàtnu lo et tìlshet-hamadìm
yà’tsu limkhòr yàkar et hehayyìm.

àmru lo lehikdìm
hìpes èmet ‘àmok yòter midày.
met vehaèrets mitpàer
m’ghibòr àkhar m’kaddìsh.

àval hi ahàva òto
ukhìkha et hehazarà
shel hàyyal hay
m’ghibòr met ma tisè?

leyàda bamità
nshàru la tehilàt
‘ìtor la’èrekh
vekaddìsh ehàd.

(inviata da Riccardo Venturi)

 

170px-DeAndré_1960


Versione greca di Alessio Miranda

ΜΠΑΛΑΔΑ ΤΟΥ ΗPΩA

Έφυγε για να κάνει τον πόλεμο
για να δώσει τη βοήθειά του στο χώρα του
του έδωσαν γραμμές και αστέρια
και την συμβουλή να πουλήσει ακριβά το τομάρι του.

Κι όταν του είπαν να προχωρήσει
πάρα πολύ μακριά πήγε να ζητήσει την αλήθεια
τώρα που είναι πεθαμένος η πατρίδα καμαρώνει
για ένα άλλο ήρωα μνήμης.

Αλλ’εκείνη που τον αγαπούσα περίμενε την επιστροφή
ενός ζώντανου στρατιώτη, με ένα νεκρό ήρωα να κάνει;
αν δίπλα της στο κρεβάτι της έμεινε τη δόξα
ενός μετάλλιου μνήμης.

(inviata da Alessio Miranda)

 

 

tuttodeandre

Discografia

 

 

 

 Posto qui di seguito un intervento di Mauro Orlando, di presentazione di una iniziativa dedicata al grande Faber nel 2001, che a mio avviso coglie molto bene uno dei "noccioli" della poesia di De Andrè, e che condivido…

 

Alla riscoperta di

Non al denaro non all’amore né al cielo

 

275px-Faber-tour-indiano1982

di

Mauro Orlando

 

 

 

Qualcuno ha scritto che De André cantava la vita, il tempo, le storie perse, cantando soprattutto i sogni che non si perdono. Sembrerebbe questa una contraddizione che poi è il tema che io dovrei affrontare. Naturalmente di che rapporto ci può essere tra la storia, quella che è già sui libri di testo scolastici delle superiori, e invece quella che è la storia interna delle persone e come si combinano, come si sono combinate in questo caso. Calvino scriveva che il lavoro del poeta è quello soprattutto di inseguire il fulmineo percorso dei circuiti mentali che catturano e collegano punti lontani nello spazio e nel tempo. Vedete, i due termini spazio e tempo sono quelli più veramente difficili da mettere in rapporto al tempo e allo spazio della poesia. Ed è questo che mi ha intrigato, in questo volume di Fabrizio De André, un volume difficile per la sua importanza. Esiste uno spazio e un tempo nel vocabolario del poeta? È questa la domanda che io mi sono posto. Esiste uno spazio e un tempo, la storia insomma nel vocabolario di Fabrizio De André? Se pensiamo alla storia come percezione della realtà e assieme avventura spirituale, allora la risposta potrà essere assolutamente positiva. Sul giornale «La Stampa», oggi c’era un titolo molto importante che diceva così: «De André, il Suonatore Jones del Sessantotto» presentando questa meritevole e importante iniziativa proprio puntando su questi due elementi fondamentali, sulla poesia di De André e sul cantore di un determinato periodo storico. È giusto questo titolo? È quello che mi son chiesto e a cui cerco di dare una risposta naturalmente in questo mio breve intervento. Certo Non al denaro non all’amore né al cielo viene pubblicato nel 1971 ma il tempo e lo spazio della sua gestazione è il tempo e lo spazio di quel formidabile o sciagurato tempo della storia nazionale e mondiale che si chiama Sessantotto.


TRABUCCO DI FEDERICO IADAROLA


A una esplicita domanda nel dialogo che Fabrizio ha avuto con la Pivano sulla necessità e attualità di una rilettura del testo di Spoon River del 1971, De André risponde esplicitamente e testualmente: «… decisamente sì, a questo punto ho pensato che valesse la pena di calarne i temi che si adattassero ai tempi nostri». Questo ci autorizzerebbe oggi a rispondere affermativamente alla domanda, che ci siamo posti, che mi sono posto io, sapendo di fare un lavoro improprio riguardo a un’originale rilettura postuma del poeta De André in questi anni. In De André c’è tanta favola e mito e allora sarebbe opportuno chiedersi in quale spazio della storiografia porre il linguaggio della favola e dei miti. La scrittura poetica uccide, si dice, uccide essenzialmente il tempo, il tempo che vorrebbe annientare e superare. A tale proposito De André scriveva: «Certe cose vengono fuori da quello che chiamiamo altro, quello che ci suggerisce il subconscio». A me oggi il compito di richiamare alla memoria questo altro; della cronaca e della storia di quel tempo


200px-Faber_1980 Ricorderò quel tempo per titoli giornalistici: 1970, politica interna «Divorzio, Golpe, decretone, un ’70 torbido e incerto». Altro titolo: «La lunga rivolta di Reggio Calabria, dieci mesi di caos»; «Approvata la legge Fortuna, il divorzio divide gli italiani»; «Nessuno riesce a prevedere gli anni di sanguinosa violenza, le Brigate Rosse arrivano in sordina»; «Le prime azioni degli estremisti palestinesi, settembre nero semina terrore»; «Il lungo cammino dell’opposizione operaia in Polonia, la rivolta di Danzica». Come vedete sono tutti titoli emblematici di germi di cambiamento e di sconvolgimenti, in un anno complicato e difficile. «A Palermo la misteriosa fine di De Mauro, il giornalista scomparso»; «Paolo VI ad Hong-Kong, una sommessa speranza di dialogo!». Economia e lavoro: «Approvato lo statuto dei lavoratori; nuovi diritti, protagonista Luciano Lama»; Mondiali di calcio in Messico: «Secondi gli azzurri, Gigi Riva il nuovo idolo». Questi alcuni titoli e sono emblematici della pesantezza iniziale di questi anni. Ludovico Garruccio, in una nota intitolata: «Lo spirito di un anno», sintetizza questo anno in questo modo: «… erano gli anni della contestazione giovanile con la rimessa in questione ininterrotta, come succedeva in Cina con la Rivoluzione Culturale, delle strutture istituzionali e delle élite del potere. Non era un’ipotesi puramente teorica ma doveva generare nella società un cambiamento continuo in modo da bloccare la formazione di nuove classi, di nuove egemonie, di nuove autorità e di ricacciare indietro i vecchi e i nuovi padroni della politica, dell’economia e della scuola». Questa è l’analisi del ’71.


fabfuma

L’anno ’71, politica interna: «Divisi i partiti sulle elezioni presidenziali, vince Leone»; «Cronaca di un colpo misterioso e ridicolo; la notte di Borghese»; «Gli anni oscuri degli opposti estremisti, la verità impossibile»; «Muore Nikita Chruscëv, fine di un pensionato»; «Pietro Scaglione assassinato dalla mafia: magistrati nel mirino»; «Orrendo delitto a Genova, il caso di Helena Sutter»; «Un progetto politico quotidiano, l’aggressivo manifesto della nuova sinistra, il primo numero del “Manifesto”»; «Scompare Louis Armstrong: il silenzio della tromba d’oro»; «Sulla piazza grande della musica Lucio Dalla nasce a Sanremo». È l’anno del riflusso, il ’71. L’inefficacia politica dei grandi movimenti studenteschi e sindacali, del periodo ’68-71, le frustrazioni che ne derivano ai loro attori, spiegano la permanenza di una carica di risentimenti e di collera. La ricerca di canali di sfogo in una simile atmosfera giustifica una sorta di indignazioni per episodi di trapelanza neofascista e per le ipotesi di trame golpiste. E queste, naturalmente, sono confermate, effettivamente da oscure manovre eversive. Alimenta questo, nelle generazioni del tempo, una sorta di antifascismo quasi ossessivo, con fantasmi neri dappertutto. Questo è il quadro, la cronaca dei fatti più importanti degli anni che la stampa raccontava. Ma questo che cosa c’entra con i due dischi più belli e più interessanti da questo punto di vista: La buona novella e Non al denaro non all’amore né al cielo? Per me proprio l’esame di questi titoli giornalistici fa ancora rilevare di più la peculiarità e l’importanza della poesia di Fabrizio De André. Ecco allora ancora più limpide culturalmente, interessanti le risposte di De André con l’album: La buona novella, e soprattutto Non al denaro non all’amore né al cielo. Perché il poeta, e Fabrizio De André è un poeta a tutto tondo, non ha bisogno della realtà, è inattuale per definizione, ma ha bisogno dell’attesa e del sogno.



300px-Faber-Autografo1975

Ho preso in citazione dei versi di Fabrizio, a giustificazione di quello che sto dicendo: «… nella stagione del tuo amore – dice Fabrizio – passa il tempo sopra il tempo ma non devi aver paura sembra correr come il vento, però il tempo non ha premura». De André recita la vita, attraverso la realtà e i sogni, in una tensione lirica nel ritmo che filtra e raccoglie i segni del tempo e li trascende. Racconta la politica vivendo il tempo delle generazioni, confrontandolo con il suo tempo interno, evitandone la sua inattualità, il pericolo della metastoria, della separatezza o della metafisica. Cogliendo i fatti nascosti che si sono fatti segreti, misteri carsici, che camminano dentro di noi e che ci affannano e la sua capacità onirica, il compito incompreso del presente, dell’attesa di queste fuoriuscite nel rumoroso e tragico cicalare del tempo della cronaca e della storia di quei tempi, De André ci ha cantato e ci ha lasciato in memoria, il canto della vita, il tempo senza tempo, le storie perse, i sogni che non si perdono. Nelle figure del giudice, il matto, il blasfemo, il suonatore Jones, in particolare, mentre noi in quei tempi eravamo sordi e frastornati da rumori di fondo e non riuscivamo a distinguere quel che era la musicalità del tempo che Fabrizio coglieva e noi eravamo, così, ottusamente testardi anche nel non voler capire questa sensibilità che emergeva in questo testo. Perché oggi io ne faccio ammenda personale, non avevo capito, non avevo orecchie per intendere questa musica, perché quei titoli di giornale, quegli avvenimenti anche tragicamente pesanti, non mi davano la possibilità di una limpidezza mentale e di cuore di poter capire questa proposta, questi personaggi. Ci ha insegnato a non subire il fascino della tirannia della presente e anche tragicamente, coinvolgente storia, né tantomeno la prigione mentale delle ubriacature ideologiche, della morale, della storia. Ce lo ha insegnato, come diceva lui, con una specie di sorriso, il sorriso del pescatore, che è emblematico e fondamentale per cogliere il suo modo di comunicare. Non ha avuto l’esigenza di rappresentare il vissuto storico delle persone o i fatti pesanti di quel tempo se non nella loro indecifrabile nudità e universalità, evitando la saccenteria di chi propone categorie etiche o storiche, troppo generali ai limiti della metafisica. Evitando anche il pericolo di rifugiarsi in isole di creatività tra i luoghi indecifrabili dell’essere e le voci assordanti e rumorose di un esserci nel tempo, di un tempo esagitato e fuori le righe. Ci ha suggerito l’immagine del poeta combattuto tra la necessità di non smarrirsi nella realtà, di non farsi prendere, di non farsi ingabbiare il cuore, di non lasciarsi catturare negli archetipi universali che sono oltre la storia. Due versi emblematici, per chiudere: «… che grande questo tempo, che solitudine, che bella compagnia…».

(Garessio, 30 Giugno 2001)

 TRABUCCO DI FEDERICO IADAROLA

 

                Trabucco- Foto di Federico Iadarola

                                                              

Normal
0

14

false
false
false

IT
X-NONE
X-NONE

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-priority:99;
mso-style-qformat:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Times New Roman”,”serif”;}

il mare è figlio della luce

 

 la gialla fragile casetta

come grillo sospeso sulla spuma

è lì che disegna l’impalpabile

dolcezza del mistero…

 

 ne canta ogni amore

ogni incanto che ci strappi

al nulla che ci assedia

e ci sconcerta…

 

il mare è figlio della luce

 

 l’occhio del poeta

tenendoci per mano

ne fotografa la cruna

e dentro d’essa ci conduce..

S.D.A. 12.1.09

                                                                    

Annunci

9 thoughts on “

  1. Grazie per questo sublime articolo.
    E’ strano, quando ascolto Fabrizio di Andre, mi sento una tristezza imprecisa; mi dà un’impressione di leggero rimpianto; un gusto di limone
    verde; la bellezza di un mare dimenticato.

    veroni

  2. Esatto, è proprio così, Veronì. Condivido questa tua sensazione , che ho provato spesso anch’io ascoltando De André, La canzone dell’amore perduto, la ballata del Miché, Inverno, Amore che vieni, amore che vai (che apre anche le bellissime immagini marine de “L’odore del sangue” il film di MARTONE, e tante tante altre.
    Ma c’è anche la dissacrante ironia de Il gorilla, bocca di rosa eccetera, che viene dritta dritta da Brassens.
    Printemps et autres saisons et Gens de nuages mi sono piaciuti. Ho trovato anche un Le Clézio in italiano (Il Verbale); ma penso che lo leggerò ancora in francese: ha un bel ritmo.
    Saldan

  3. Ho visto l’odore del sangue, terribile il destino della moglie. E’ davvero ti sento all’orlo della follia.
    Tra i film mandati i miei preferiti sono di Martone: l’amore molesto, morte di un matematica napoletano, e anche il vento di terra.
    I film di Paulo Sorrentino sono strani: mi disorientano, sono belli con personnagi che fanno paura.

    Un immenso grazie.

    veroni

  4. non comprendo questo mobilitarsi in lungo e in largo, me lo spiego cioè, senza poterne essere compreso, osservando come e quanto definisca i commemoranti, miri a istituire una sorta di cultura a circuito chiuso. detesto i cantautori e i cortei che li accompagnano, non ultimi quelli funebri. trovo oscena l’investitura, l’inventario emotivo di situazioni intime e lirismi più o meno “in grande” di cui il fruitore, in una parola, delega loro la compilazione. se ne ricava, resta imperituro uno standard pretenziosissimo, un’associazione a emozionarsi che mi ripugna.
    buon proseguimento

  5. la speculazione sulla musica leggera ha rotto le palle pesantemente, concordo… strumenti come emule stanno lentamente riportando questi 4 stronzi di urlatori da mercato, e relative case discografiche miliardarie nella giusta e meritata posizione parificandoli, e deprezzandoli, alla pugnetta di un pornazzo(aggratis). Il De Andrè era il primo a definirsi, onestamente, un cantastorie, ma la gente ha bisogno della fede e s’inventa il mito, l’idolo, deandrè, il milan, cheguevara, il capo mafia, il papa, il pope e le altre comparse usa e getta della “commedia” popolare.

  6. PER BOSFORO E REMERON

    Ragazzi, datevi una calmatina, al mondo c’è spazio per tutti (e il mondo non è nato con voi, ma ANCHE prima di voi e prosegue ANCHE dopo di VOI e di ME, per cui… calma, mettete in decompressione il vs narcisismo in eccesso. Non sapete con chi avete a che fare, perciò inutile sparare nel mucchio, seppure con dei contro-luoghi comuni. E poi, francamante e senza rancore, (e con recondita disponibilità ai vs deliri) avete sbagliato palazzo, con me e con De André. Della musica leggera non ne faccio un mito, né tanto meno dei quattro straccetti d’accatto, siano essi cheguevara, il milan (semmai il Napoli…in culo a berluscasso!) eccetera eccetera. Mi interessa tutto ciò che respira anche un minimo di autenticità e di comunicativa. Tutto ciò che non è “veloce rifrittura”, ma ciò che richiede “pallosa” concentrazione e attenzione eccetera eccetera.

    Ciò detto, se avete voglia di comunicativa e non di insulti alla “addò cojo cojo”, qui trovate diritto di tribuna e di post. Va bene?

    SENZA RANCORE

    Saldan

  7. poc’anzi aprendo la posta ho trovato una mail in cui mi si avvisa della risposta di saldan, che in effetti non stavo aspettando. il mio intervento si motivava ieri nell’overdose di tributi a fabrizio de andrè, nella spudoratezza di una “ripetuta” che a dir poco incalza qui in italia. non ambivo certo a inaugurare dibattiti. c’è semmai lo scoramento al cospetto di una “atmosfera” sempiterna, vacuo-partecipativa, non c’è rancore contro individui. saldan non so chi sia – benché sappia costui dei miei eccessi narcisistici e della mia pretesa rilevanza cosmogonica. leggo che mi invita alla calma, a me salma così estranea all’entusiasmo fruitivo, all’incrocio-sovrapposizione di esperienze culturali e autori preferiti. a me sembra invece che il cosiddetto fermento e l’ansia di autodefinizione siano intorno, ovunque, benché si tenda a definirsi soltanto coi propri “gusti”, a mezzo bibliografia etc. in questa dinamica allargata non esistono differenze, al contrario c’è allineamento, uno strignamoci di più. saldan scrive anche che c’è posto per tutti nel mondo, forse proprio perché ci si strigne. penso che questa sia una menzogna. il che non significa che sia un bugiardo che la divulga – spero che si capisca e si sappia misurare, appunto, la distanza che passa, e altrettanto il mio disinteresse all’insulto.
    di seguito copio-incollo la mail.

    Trovo la risposta di Saldan ‘grande’ in tutti i sensi. Perché saggia e perché serafica. Perché ha ragione, anche, nel difendere se stesso dall’accusa (implicita/esplicita) di appartenere a una massa informe di adulatori acritici e fans della commemorazione (più che del commemorato). Perché avrebbe potuto mandarvi a fanculo con la stessa gentilezza che ha usato, e non gli sarebbe costato di più di quanto non lo sia avervi spiegato le sue ragioni. Perché ha un tono paterno ma non paternalistico. Perché ha ascoltato prima di rispondere e ha risposto esattamente a ciò che ha ascoltato. Perché ha aggiunto anche qualcosa in più trasformando la questione in una querelle senza cadere nella trappola del battibecco. Perché sul fatto che il mondo non nasca con noi bisognerebbe riflettere più spesso di quanto non si faccia, e questo aiuterebbe a capire che c’è la relatività, che la generazione di risulta (che è la nostra) vive gli emblemi del passato con una percezione diversa rispetto a quella di chi conosceva quel passato come il suo presente. E che, nondimeno, tutti mitificano e vivono di emblemi: un giorno qualcuno disprezzerà i nostri, che magari non saranno persone o squadre di calcio, ma saranno pur sempre oggetti a cui avremo attribuito un valore riassuntivo, esemplificatore, di uno stato d’animo o di un modo di vivere. Perché sparare a zero su tutto svela l’ingenuità di chi non sa cogliere le debite differenze, per esempio nel riuso che si fa dei miti. E se sbaglia chi assimila passivamente il repertorio degli slogan, sbaglia altrettanto chi non rileva che commemorare, a volte, per taluni, significa raccontare qualcosa che non esiste adesso a qualcuno che non esisteva prima. Sintetizzare in un necrologio la storia di un’Italia. Spesso lo si fa con affetto, lo si fa con amore, come quando ciascuno di noi ha voglia di raccontare a chi non c’era qualcosa di prodigioso a cui ha creduto di assistere. Prendersela troppo, addirittura accanirsi contro una prassi che è profondamente umana e che andrebbe scandagliata con solidarietà piuttosto che demolita, è rivelatore di una profonda ingenuità, giovanile. Devi riconoscere che, per chi non conosca il tuo pensiero in materia, più volte espresso altrove, un intervento del genere in calce a un post commemorativo poteva risultare un tantino diretto e offensivo. Lui, il grande, ha colto la sostanza dell’interlocutore, e ha parlato a due ragazzi. L’ha fatto nel modo migliore possibile, ammiccando a una volontà di non spegnere le necessarie differenze. Se tu avessi la possibilità di esporre altrove il tuo parere, sulla medesima questione, perché lui possa leggere, non dubito che potrebbe persino concordare. Il modo e la circostanza l’hanno costretto a mettersi sulla difensiva (una difensiva ch’è una pacca sulla spalla, però…), piuttosto che penetrare la sostanza dell’argomentazione. E’ ovvio, mi sembra normale.

  8. PER BOSFORO E REMERON
    (COMUNICATO N.2)

    Touché!, cari/o Bosforo e/o Remeron (ho la strana sensazione di avere a che fare con un “uno” sdoppiato o un duo “unificato”). Dunque faccio ammenda dell’animosità, sempre fuorviante (sì, sa.. siamo soggetti alle leggi della fisica, ed ha volte è un male). Considerando “empaticamente” il vs /tuo scritto, lo trovo rigoroso, cartesiano…insomma non fa una grinza. E colgo la “sostanza” del problema da voi/tu sollevato. Beh, sì, nelle “commemorazioni” c’è sempre qualcosa di “necrofilo” (proprio nel senso delucidato) e il titolo del post, poi, è ingenuamente laudativo, un po’ da “fedele”, appunto. Faccio ammenda. Non seguo molto i media, per cui, non so se effettivamente vi sia stato un diluvio” celebrativo di De André. La mia “spinta” era semplicemente quella di ricordare un “artigiano” poeta e/o viceversa, come detto da Bosforo/Remeron o viceversa?… uno che (a riascoltre Anime Salve) mi pare capace ancora di cogliere qualcosa di bello nel mondo di cacca in cui si vive; va da sé che la “forma” di De André non è quella di chi “oggi” ha venti/trenta anni, però, a saperlo ascoltare, credo possa ancora comunicare qualcosa, in maniera trasversale alle generazioni. Tutto qui. Quand’ero sedicenne/diciottenne, fui folgorato dal rock progressivo e dai “complessi” , come venivano allora chiamate le band , figurarsi i cantautori….preso dal mio “mito” musicale, disprezzavo/snobbavo tutto il pop, il “popolare”….se mi capitava di orecchiare un Brassens, un Ciampi, un Trenet, un Reinhardt… mi dicevo” Ma ch’è ‘sta palla”, non avevo proprio “orecchio” per la bellezza , ero ataccato alla mia piccola scoperta, alla piccola modalità che in quel momento (il RP)interpretava la mia sensibilità, il mio “mito”. Non so se ce lo abbia, ora,l’orecchio ..difficile, è così raro “catturare” la bellezza, però ho imparato ad “allargare l’area della conoscenza/coscienza”- come diceva uno col barbone e un po’ fatto, allora (Ginsberg) etc. E certo ci son le mode, il rock progressivo, i cantautori,il grunge, l’house, il metal, eccetera eccetera, che si sovrappongono in quantità talmente industriale che alla fine danno noia e si annullano….come il mondo dei blog, da poco scoperto.

    Sì, c’è della necrofilia nelle commemorazioni, c’è un rapporto malato tra fedeli ed officiante, avete ragione, concordo…Si trasmette sempre qualcosa che non c’è più , ora, vissuto – allora- da chi officia e vuole trasmettere – ora – a chi -allora- non c’era. Lapalissiano.

    E tuttavia val la pena ascoltare ancora De André, prestarvi orecchio.

    Che sia una menzogna il fatto che al mondo c’è spazio per tutti, è “fattualmente” vero (vedi che succede a Gaza); il guaio è che si sta sempre col coltello tra i denti, pronti a far fuori il vicino per “lo spazio vitale”, qualunque esso sia, i propri gusti da brandire come una clava,la carriera, l’ideologia, la religione, l’autoaffermazione, il danaro e via retoricando. L’uso di quel luogo comune aveva un senso “ironico”, appunto. Ma anche questo lo avete/lo hai detto, con quell’argomentare deliziosamente (davvero) canzonatorio. Per cui me lo merito e me lo tengo. Va bene?

    PS Ho visito il blog di Remeron: alcune cosette non sono male (la visita dei genitori, la telefonata della psic dell’asl, la clip su ghezzi -sublime!-). Approfondirò.

    Tante belle cose e alla prossima!

  9. vengo spesso confuso e trasfuso in altri “contenitori” un po come fece Igor col cervello di Frankenstein, ma noi sappiamo che non è solo la mente (biologica) di un individuo a decretarne valori, gesta, decisioni, politica, poetica e filosofia, bensì l’habitat ed il contesto storico; l’epoca dunque, un po come si paventa in quel vecchio thriller del ’78 di J. Schaffner “I ragazzi venuti dal Brasile”, dove si contemplava fantascientificamente(cyberpunkanamente direi io) l’ennesimo sforzo “creativo eugenetico” del mostro geniale Mengele, dove lo “scienziato” aveva scodellato ben 95 cloni di Hitler, ma, nessuno di loro crescendo, e vivendo in un’altra epoca e contesto rispetto all’illustre progenitore, aveva sviluppato le famigerate tendenze psicopatologiche del fine e sensibile acquarellista, nonchè abominevole gerarca nazista, che lungi dall’essere il decisionista autonomo, il mostro che la storia addita era (non)solo un’ingranaggio di una macchina capitalistica alimentata, come in Italia, babbo Benito, da industriali e proprietari terrieri, diciamo, una nazione intera, perchè, si sa, che la gente che conta in un paese è chi ha chash e lo vuole difendere…
    Da qui è facile osservando un banale 2 + 2 comprendere lo scenario geopolitico mondiale, america, europa, israele e palestina. A questo punto entra in gioco De Andrè, un artista, con i suoi “lavori” col suo “umanismo” e e via discorrendo, raccontare un epoca attraverso le canzoni i versi, la poesia(se vogliamo idealizzare) di una “bella figura” come lui è utile ma è anche strumentale, alla causa, considerando che il cantautore ha cavalcato l’onda della cultura di sinistra, di moda e totalitaria nel modo dell’arte della sua epoca, quindi, artista, poeta, fine sensibile romantico e pragmatista ma anche inevitabilmente opportunista, infatti, non per niente, i “critici” musicali, ed i suoi stessi collaboratori-colleghi considerano la rinascita artistica post disintossicazione(dall’alcol) e principalmente post rapimento, è questo l’episodio(a mio avviso), cruento, l’handicap che ha spostato il bersaglio creativo verso l’interno filosofico-affettivo-ontologico, dall’esterno opportunista e strumentale all’epoca, l’album Fabrizio De Andrè dell’81, summa e testamento di un artista(che riconosco come tale indubbiamente).
    il resto è, spesso, retorica spicciola per il popolicchio sinistrato dell’epoca.
    io e bosforo siamo due entità fisiche differenti, spesso c’incontriamo “per strada” e
    ci salutiamo.
    la metafisica(non Leibniziana per carità!) ci unisce, ma, fa parte di un altro continente, spirituale.

    buonanotte saldan;
    abbaio ma non mordo.

    anche perchè non riuscirei a raggiungerti al polpaccio perchè sono alla terza bottiglia di sangiovese.
    ^^
    pax.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...