ALLA CASA DELLE ARTI IL SECONDO APPUNTAMENTO CON LA RASSEGNA “ARMATI DI SOLA PENNA”  QUESTA SERA ALLE  ORE 19.30  IN   CORSO SICILIA

 

 Locandina_ciclodellalegalit

 

 LA BESTIA

 

LA BESTIA

di Raffaele Sardo

prefazione di Roberto Saviano

 

Camorra, storia di delitti, vittime e complici


"Una società che rifiuta la camorra è una società che si fonda anche sulla gratitudine e sul riconoscimento di ciò che le persone le danno."

Giornalista che da anni racconta ciò che è pericoloso raccontare, le tante, troppe azioni criminose della camorra, punto di riferimento per i giusti che vivono in quel territorio, elemento di discontinuità di un’informazione fortemente controllata, Raffaele Sardo in questo libro parla delle vittime, le vite spezzate da un potere maledetto, e maledettamente forte, e il dolore di chi è sopravvissuto, i familiari, gli amici.

Casal di Principe, nel cuore della camorra. La prima ad apparire è una madre dolorosa, Iolanda, una donna che piange ancora dopo anni, l’uccisione di suo figlio, un giovane prete, don Peppe Diana, il prete degli scout, ucciso nel marzo del 1994
Una folla immensa aveva assistito al funerale: la camorra che uccide un prete è troppo anche per chi è abituato ai suoi delitti.
Ora un gruppo di scout, come tanti altri in questi anni, va a trovare Iolanda e al santuario diventato nel tempo il luogo simbolo del movimento anticamorra, retto da don Paolo dell’Aversana, uno dei sacerdoti che firmò con don Peppe il documento Per amore del mio popolo.

Peppino Diana

È Iolanda a rievocare il giorno dell’agguato. I gesti quotidiani, la sveglia alle sei, il percorso da casa alla parrocchia (dieci minuti a piedi), l’entrata in sagrestia e la vestizione dei paramenti per la messa. Erano le 7,20. Un killer raggiunge don Peppino in sacrestia, tira fuori una pistola e spara quattro, cinque colpi.           
La guerra tra i clan Schiavone-Bidognetti e i clan Caterino-De Falco (siamo negli anni 1990-91) aveva insanguinato non solo Casal di Principe ma una serie di comuni della zona, e aveva visto la vittoria del primo. Nel Natale 1991 era uscito un documento, Per amore del mio popolo, firmato dai parroci della Foranìa di Casal di Principe che invitava il popolo a ribellarsi e condannava senza remore la camorra. Don Peppino Diana aveva parlato con i giovani,diffuso il documento. Il clan perdente, il Caterino-De Falco, nel decretare la morte di don Peppino sperava che la reazione repressiva dello Stato avrebbe decimato il clan avversario, il clan Schiavone- Bidognetti. Tentativi di depistaggio e calunnie non hanno impedito di ristabilire la verità: gli assassini nel 2003 e nel 2004 sono stati condannati. Una nota dolorosa: la Chiesa per molti anni è stata non solo tiepida, ma addirittura ostile alle commemorazioni di don Peppino.

salvatore Nuvoletta

Marano, città a nord di Napoli, all’apparenza un posto tranquillo. Salvatore Nuvoletta, carabiniere coraggioso, è stato ucciso il 2 luglio 1982. Il suo cognome per caso anche quello dei camorristi più potenti della zona. Due fratelli di Salvatore erano stati la scorta del generale Carlo Alberto dalla Chiesa che, pochi giorni prima di essere a sua volta ucciso, aveva incontrato il padre di Salvatore per testimoniargli la sua affettuosa solidarietà e la sua indignazione per quella barbara uccisione. 
"La mafia siciliana, su richiesta del clan Nuvoletta, si era incaricata di eseguire l’omicidio per conto del clan dei casalesi, e aveva imposto a tutti l’omertà assoluta." Salvatore doveva pagare uno "sgarro" fatto a uno dei boss emergenti della zona. Francesco Schiavone, "Sandokan", allora era autista e killer di fiducia di Antonio Bardellino, capo del clan dei Casalesi. Un cugino di "Sandokan" era stato ucciso in uno scontro a fuoco (a cui Salvatore non aveva neppure partecipato) con i carabinieri nel giugno del 1982 nei pressi di Casal di Principe. Un delatore, i pentiti indicano il maresciallo Matassino, aveva fatto il nome di Salvatore come responsabile di quell’uccisione.
Sardo presenta il quadro in cui tutto ciò avviene, la lotta interna alla camorra, che si conclude con la sconfitta dei cutoliani, il sangue che scorre e insanguina le strade, un’altra guerra interna alla Nuova Famiglia per la volontà dei Nuvoletta, alleati dei corleonesi, di primeggiare: stragi, mattanze, orrori infiniti e nuove alleanze politiche.
Viene raccontato l’agguato mortale e la prontezza di Salvatore, un ragazzo ventenne da tempo minacciato, di allontanare da sé Bruno il bambino che era con lui quando i killer si avvicinano per ucciderlo che, oggi, ormai adulto, pizzaiolo in Germania, parla e racconta la sua riconoscenza,

Federico Del Prete

Casal di Principe, 18 febbraio 2002. Terza vittima innocente, Federico Del Prete, un sindacalista che stava intralciando gli affari della camorra, ucciso nel suo ufficio da un killer. Era la vigilia del processo al vigile che Federico aveva denunciato: riscuoteva il pizzo per la camorra dai commercianti.
A trovarlo,sanguinante a terra, il figlio diciottenne Vincenzo. Federico aveva fondato il sindacato a Casal di Principe, 3.000 iscritti con sede regionale a Salerno. Numerose minacce, tanti avvertimenti: le misure di tutela erano state pochissime e pochissimi i gesti di solidarietà dei suoi concittadini, clamorose le assenza al funerale, ben poco, quasi nulla da parte dello Stato per qaiutare i familiari.
Ecco le "colpe" che decretarono la morte di Federico: denunce alle istituzioni e alla stampa, circostanziate, precise, perché i commercianti taglieggiati si sentissero meno soli. Grazie a queste si riuscì a incastrare il vigile corrotto, a provare che raccoglieva il pizzo per la camorra e il vigile Sorrentino fu condannato. Fu proprio Raffaele Cantone, pochi giorni prima di lasciare la Dda, a depositare gli atti del procedimento relativo all’omicidio di Federico: autore materiale, reo confesso, il collaboratore di giustizia Antonio Corvino, incaricato del delitto dai capi del clan Schiavone.

F.Imposimato

Ferdinando Imposimato

Maddaloni, 11 ottobre 1983, viene ucciso Franco Imposimato, impiegato alla Face Standard, pittore per passione, fratello di Ferdinando, giudice a Roma. A parlare di lui i due figli e la moglie sofferente ancora per le due pallottole che la colpirono nell’attentato al marito.
Raffaele Ligato e Antonio Abbate, i due killer del clan Lubrano-Nuvoletta, affiliato a Cosa Nostra siciliana vennero mandati da Pippo Calò, il "Papa" di Cosa Nostra per fermare le indagini di Ferdinando Imposimato sulla morte di Domenico Balducci, usuraio romano della banda della Magliana che prestava soldi all’alta borghesia romana (esponenti dei servizi segreti, massoni e piduisti…). Le indagini di Ferdinando Imposimato stavano per arrivare al cuore di Cosa Nostra e così fu decisa la condanna a morte del fratello.
Anche in questo caso le minacce, puntualmente arrivate, erano state del tutto sottovalutate. Dopo 17 anni da quel delitto i responsabili sono stati condannati: Pippo Calò, Antonio Abbate e Raffaele Ligato ebbero l’ergastolo. Vincenzo Lubrano morì nel 2007. 
Maria Luisa Rossi, la moglie di Federico, è morta il 5 febbraio 2008: dall’11 ottobre 1983 non si era più ripresa.

Vittima camorra

Una vittima "per caso", qui onorata, è Attilio Romanò. A parlarne è la giovane moglie, Nata, che quel 24 gennaio 2005 era sposata ad Attilio da soli quattro mesi. Attilio aveva aperto un negozio di telefonia con un amico, in una zona pericolosa di Napoli, a Secondigliano, poco lontano dal quartiere Scampia. Il killer entra nel negozio, Attilio è seduto al computer, si alza e chiede a quello che crede un cliente che cosa desidera: la risposta sono quattro colpi di pistola a bruciapelo. Era stato scambiato per il suo socio, parente alla lontana (ma senza nessun coinvolgimento) con Rosario Pariante, esponente degli "scissionisti" di Scampia. Nessuno vide niente, nessuno udì niente.
Raffaele Sardo racconta al lettore, in modo chiaro e puntuale, la guerra di Scampia: è importante capire, avere la corretta informazione su quello che avviene (e sul perché avviene) in quella zona così travagliata.
Per la giovane moglie, distrutta dal lutto, è stato poi fondamentale l’incontro con Libera, l’associazione antimafia fondata da don Ciotti.
Questo è il messaggio fondamentale: sapere che c’è qualcuno che spera, che crede e che opera, perché la criminalità organizzata sia sconfitta. È importante il coraggio di chi si espone, ma anche quello di chi sostiene, incoraggia sorregge chi non ha più fiducia.
L’ultimo morto di camorra, l’ultimo ad essere qui ricordato è Alberto Varone, un piccolo imprenditore, distributore di giornali e mobiliere, di Sessa Aurunca, crivellato di colpi nella sua macchina il 24 luglio 1991.
Mario Esposito capo del clan dei "Muzzuni" voleva rilevare il negozio di Alberto, ma lui non aveva voluto cederlo nonostante le intimidazioni. La sua morte doveva servire d’esempio agli altri: non si dice mai di no alla camorra.

Funerale vittima camorra



Questo è il messaggio che noi lettori raccogliamo: dobbiamo grande riconoscenza a tutti coloro che a costo della vita non hanno chinato la testa, dobbiamo fare fronte comune, essere vicini ai familiari, dobbiamo fare qualcosa e, ognuno per quello che può, agire.  


Grazia Casagrande, 28 novembre 2008 (Da WUZ Cultura & Spettacolo)

 



 

Roberto Saviano

UNA   SENTINELLA


DELLA   MEMORIA



L’Introduzione di Roberto Saviano



 

 

Raffaele Sardo è un giornalista che da molto tempo ha deciso di custodire il territorio in cui è nato. Custodirlo nella memoria della cronaca, nella scelta di non andare via, di non occuparsi di altro, di non fingere di non vedere e di non sottovalutare. Di non lasciarsi affascinare da certi atteggiamenti che hanno caratterizzato gran parte di coloro che si definivano "riformatori", come quello di parlare solo della bellezza storica, territoriale per esaltare un Sud troppo martoriato nel racconto mediatico: purtroppo questo tipo di atteggiamento non è servito a valorizzare le ricchezze e i talenti ma a coprire i misfatti delle terre del Sud. Questo, Raffaele Sardo non l’ha fatto. Non si è lasciato stringere nella morsa contraddittoria per cui se parli di certe questioni infanghi la tua terra e invece se non ne parli la rispetti. Ha compreso subito la perversione di questa logica omertosa, che otteneva solo di accentuare un interesse localissimo per certe vicende e un disinteresse nazionale che finiva col favorire i profitti dei clan. Custodire la memoria in terra di camorra significa custodire il vaccino contro certi poteri, non dimenticare che le maschere di chi ha dominato queste terre in passato vengono indossate dai potenti di oggi. Dinanzi a Sardo, invece, sembra essere sempre presente la posizione che Paolo Borsellino espresse nella sua ultima lettera: «… avevo scelto di rimanere in Sicilia e a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso a occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi». Sardo si è sentito erede di tutti coloro che non hanno mai smesso di guardare in faccia il potere e, nel corso degli anni, come cronista di diverse testate – dall’Unità a Repubblica passando per Diario -, non ha mai smesso di scrivere per capire. Ha fondato un suo giornale, Lo Spettro, tra difficoltà economiche estreme e un’esperienza, quella dello Spettro, segnata dalla difficoltà di trovare finanziatori in una provincia come quella casertana e più latamente meridionale popolata di editori corrotti e giornali locali che sono fonti preziose di informative per la polizia e di indiscrezioni ma che spesso sembrano avere l’unico obbiettivo di raccontare il crimine ai criminali.
Raffaele Sardo è stato per anni un riferimento in una terra dove i giornali locali erano pieni di contraddizioni. Dove l’informazione di camorra era monopolizzata da testate dirette da imprenditori collusi, dove i cronisti erano saccheggiatori di informative senza partire da esse per fare analisi. Dove i quotidiani servivano a diffamare. Questo clima di diffamazione verso chi parla di camorra prospera proprio perché chi parla sconta il peso della propria debolezza. In un’intercettazione nell’ambito dell’inchiesta sul consorzio di rifiuti Ce4 coordinata dall’Antimafia di Napoli emerge un risvolto inquietantissimo: il progetto di comprare i giornalisti e condizionare con la pubblicità i giornali locali. In una terra dove il più grande processo di mafia degli ultimi quindici anni, il processo Spartacus, si è svolto senza ricevere attenzione nazionale, è molto semplice agire. Basta condizionare il territorio, e l’affare sporco è protetto. Perché, secondo quanto viene detto nelle telefonate, «se non ne parlano i giornali non si muove la magistratura». Prima o poi si indagherà sulle connivenze della stampa locale che, fingendo di essere antimafia, fa un’informazione ambigua, legata a imprenditori (spesso anche editori) che riportano le azioni dei killer di camorra ma non disdegnano i capitali dei boss che comandano quelle paranze di fuoco. In provincia di Caserta un editore di giornali locali è stato arrestato qualche anno fa per estorsione a mezzo stampa, accusato cioè di usare i propri giornali come strumenti per diffamare o astenersi dal diffamare in cambio di soldi. Tutto questo sta emergendo lentamente, e molto dovrà ancora essere portato alla luce: sarà più facile se l’attenzione legata ai più recenti fatti di cronaca genererà un’opportunità più duratura di essere ascoltato e preso sul serio per chi si occupa di questi temi.
Sardo ha avuto il merito di essere un riferimento. Soprattutto nei momenti di riflusso, quando di tutto si parla fuorché di queste vicende e il silenzio fa sì che l’opinione pubblica possa credere a una possibile assenza di questi poteri, assenza di certe logiche, assenza di certi business. E invece tutto è coperto ma florido. Ma per tutti i cronisti nazionali che venivano a informarsi Sardo è stato lì. Presente! E in questo libro mostra la sua memoria. La mostra raccontando di vittime. Di vite umane -spezzate, recise, ammazzate. Molto tempo fa si occupò di don Peppino Diana, e se ne occupò in un momento in cui non era facile farlo. Quando don Peppino era stato diffamato, vilipeso, distrutto dai giornali locali. Titoli orrendi che ne infangavano la memoria con l’unico obiettivo di non permettere che la sua storia potesse essere un punto di riferimento nazionale, che i suoi scritti potessero diffondersi. Perché, e questa è la peculiarità del libro di Sardo, le vittime di cui parla non sono vittime conosciute, note a tutti, non hanno avuto pezzi in prima pagina e talk show, i loro familiari non sono stati filmati da telecamere, i funerali sono stati disertati da ministri e CNN, non c’è stata la BBC a riprendere i mazzi di fiori posati nei luoghi delle loro esecuzioni, la segatura gettata sul sangue non è stata fotografata, ma lavata con un getto di pompa appena il sangue si è rappreso e seccato. Il racconto di queste vite è purtroppo il racconto di colpevoli oblii.
Molte sono le vite spezzate raccontate in questo libro. Ne ricordo alcune, come quella di Salvatore Nuvoletta, un carabiniere ucciso nel 1982 quando aveva vent’anni. Un ragazzo. Lo uccisero i clan di Marano, gli uomini che comandavano il suo paese e che portavano il suo stesso cognome, Nuvoletta appunto. Ma né lui né la sua famiglia avevano niente a che fare con i Nuvoletta mafiosi, unica famiglia campana a sedere nella cupola di Cosa Nostra. Lo uccisero su ordine di Sandokan Schiavone che lo ritenne responsabile della morte di suo cugino Menelik, ucciso in un conflitto a fuoco con i Carabinieri. Salvatore aveva un bambino in braccio, quel pomeriggio. Accortosi che stavano per sparargli lo ha allontanato da sé, come lanciato lontano. Per questo gli hanno dato la medaglia d’oro al valor civile, per questo a Marano, quando vent’anni dopo l’hanno ricordato, quel bambino, ormai uomo fatto, è salito sul palco per ricordarlo con la sua presenza, emozionato, non riuscendo neanche a parlare.
Poi c’è Federico Del Prete, un sindacalista, ucciso nel 2002 e dimenticato, senza che una sola riga fosse tracciata sui giornali nazionali. Uno di quegli uomini dopo aver conosciuto la cui storia difficilmente si rimane impassibili. Ti si muove qualcosa dentro. Un sindacalista ammazzato perché non solo aveva denunciato il racket gestito da uomini del clan all’interno del corpo dei Vigili Urbani ma aveva creato una rete di denuncia, diffusa, per cercare di raccogliere e organizzare contro il racket la parte maggiore dei commercianti ambulanti e da loro poi allargarsi agli edili, e poi al settore degli appalti, e poi tentare di innescare una rete fitta, concreta contro i clan, una rete opposta e contraria alla loro. Dopo che per farlo desistere gli avevano offerto soldi e lucrosi affari in Venezuela, dopo che in tutti i modi avevano cercato di distoglierlo dai suoi intenti, Federico Del Prete fu ucciso a Gasai di Principe, proprio nella capitale dei clan, dove aveva deciso di stabilire la sede del suo sindacato per marcarli stretti, per vederli negli occhi. Sparato in petto e alla faccia, il giorno prima della sua testimonianza in tribunale.
E poi ancora Alberto Varone, 49 anni, un piccolo imprenditore di Sessa Aurunca ucciso perché non aveva voluto cedere al boss dei Muzzoni le proprie attività: un mobilificio e la distribuzione dei giornali. In quegli anni due snodi fondamentali per innescare reti economiche vincenti. Ucciso per dare l’esempio. Chi non obbedisce, chi non riconosce l’autorità non esiste. E Attilio Romano, ucciso mentre lavorava nel suo negozio per arrotondare, ucciso senza motivo, per mandare un messaggio. E poi la dolorosa, mai troppo ricordata vicenda di Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinando, ucciso a Maddaloni nel 1983. Un uomo condannato a morte attraverso un’alleanza trasversale. Camorra e Cosa Nostra. Una condanna emessa con ferocia e decisione per due motivi: per tentare di intimidire il fratello magistrato e fargli interrompere le indagini sui capitali che Pippo Calò aveva versato su Roma, e poi perché Franco era uno dei primi a interessarsi del problema delle cave, delle montagne sventrate, che divenivano calcestruzzo per i clan e poi discariche e polvere nei polmoni della gente. Due interessi perseguiti con un unico omicidio. Lo attesero, gli sbarrarono la strada, lo riempirono di proiettili.
Per tutti questi caduti nessun Presidente della Repubblica, nessun ministro, nessuna autorità. Un’assenza che ha generato nella popolazione come un senso di diffidenza. Accadde addirit¬tura, per Romano, che la cronaca nera si arrischiasse ad annove¬rarlo tra i morti di camorra; per Del Prete furono fatti, dalle auto¬rità, manifesti che invitavano i cittadini a partecipare al funerale – poi nessuna autorità si presentò. Ma di simili codardie è piena questa nostra terra.
Le pagine di questo libro hanno vita perché parlano di vite spese, sacrificate, rotte da una battaglia, quella contro i clan, della quale mai come in questi giorni si ha la consapevolezza che non è per nulla vinta, e che anzi assume sempre di più dimensioni e tempi che sanno di eterno. Raffaele Sardo diviene una sentinella della memoria inchiodata al territorio contro l’avanzare dell’oblio.

© 2008 ROBERTO SAVIANO

PUBLISHED BY ARRANGEMENT WITH ROBERTO SANTACHIARA LITERARY AGENCY

Raffaele Sardo

 

 

 

 

 

 

L’ AUTORE


Giornalista, laureato in scienze della comunicazione, vive e lavora in provincia di Caserta. Attualmente collabora con il quotidiano la Repubblica. Ha pubblicato Nogaro. Un vescovo di frontiera per Alfredo Guida Editore (1997) ed È marzo, la primavera sta per arrivare. Don Peppino Diana ucciso per amore del suo popolo per Edizioni Università per la legalità e lo sviluppo di Casal di Principe (2004).

 

 

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COMUNICATO STAMPA

 

 

“Armati di sola Penna “

Rassegna di scrittori e scritture per la legalità

 

 

LA BESTIA


Succivo   Secondo appuntamento questa sera  presso la sala convegni della Casa delle Arti, con la Rassegna  “Ciclo per la legalità. Armati di sola penna”.

L’iniziativa, inaugurata lo scorso 14 maggio e patrocinata dall’amministrazione comunale e, in particolare, dall’assessorato alla cultura retto dall’Avv. Vincenzo Pastena, ha già riscosso, nel primo appuntamento, un grande successo.

In quest’occasione sarà presentato “La bestia”, il libro di Raffaele Sardo , Melampo Editore, Milano.

L’autore, presente in sala, discuterà del suo volume e risponderà alle domande e alle curiosità dei presenti.

Interverranno il Sindaco, Francesco Papa, l’assessore alla cultura, Vincenzo Pastena, il Vicedirettore di “Fresco di Stampa”, Paolo Graziano, il magistrato del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Maria Rosaria Pupo e il dirigente del settore attività culturali del comune di Succivo, Salvatore D’Angelo.

“Sono davvero felice ed orgoglioso  ha dichiarato entusiasta l’assessore Vincenzo Pastena – del grande successo riscontrato dal primo appuntamento di questa iniziativa che la nostra amministrazione ha voluto fortemente.

E’ importante, oggi più che mai, sensibilizzare le famiglie, le scuole e tutte le istituzioni affinché il problema della camorra, che non è così lontano da noi come sembra, possa essere affrontato e la nostra amministrazione ha voluto farlo in un modo semplice e diretto, attraverso la presentazione di libri che hanno un unico filo conduttore: la camorra.

Il libro che presenteremo giovedì è il lavoro di un giornalista che da anni racconta ciò che è pericoloso raccontare, le tante, troppe azioni criminose della camorra. Raffaele Sardo in questo libro parla delle vittime, le vite spezzate da un potere maledetto, e maledettamente forte, e il dolore di chi è sopravvissuto, i familiari, gli amici.

Il libro ci consegna un ritratto sconvolgente della violenza della camorra, delle impunità e anche delle complicità quotidiane ma ci offre, al tempo stesso, un affresco reale del mondo delle vittime, nomi e cognomi ingiustamente dimenticati. Il sacerdote Don Peppe Diana, il carabiniere Salvatore Nuvoletta, il sindacalista Federico Del Prete. Sono questi i nomi simbolici a partire dai quali l´Autore racconta la camorra dell´ultimo quarto di secolo, la crescita del “Sistema” o più propriamente della “Bestia”.
Un ritratto sconvolgente – ha concluso Pastena – ma non rassegnato. Perché anche nella Gomorra assatanata di soldi e di potere c’è sempre qualcuno che difende a testa alta i valori dell´Italia civile”.

Pastena ha poi ricordato che i prossimi appuntamenti si terranno il 4 giugno con “Campania Infelix” di Bernardo Iovene e Nunzia Lombardi, l’11 giugno con “L’oro della camorra” di Rosaria Capacchione e ultimo l’8 luglio “Solo per giustizia” di Raffaele Cantone.

 

28/05/2009                                                                                               Ufficio stampa

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ALLA CASA DELLE ARTI IL SECONDO APPUNTAMENTO CON LA RASSEGNA “ARMATI DI SOLA PENNA”  QUESTA SERA ALLE  ORE 19.30  IN   CORSO SICILIA

 

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 LA BESTIA

 

LA BESTIA

di Raffaele Sardo

prefazione di Roberto Saviano

 

Camorra, storia di delitti, vittime e complici


"Una società che rifiuta la camorra è una società che si fonda anche sulla gratitudine e sul riconoscimento di ciò che le persone le danno."

Giornalista che da anni racconta ciò che è pericoloso raccontare, le tante, troppe azioni criminose della camorra, punto di riferimento per i giusti che vivono in quel territorio, elemento di discontinuità di un’informazione fortemente controllata, Raffaele Sardo in questo libro parla delle vittime, le vite spezzate da un potere maledetto, e maledettamente forte, e il dolore di chi è sopravvissuto, i familiari, gli amici.

Casal di Principe, nel cuore della camorra. La prima ad apparire è una madre dolorosa, Iolanda, una donna che piange ancora dopo anni, l’uccisione di suo figlio, un giovane prete, don Peppe Diana, il prete degli scout, ucciso nel marzo del 1994
Una folla immensa aveva assistito al funerale: la camorra che uccide un prete è troppo anche per chi è abituato ai suoi delitti.
Ora un gruppo di scout, come tanti altri in questi anni, va a trovare Iolanda e al santuario diventato nel tempo il luogo simbolo del movimento anticamorra, retto da don Paolo dell’Aversana, uno dei sacerdoti che firmò con don Peppe il documento Per amore del mio popolo.

Peppino Diana

È Iolanda a rievocare il giorno dell’agguato. I gesti quotidiani, la sveglia alle sei, il percorso da casa alla parrocchia (dieci minuti a piedi), l’entrata in sagrestia e la vestizione dei paramenti per la messa. Erano le 7,20. Un killer raggiunge don Peppino in sacrestia, tira fuori una pistola e spara quattro, cinque colpi.           
La guerra tra i clan Schiavone-Bidognetti e i clan Caterino-De Falco (siamo negli anni 1990-91) aveva insanguinato non solo Casal di Principe ma una serie di comuni della zona, e aveva visto la vittoria del primo. Nel Natale 1991 era uscito un documento, Per amore del mio popolo, firmato dai parroci della Foranìa di Casal di Principe che invitava il popolo a ribellarsi e condannava senza remore la camorra. Don Peppino Diana aveva parlato con i giovani,diffuso il documento. Il clan perdente, il Caterino-De Falco, nel decretare la morte di don Peppino sperava che la reazione repressiva dello Stato avrebbe decimato il clan avversario, il clan Schiavone- Bidognetti. Tentativi di depistaggio e calunnie non hanno impedito di ristabilire la verità: gli assassini nel 2003 e nel 2004 sono stati condannati. Una nota dolorosa: la Chiesa per molti anni è stata non solo tiepida, ma addirittura ostile alle commemorazioni di don Peppino.

salvatore Nuvoletta

Marano, città a nord di Napoli, all’apparenza un posto tranquillo. Salvatore Nuvoletta, carabiniere coraggioso, è stato ucciso il 2 luglio 1982. Il suo cognome per caso anche quello dei camorristi più potenti della zona. Due fratelli di Salvatore erano stati la scorta del generale Carlo Alberto dalla Chiesa che, pochi giorni prima di essere a sua volta ucciso, aveva incontrato il padre di Salvatore per testimoniargli la sua affettuosa solidarietà e la sua indignazione per quella barbara uccisione. 
"La mafia siciliana, su richiesta del clan Nuvoletta, si era incaricata di eseguire l’omicidio per conto del clan dei casalesi, e aveva imposto a tutti l’omertà assoluta." Salvatore doveva pagare uno "sgarro" fatto a uno dei boss emergenti della zona. Francesco Schiavone, "Sandokan", allora era autista e killer di fiducia di Antonio Bardellino, capo del clan dei Casalesi. Un cugino di "Sandokan" era stato ucciso in uno scontro a fuoco (a cui Salvatore non aveva neppure partecipato) con i carabinieri nel giugno del 1982 nei pressi di Casal di Principe. Un delatore, i pentiti indicano il maresciallo Matassino, aveva fatto il nome di Salvatore come responsabile di quell’uccisione.
Sardo presenta il quadro in cui tutto ciò avviene, la lotta interna alla camorra, che si conclude con la sconfitta dei cutoliani, il sangue che scorre e insanguina le strade, un’altra guerra interna alla Nuova Famiglia per la volontà dei Nuvoletta, alleati dei corleonesi, di primeggiare: stragi, mattanze, orrori infiniti e nuove alleanze politiche.
Viene raccontato l’agguato mortale e la prontezza di Salvatore, un ragazzo ventenne da tempo minacciato, di allontanare da sé Bruno il bambino che era con lui quando i killer si avvicinano per ucciderlo che, oggi, ormai adulto, pizzaiolo in Germania, parla e racconta la sua riconoscenza,

Federico Del Prete

Casal di Principe, 18 febbraio 2002. Terza vittima innocente, Federico Del Prete, un sindacalista che stava intralciando gli affari della camorra, ucciso nel suo ufficio da un killer. Era la vigilia del processo al vigile che Federico aveva denunciato: riscuoteva il pizzo per la camorra dai commercianti.
A trovarlo,sanguinante a terra, il figlio diciottenne Vincenzo. Federico aveva fondato il sindacato a Casal di Principe, 3.000 iscritti con sede regionale a Salerno. Numerose minacce, tanti avvertimenti: le misure di tutela erano state pochissime e pochissimi i gesti di solidarietà dei suoi concittadini, clamorose le assenza al funerale, ben poco, quasi nulla da parte dello Stato per qaiutare i familiari.
Ecco le "colpe" che decretarono la morte di Federico: denunce alle istituzioni e alla stampa, circostanziate, precise, perché i commercianti taglieggiati si sentissero meno soli. Grazie a queste si riuscì a incastrare il vigile corrotto, a provare che raccoglieva il pizzo per la camorra e il vigile Sorrentino fu condannato. Fu proprio Raffaele Cantone, pochi giorni prima di lasciare la Dda, a depositare gli atti del procedimento relativo all’omicidio di Federico: autore materiale, reo confesso, il collaboratore di giustizia Antonio Corvino, incaricato del delitto dai capi del clan Schiavone.

F.Imposimato

Ferdinando Imposimato

Maddaloni, 11 ottobre 1983, viene ucciso Franco Imposimato, impiegato alla Face Standard, pittore per passione, fratello di Ferdinando, giudice a Roma. A parlare di lui i due figli e la moglie sofferente ancora per le due pallottole che la colpirono nell’attentato al marito.
Raffaele Ligato e Antonio Abbate, i due killer del clan Lubrano-Nuvoletta, affiliato a Cosa Nostra siciliana vennero mandati da Pippo Calò, il "Papa" di Cosa Nostra per fermare le indagini di Ferdinando Imposimato sulla morte di Domenico Balducci, usuraio romano della banda della Magliana che prestava soldi all’alta borghesia romana (esponenti dei servizi segreti, massoni e piduisti…). Le indagini di Ferdinando Imposimato stavano per arrivare al cuore di Cosa Nostra e così fu decisa la condanna a morte del fratello.
Anche in questo caso le minacce, puntualmente arrivate, erano state del tutto sottovalutate. Dopo 17 anni da quel delitto i responsabili sono stati condannati: Pippo Calò, Antonio Abbate e Raffaele Ligato ebbero l’ergastolo. Vincenzo Lubrano morì nel 2007. 
Maria Luisa Rossi, la moglie di Federico, è morta il 5 febbraio 2008: dall’11 ottobre 1983 non si era più ripresa.

Vittima camorra

Una vittima "per caso", qui onorata, è Attilio Romanò. A parlarne è la giovane moglie, Nata, che quel 24 gennaio 2005 era sposata ad Attilio da soli quattro mesi. Attilio aveva aperto un negozio di telefonia con un amico, in una zona pericolosa di Napoli, a Secondigliano, poco lontano dal quartiere Scampia. Il killer entra nel negozio, Attilio è seduto al computer, si alza e chiede a quello che crede un cliente che cosa desidera: la risposta sono quattro colpi di pistola a bruciapelo. Era stato scambiato per il suo socio, parente alla lontana (ma senza nessun coinvolgimento) con Rosario Pariante, esponente degli "scissionisti" di Scampia. Nessuno vide niente, nessuno udì niente.
Raffaele Sardo racconta al lettore, in modo chiaro e puntuale, la guerra di Scampia: è importante capire, avere la corretta informazione su quello che avviene (e sul perché avviene) in quella zona così travagliata.
Per la giovane moglie, distrutta dal lutto, è stato poi fondamentale l’incontro con Libera, l’associazione antimafia fondata da don Ciotti.
Questo è il messaggio fondamentale: sapere che c’è qualcuno che spera, che crede e che opera, perché la criminalità organizzata sia sconfitta. È importante il coraggio di chi si espone, ma anche quello di chi sostiene, incoraggia sorregge chi non ha più fiducia.
L’ultimo morto di camorra, l’ultimo ad essere qui ricordato è Alberto Varone, un piccolo imprenditore, distributore di giornali e mobiliere, di Sessa Aurunca, crivellato di colpi nella sua macchina il 24 luglio 1991.
Mario Esposito capo del clan dei "Muzzuni" voleva rilevare il negozio di Alberto, ma lui non aveva voluto cederlo nonostante le intimidazioni. La sua morte doveva servire d’esempio agli altri: non si dice mai di no alla camorra.

Funerale vittima camorra



Questo è il messaggio che noi lettori raccogliamo: dobbiamo grande riconoscenza a tutti coloro che a costo della vita non hanno chinato la testa, dobbiamo fare fronte comune, essere vicini ai familiari, dobbiamo fare qualcosa e, ognuno per quello che può, agire.  


Grazia Casagrande, 28 novembre 2008 (Da WUZ Cultura & Spettacolo)

 



 

Roberto Saviano

Una sentinella della

memoria

L’Introduzione di Roberto Saviano



 

 

Raffaele Sardo è un giornalista che da molto tempo ha deciso di custodire il territorio in cui è nato. Custodirlo nella memoria della cronaca, nella scelta di non andare via, di non occuparsi di altro, di non fingere di non vedere e di non sottovalutare. Di non lasciarsi affascinare da certi atteggiamenti che hanno caratterizzato gran parte di coloro che si definivano "riformatori", come quello di parlare solo della bellezza storica, territoriale per esaltare un Sud troppo martoriato nel racconto mediatico: purtroppo questo tipo di atteggiamento non è servito a valorizzare le ricchezze e i talenti ma a coprire i misfatti delle terre del Sud. Questo, Raffaele Sardo non l’ha fatto. Non si è lasciato stringere nella morsa contraddittoria per cui se parli di certe questioni infanghi la tua terra e invece se non ne parli la rispetti. Ha compreso subito la perversione di questa logica omertosa, che otteneva solo di accentuare un interesse localissimo per certe vicende e un disinteresse nazionale che finiva col favorire i profitti dei clan. Custodire la memoria in terra di camorra significa custodire il vaccino contro certi poteri, non dimenticare che le maschere di chi ha dominato queste terre in passato vengono indossate dai potenti di oggi. Dinanzi a Sardo, invece, sembra essere sempre presente la posizione che Paolo Borsellino espresse nella sua ultima lettera: «… avevo scelto di rimanere in Sicilia e a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso a occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi». Sardo si è sentito erede di tutti coloro che non hanno mai smesso di guardare in faccia il potere e, nel corso degli anni, come cronista di diverse testate – dall’Unità a Repubblica passando per Diario -, non ha mai smesso di scrivere per capire. Ha fondato un suo giornale, Lo Spettro, tra difficoltà economiche estreme e un’esperienza, quella dello Spettro, segnata dalla difficoltà di trovare finanziatori in una provincia come quella casertana e più latamente meridionale popolata di editori corrotti e giornali locali che sono fonti preziose di informative per la polizia e di indiscrezioni ma che spesso sembrano avere l’unico obbiettivo di raccontare il crimine ai criminali.
Raffaele Sardo è stato per anni un riferimento in una terra dove i giornali locali erano pieni di contraddizioni. Dove l’informazione di camorra era monopolizzata da testate dirette da imprenditori collusi, dove i cronisti erano saccheggiatori di informative senza partire da esse per fare analisi. Dove i quotidiani servivano a diffamare. Questo clima di diffamazione verso chi parla di camorra prospera proprio perché chi parla sconta il peso della propria debolezza. In un’intercettazione nell’ambito dell’inchiesta sul consorzio di rifiuti Ce4 coordinata dall’Antimafia di Napoli emerge un risvolto inquietantissimo: il progetto di comprare i giornalisti e condizionare con la pubblicità i giornali locali. In una terra dove il più grande processo di mafia degli ultimi quindici anni, il processo Spartacus, si è svolto senza ricevere attenzione nazionale, è molto semplice agire. Basta condizionare il territorio, e l’affare sporco è protetto. Perché, secondo quanto viene detto nelle telefonate, «se non ne parlano i giornali non si muove la magistratura». Prima o poi si indagherà sulle connivenze della stampa locale che, fingendo di essere antimafia, fa un’informazione ambigua, legata a imprenditori (spesso anche editori) che riportano le azioni dei killer di camorra ma non disdegnano i capitali dei boss che comandano quelle paranze di fuoco. In provincia di Caserta un editore di giornali locali è stato arrestato qualche anno fa per estorsione a mezzo stampa, accusato cioè di usare i propri giornali come strumenti per diffamare o astenersi dal diffamare in cambio di soldi. Tutto questo sta emergendo lentamente, e molto dovrà ancora essere portato alla luce: sarà più facile se l’attenzione legata ai più recenti fatti di cronaca genererà un’opportunità più duratura di essere ascoltato e preso sul serio per chi si occupa di questi temi.
Sardo ha avuto il merito di essere un riferimento. Soprattutto nei momenti di riflusso, quando di tutto si parla fuorché di queste vicende e il silenzio fa sì che l’opinione pubblica possa credere a una possibile assenza di questi poteri, assenza di certe logiche, assenza di certi business. E invece tutto è coperto ma florido. Ma per tutti i cronisti nazionali che venivano a informarsi Sardo è stato lì. Presente! E in questo libro mostra la sua memoria. La mostra raccontando di vittime. Di vite umane -spezzate, recise, ammazzate. Molto tempo fa si occupò di don Peppino Diana, e se ne occupò in un momento in cui non era facile farlo. Quando don Peppino era stato diffamato, vilipeso, distrutto dai giornali locali. Titoli orrendi che ne infangavano la memoria con l’unico obiettivo di non permettere che la sua storia potesse essere un punto di riferimento nazionale, che i suoi scritti potessero diffondersi. Perché, e questa è la peculiarità del libro di Sardo, le vittime di cui parla non sono vittime conosciute, note a tutti, non hanno avuto pezzi in prima pagina e talk show, i loro familiari non sono stati filmati da telecamere, i funerali sono stati disertati da ministri e CNN, non c’è stata la BBC a riprendere i mazzi di fiori posati nei luoghi delle loro esecuzioni, la segatura gettata sul sangue non è stata fotografata, ma lavata con un getto di pompa appena il sangue si è rappreso e seccato. Il racconto di queste vite è purtroppo il racconto di colpevoli oblii.
Molte sono le vite spezzate raccontate in questo libro. Ne ricordo alcune, come quella di Salvatore Nuvoletta, un carabiniere ucciso nel 1982 quando aveva vent’anni. Un ragazzo. Lo uccisero i clan di Marano, gli uomini che comandavano il suo paese e che portavano il suo stesso cognome, Nuvoletta appunto. Ma né lui né la sua famiglia avevano niente a che fare con i Nuvoletta mafiosi, unica famiglia campana a sedere nella cupola di Cosa Nostra. Lo uccisero su ordine di Sandokan Schiavone che lo ritenne responsabile della morte di suo cugino Menelik, ucciso in un conflitto a fuoco con i Carabinieri. Salvatore aveva un bambino in braccio, quel pomeriggio. Accortosi che stavano per sparargli lo ha allontanato da sé, come lanciato lontano. Per questo gli hanno dato la medaglia d’oro al valor civile, per questo a Marano, quando vent’anni dopo l’hanno ricordato, quel bambino, ormai uomo fatto, è salito sul palco per ricordarlo con la sua presenza, emozionato, non riuscendo neanche a parlare.
Poi c’è Federico Del Prete, un sindacalista, ucciso nel 2002 e dimenticato, senza che una sola riga fosse tracciata sui giornali nazionali. Uno di quegli uomini dopo aver conosciuto la cui storia difficilmente si rimane impassibili. Ti si muove qualcosa dentro. Un sindacalista ammazzato perché non solo aveva denunciato il racket gestito da uomini del clan all’interno del corpo dei Vigili Urbani ma aveva creato una rete di denuncia, diffusa, per cercare di raccogliere e organizzare contro il racket la parte maggiore dei commercianti ambulanti e da loro poi allargarsi agli edili, e poi al settore degli appalti, e poi tentare di innescare una rete fitta, concreta contro i clan, una rete opposta e contraria alla loro. Dopo che per farlo desistere gli avevano offerto soldi e lucrosi affari in Venezuela, dopo che in tutti i modi avevano cercato di distoglierlo dai suoi intenti, Federico Del Prete fu ucciso a Gasai di Principe, proprio nella capitale dei clan, dove aveva deciso di stabilire la sede del suo sindacato per marcarli stretti, per vederli negli occhi. Sparato in petto e alla faccia, il giorno prima della sua testimonianza in tribunale.
E poi ancora Alberto Varone, 49 anni, un piccolo imprenditore di Sessa Aurunca ucciso perché non aveva voluto cedere al boss dei Muzzoni le proprie attività: un mobilificio e la distribuzione dei giornali. In quegli anni due snodi fondamentali per innescare reti economiche vincenti. Ucciso per dare l’esempio. Chi non obbedisce, chi non riconosce l’autorità non esiste. E Attilio Romano, ucciso mentre lavorava nel suo negozio per arrotondare, ucciso senza motivo, per mandare un messaggio. E poi la dolorosa, mai troppo ricordata vicenda di Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinando, ucciso a Maddaloni nel 1983. Un uomo condannato a morte attraverso un’alleanza trasversale. Camorra e Cosa Nostra. Una condanna emessa con ferocia e decisione per due motivi: per tentare di intimidire il fratello magistrato e fargli interrompere le indagini sui capitali che Pippo Calò aveva versato su Roma, e poi perché Franco era uno dei primi a interessarsi del problema delle cave, delle montagne sventrate, che divenivano calcestruzzo per i clan e poi discariche e polvere nei polmoni della gente. Due interessi perseguiti con un unico omicidio. Lo attesero, gli sbarrarono la strada, lo riempirono di proiettili.
Per tutti questi caduti nessun Presidente della Repubblica, nessun ministro, nessuna autorità. Un’assenza che ha generato nella popolazione come un senso di diffidenza. Accadde addirit¬tura, per Romano, che la cronaca nera si arrischiasse ad annove¬rarlo tra i morti di camorra; per Del Prete furono fatti, dalle auto¬rità, manifesti che invitavano i cittadini a partecipare al funerale – poi nessuna autorità si presentò. Ma di simili codardie è piena questa nostra terra.
Le pagine di questo libro hanno vita perché parlano di vite spese, sacrificate, rotte da una battaglia, quella contro i clan, della quale mai come in questi giorni si ha la consapevolezza che non è per nulla vinta, e che anzi assume sempre di più dimensioni e tempi che sanno di eterno. Raffaele Sardo diviene una sentinella della memoria inchiodata al territorio contro l’avanzare dell’oblio.

© 2008 ROBERTO SAVIANO

PUBLISHED BY ARRANGEMENT WITH ROBERTO SANTACHIARA LITERARY AGENCY

Raffaele Sardo

 

 

 

 

 

 

L’ AUTORE


Giornalista, laureato in scienze della comunicazione, vive e lavora in provincia di Caserta. Attualmente collabora con il quotidiano la Repubblica. Ha pubblicato Nogaro. Un vescovo di frontiera per Alfredo Guida Editore (1997) ed È marzo, la primavera sta per arrivare. Don Peppino Diana ucciso per amore del suo popolo per Edizioni Università per la legalità e lo sviluppo di Casal di Principe (2004).

 

 

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COMUNICATO STAMPA

 

 

“Armati di sola Penna “

Rassegna di scrittori e scritture per la legalità

 

 

LA BESTIA


Succivo   Secondo appuntamento questa sera  presso la sala convegni della Casa delle Arti, con la Rassegna  “Ciclo per la legalità. Armati di sola penna”.

L’iniziativa, inaugurata lo scorso 14 maggio e patrocinata dall’amministrazione comunale e, in particolare, dall’assessorato alla cultura retto dall’Avv. Vincenzo Pastena, ha già riscosso, nel primo appuntamento, un grande successo.

In quest’occasione sarà presentato “La bestia”, il libro di Raffaele Sardo , Melampo Editore, Milano.

L’autore, presente in sala, discuterà del suo volume e risponderà alle domande e alle curiosità dei presenti.

Interverranno il Sindaco, Francesco Papa, l’assessore alla cultura, Vincenzo Pastena, il Vicedirettore di “Fresco di Stampa”, Paolo Graziano, il magistrato del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Maria Rosaria Pupo e il dirigente del settore attività culturali del comune di Succivo, Salvatore D’Angelo.

“Sono davvero felice ed orgoglioso  ha dichiarato entusiasta l’assessore Vincenzo Pastena – del grande successo riscontrato dal primo appuntamento di questa iniziativa che la nostra amministrazione ha voluto fortemente.

E’ importante, oggi più che mai, sensibilizzare le famiglie, le scuole e tutte le istituzioni affinché il problema della camorra, che non è così lontano da noi come sembra, possa essere affrontato e la nostra amministrazione ha voluto farlo in un modo semplice e diretto, attraverso la presentazione di libri che hanno un unico filo conduttore: la camorra.

Il libro che presenteremo giovedì è il lavoro di un giornalista che da anni racconta ciò che è pericoloso raccontare, le tante, troppe azioni criminose della camorra. Raffaele Sardo in questo libro parla delle vittime, le vite spezzate da un potere maledetto, e maledettamente forte, e il dolore di chi è sopravvissuto, i familiari, gli amici.

Il libro ci consegna un ritratto sconvolgente della violenza della camorra, delle impunità e anche delle complicità quotidiane ma ci offre, al tempo stesso, un affresco reale del mondo delle vittime, nomi e cognomi ingiustamente dimenticati. Il sacerdote Don Peppe Diana, il carabiniere Salvatore Nuvoletta, il sindacalista Federico Del Prete. Sono questi i nomi simbolici a partire dai quali l´Autore racconta la camorra dell´ultimo quarto di secolo, la crescita del “Sistema” o più propriamente della “Bestia”.
Un ritratto sconvolgente – ha concluso Pastena – ma non rassegnato. Perché anche nella Gomorra assatanata di soldi e di potere c’è sempre qualcuno che difende a testa alta i valori dell´Italia civile”.

Pastena ha poi ricordato che i prossimi appuntamenti si terranno il 4 giugno con “Campania Infelix” di Bernardo Iovene e Nunzia Lombardi, l’11 giugno con “L’oro della camorra” di Rosaria Capacchione e ultimo l’8 luglio “Solo per giustizia” di Raffaele Cantone.

 

28/05/2009                                                                                               Ufficio stampa

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TRE TESTI  SUL TERREMOTO AQUILANO. TRE SENSIBILITA’ CHE SI MISURANO DIVERSAMENTE CON LO STESSO AVVENIMENTO.

 

UN POEMETTO DI 333 VERSI DI GIUSEPPE LIMONE, GIURISTA, FILOSOFO E POETA DI SENSIBILITA’ CRISTIANA E DI SFAVILLANTE VISIONE IMMAGINIFICA, CALIBRATA DA UNA GRANDE MAESTRIA RETORICA DELL’IO POETANTE, CHE SI FA NOI. QUI LA "MISE EN ABIME" NON E’ SOLO "MITOPOIETICA", MA ANCHE PRESCRITTIVA, DATA DA UN GRANDE E CONTROLLATO LAVORO SULLE "IMMAGINI" EVOCATE DAL DISASTRO AQUILANO E PRETESTO PER CONTINUARE UN "DISCORSO" TEOLOGICO E FILOSOFICO CHE VIENE DA LONTANO, E CHE -LO SI CONDIVIDA O MENO – SI SERVE DEL MEDIUM POETICO CON GRANDE MAESTRIA.

 

UN OCCHIO STRANIERO E PARTECIPE ( VÉRONIQUE VERGÉ), LA CUI VISIONE "DISTACCATA, OGGETTUALIZZATA"  SI RIVELA PER ESSERE UN REPORTAGE-PIANO SEQUENZA    "A DISSOLVENZE INCROCIATE" MOLTO PIU’ EFFICACE, EMOTIVAMENTE, DI TANTE IMMAGINI TELEVISIVE. EPPURE DA LI’ , DALLA TV, PRENDE LE MOSSE .

 

INFINE UNA SINTETICA, LAICA E ANTIRETORICA “VISIONE  DEL DISASTRO” , IN CUI IL FENOMENO SISMICO E’ EMBLEMA D’ALTRO, D’UNA MORTE REALE CHE S’AGGIUNGE A QUELLA “VIRTUALE” DI TANTI MUTI TESTIMONI DEL “SILENZIO” D’UNA CIVILTA’ INCAPACE DI VERA COMUNICAZIONE. (FRANZ KRAUSPENHAAR. MILANESISSIMO, NONOSTANTE LE GENERALITA’).


VISIONI TUTTE E TRE LEGATE DAL "FIL ROUGE" DEL TERREMOTO COME PRETESTO  PER "PORTARE IL DISCORSO" SU ALTRO, SULLA CRISI DELL’IO E DEL "NOI" INTESO COME CRISI DI UN MONDO, DI UNA CIVILTA’.

 

 

                                                                               

  

 

 

 

VZ_Klaipeda_20016[1]

 

 

 

 

 






L’AQUILA, 6 APRILE 2009

 

                                                                          Alla dignità del popolo aquilano.

                                                                          Al cuore della sua altezza,

                                                                         all’altezza del suo cuore.

 

 

rovine









 


 

 

di Giuseppe Limone

 

 

Il dì sesto di aprile, la notte delle Palme

come un ladro

un drago di fuoco ci destò

dalle viscere del buio,

squarciandoci le porte

e l’anima

in un soqquadro di volti

truciolati da lampi.

                               Tutta

si liquefece la memoria

nostra,

sbranata in un’alluvione di specchi.

Frugati

nudi da un terrore fummo,

serpi di grida,

manichini rotti,

polveriera di gemiti,

apocalissi di fuggenti, stracci

di secondi rallentati

in un capogiro di terra

come sauro che ruota

e fissa

in un boato

bianco,

squalo unico muto.

Tutto è macerie e pietre,

e macilenta

è l’anima

come un mare di sale,

dragata dalla morte della luce.

Siamo il resto del mondo.

Non c’è sguardo

su noi.

Inesistenti senz’ombre.

Il cielo non ha lacrime, le nostre

lacrime non hanno cielo.

                                        Un padre cerca, frugando

fra le pietre a mani nude,

il figlio

sul filo d’un lamento come luce.

Ogni vita è rubata. Sepolti

nel silenzio, tutto è tomba di vivi

a cielo crudo.

Siamo terra di morti. Nulla

più ci somiglia

se non un’orda

di bruchi

senz’anima.

Unica superstite è la luna.

                                             Un graffio

di ricordo

a vetro stride

solforico sul sangue.

                                   Estratti

vivi dalla sorte

delle pietre,

ogni volto è un risorto.

                                     In un rosario

di giorni

sotto un sudario di paure

abbiamo contato

i nostri

morti.

Uno

per uno,

viso per viso,

pallore per pallore,

sotto gli occhi del mondo

in un pallottoliere di ricordi

e strazi.

Sola regna la morte.

                               Qualche mano

corre, precede

la speranza. La paura abbaia.

Un sol minuto

ci ha uguagliati nel tempo

al mondo intero. Ci ha

retrocessi di secoli

fra tende,

livellandoci agli avi.

                                Un  sol minuto

ci confessa che la città globale prima

è la paura

e il pianeta che trema

e l’aria una

che fa il giro del mondo.

Siamo terra di morti. L’uno con l’altro

ci accomuna e distingue la pietà.

Solo ora sappiamo che per anni

dormimmo sul vuoto

di edifici all’orologeria,

in una polveriera di sabbie,

affidati alle colpe

di chi un giorno quotò

in borsa i respiri

nostri,

giocandoli al tavolo dei sismi.

                                                Solo ora

sappiamo che per anni

dormimmo in braccio a rottami,

a copie di uomini che hanno

denaro per cuore e che non sanno

chiedere perdono.

                            La loro fame

ci ha resi all’improvviso,

fra tende e pianti,

gratuiti attori di un reality show.

                                                   Uomini

ci ridussero in briciole,

uomini ci soccorrono.

                                   Noi

vi chiediamo perdono

se, offuscati, non sempre discerniamo fra loro. Uomini furono

quelli che, a freddo, ci sterminarono a Onna; uomini, forse, saranno

quelli che sciameranno da noi, nuovi

cercatori d’oro

sporco. Non chiedeteci per chi tremò il terremoto.

Esso tremò per tutti,

per voi e noi,

formiche della terra,

colonie di ragni

inginocchiati

sulle proprie paure.

Un terremoto è nulla

per il cosmo,

e noi

nulla di nulla,

ma semi di rose. Come

messaggi in bottiglia nel mare del creato.

La notte delle Palme ci ha snudati

alla luce.

Ci ha rubato

la vita. Ci ha issati

su un asino straziato

alla volta d’un tempio

ignoto.

Grande si fa la paura,

piccolo il mondo

intorno a noi,

intorno ai nostri visceri indifesi.

                                                   Siamo

stati scoperti

stazioni mobili

su una faglia del globo, nevralgia

sulle derive dei continenti,

all’improvviso

colti in un lampo all’ingranditore.

Fa importanti il dolore,

se importante è l’onore

di chi lo vede.

La pena di un popolo è di tutti,

come un furto del sole.

File di bare bianche

si affacciano sul mondo e siamo

mappe di croci:

bimbi esposti alla luce

per l’addio,

orfani di padri

restati vivi,

piccole radici

trafugate al filo del respiro,

fronti deposte

sul destino,

come strette di mani

senza dita,

come lacrime

rubate al pianto,

come parole che non possono dormire,

come il corrersi incontro

senza braccia,

come strozzate luci,

come cave canne

di preghiere estirpate. 

                                     Signore,

siamo crepe di ricordi. Il sole

ha fatto man bassa di noi,

ci ha chiusi nelle nostre vite

e ha gettato la chiave.

Dove ci assediò la fame

d’oro,

ora ci assedia la paura. Dove

ci assediò la paura,

ora ci soccorre la pietà.

            Vi chiediamo perdono

se non distinguiamo ancora bene

fra chi ci ama perché ha paura

e chi ha paura perché ci ama.

                                                Il tremore

della terra

non ha solo sciami,

ma peristalsi di repliche

nel cuore.

                                     Ora la terra trema

anche della nostra paura.

Ha natura retrattile il dolore,

che ci accascia e dà volo.

                                         Forse siamo

la metafora viva di un mondo

improvviso

che senza malta esplode

come in un’osteoporosi programmata

da noi su noi.

                       La follia

è il nostro filo d’erba

a cui si appende

la speranza di tornare

sul ciglio dell’essere

dal pendolo che oscilla

sulle nostre paure.

La nostra meraviglia è la speranza

di essere ancor uomini,

esseri fatti di terra

che guardano in alto,

                                   ora risorti

dalle crepe

per un sisma di dentro

che ci alzò,

                                 creati dai soccorsi

di occhi che ci credono fratelli.

A tutti occorre

qualcosa che riscaldi il cuore.

                                                 Fra le crepe c’è un filo.

                                                 Ora si leva

da una promessa di varco

l’Aquila,

il sole,

il ricordo dei giorni derelitti,

le storie, le memorie, le mura patrie,

i padri, i figli, i visi del bestiame,

uno per uno amati,

i volti irremovibili dei morti,

la farfalla che torna

a tremare sul nettare del fiore.

Dalle viscere aperte della terra emerse la paura.

                                                                            Ora

dalle viscere aperte d’una madre

scoppia un nuovo nato

– carne da carne, senza carne sola.

Una necessità ci fa liberi

se indica una luce.

                              Forse c’è un tempo

in cui si scopre che

infinito è un fiore,

se un’anima lo vede.

                                  Non ci basta il dolore

a salvarci

né la pietà

dei tempi carsici

né le emozioni

a geometrie variabili del mondo.

Al sisma della terra

un sisma delle viscere risponde,

papavero dal fuoco.

Abbiamo fame di fede.

Come l’eruzione dell’erba,

che è possibile per necessità.

                                              Come lo scoppio

d’un bimbo,

che fa sangue ma è luce.

                                       Questa fame

assomiglia

a un orgoglio

ma è un tic dell’anima,

una legge della Terra,

una gravitazione cosmica,

un istinto di pastori,

come un sisma di dentro,

oriundo della luce.

                              Una vita

vive solo se un piccolo nulla si accende:

come un dito di bimbo o un fil di voce.

Una vita

è un battito di ciglia: si replica

e non può essere impedito. Dal crepaccio

scoppia il terrore e il fiore, come la zizzania

e il grano.

                           Noi preghiamo

a noi tocchi il dolore

alto

che come cedro può assorbire il sole.

           Si susseguano i giorni

come fili d’erba, come

calici d’acqua.

Come volti di agnelli. Come spighe. Come navi di rose.

                                                      Rinascano gli armenti

verdi,

le perle delle Chiese

dai sapori di Santi,

la fede nelle musiche,

la reggia dei sogni

quotidiani,

gli studi dei giovani, i talenti, la fiamma

dei lavori operosi, la rivoluzione del glicine,    

le mele verdi, i percorsi degli avi, le iridi dell’alba, le meraviglie

dei nati, “settembre, andiamo”, i canti dei pastori, i nostri                                                             maggi odorosi, pozzi

di sguardi sulla terra viva

ai solchi della luce.

 Fra le nostre rovine

cieche

frughi un poeta

i dispersi giorni, per risorgerli

dal possibile al vero

come un angelo nuovo, spàgini i volti nascosti tra le perdute

lune, ci restituisca il battito del mare. Ora ci tocca

lanciare il cuore oltre il buio. Ridare acqua

alla terra e l’oro del grano. Diamanti saranno i dolori

e fuochi nella notte. Noi non potremo

mai tradire il sangue,

i sogni,

            dai ricordi

la giungla delle braccia che ci chiama.

                                                            Noi non negheremo

lo stelo al giglio,

il varco all’erba,

all’aquila il suo volo.

Essa avrà il nostro sangue: per ali

le speranze dei fanciulli, per occhi

le memorie dei padri

e per timone di vento

noi stessi,

risorti in piedi

in onore del figlio:

                                perché duri

negli occhi suoi

la nostra luce, l’orgoglio delle origini, la dignità delle nevi,

il sisma delle viscere

nostre

confessato dall’istinto al sole, la stella

indicata dall’ago

della fede nel cómpito,

il candore di Dio,

la promessa del sangue e il nome dell’onore.

 


 

Giuseppe Limone

giuseppelimone@tin.it

 

 

 

 

TREMBLEMENT  INTÉRIEUR

INTERNO TREMORE

 

 

di  Véronique Vergé

 

 

mani
















Rosa non ha chiuso la porta
La chiave è la distanza
della casa sventrata.

Il cielo ricade sul paese
come ha sempre fatto
dolore nuziale
Il tetto della chiesa di L’ Aquila
è crollato
stelle nascono a mezzogiorno.

Ho trovato la scarpa di vetro della sorella
intatta
nel paesaggio distrutto.

Eppure il ciliegio vive
un bambino è rimasto prigioniero
attraverso la breccia nella parete
passa il nuotatore.

Sono un cavalluccio marino
di sofferenza
dice la bambina ferita.
La mia casa è esplosa.

La scossa per l’uomo del paese
e la terra mi brucia
alla rovescia.

La vecchia aspetta la visita della memoria
fa il conto degli oggetti ritrovati
per miracolo   ieri era il tempo dell’amante
prima della scossa.

Non si consola della perdita
della casa natale.
Non c’è niente da dire.

La rosa non ha avuto la pazienza
di vedere la ricostruzione del paese.
Lorenzo è scomparso con la rosa.

La vita non continua
sotto una tenda di fortuna.

Dimmi come dire – dalla mia lingua
verso la tua –  la disgrazia il dolore

la solidarietà di sorella… l’amore


véronique vergé

 

 

 

 

May 7, 2009

Ho raggiunto

di Franz Krauspenhaar

 

 

 

 

 

Dedicata al terremoto d’Abruzzo.

Letta nei luoghi del disastro da Nina Maroccolo.

 

 

 terra

 

 

















[ Immagine: FK – Terra.]

 

Ho raggiunto le farfalle
del mio stomaco.
Un volo, un senso
unico. Di morte.
La primavera ha cent’anni
ha le speranze senz’ovulo
ha i fiori gettati nella gola,
il manifesto nudo, le urla
dei soccorritori.
Ho pianto col riso, ho fatte
mie le scarpe di mio padre
ferme qui da vent’anni.
Le ho indossate nel sogno
andando a prenderlo
come fosse il rapito da calce
da macerie giganti.
Dopoguerra dell’oggi
senza colpe e aguzzini,
solo natura folle, carne
di terra tesa. Come le menti
scolpite nella bruma, lo squarcio
apre ferite abrase, vecchie
e sole. E noi rimorti, dentro.


chiesa

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ARMATI  DI SOLA PENNA

CICLO DI SCRITTORI E SCRITTURE

PER LA LEGALITA’

 


 

INIZIA OGGI ALLE ORE 19.30 PRESSO LA CASA DELLE ARTI DI SUCCIVO (CASERTA) UN NUOVO CICLO DI PRESENTAZIONE DI LIBRI CON LA PRESENZA DELL’AUTORE

 

 

 

 

Ciclo_per_la_Legalità_Locandina

 

 

 

La rassegna, voluta dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Succivo, in particolare da Enzo Pastena, assessore molto sensibile ai temi della lotta alla criminalità organizzata e al radicamento di una cultura della legalità, a partire dalla diffusione di una letteratura che tratti le mille sfaccettature del problema, sotto tutti i tagli possibili (giornalistico d’inchiesta, letterario-romanzesco, memorialistico), è curata da Giampaolo Graziano, vice direttore del mensile FRESCO DI STAMPA, magazine in prima linea nei servizi e reportages d’inchiesta sul fenomeno criminalità nell’agro aversano, con la collaborazione  di Salvatore D’Angelo, dirigente dell’area attività culturali del Comune di Succivo e vedrà la partecipazione di Maria Rosaria Pupo magistrato presso il Tribunale Civile di Santa Maria Capua Vetere , in veste di relatrice su tutti  e  sei gli incontri, che vedranno la partecipazione degli autori dei testi presentati.

 

QUI DI SEGUITO IL CARTELLONE DEGLI INCONTRI

 

GIOVEDI 14 MAGGIO 

RAGAZZI DELLA TERRA DI NESSUNO di Gianni SOLINO

La Meridiana Editore

 

GIOVEDI’ 21 MAGGIO

IO, PER FORTUNA C’HO LA CAMORRA di Sergio NAZZARO

Fazi Editore

 

GIOVEDI’ 28 MAGGIO

LA BESTIA di Raffaele SARDO

Melampo Editore

 

 

GIOVEDI’ 4 GIUGNO

CAMPANIA INFELIX di Bernardo IOVENE e Nunzia LOMBARDI

Rizzoli Editore

 

 

GIOVEDI’ 11 GIUGNO

L’ORO DELLA CAMORRA di Rosaria Capacchione

Rizzoli Editore

 

 

MERCOLEDI 8 LUGLIO

SOLO PER GIUSTIZIA di Raffaele CANTONE

Mondadori Editore

 

 

L’INCONTRO DI OGGI  14 MAGGIO 2009 ORE 19,30 CASA DELLE ARTI CORSO SICILIA 31

 

 

RAGAZZI DELLA TERRA DI NESSUNO libro Gianni Solino-thumb-200x325

 

L’agro aversano raccontato da Gianni Solino in “Ragazzi della terra di nessuno”

“Perché piangevo, perché provavo tanto dolore, tanta pietà? D’improvviso capii. In quella bara c’ero io, la mia anima, i miei ideali, le mie speranze. Era la mia morte quella che piangevo. Ero stato ucciso ma non volevo morire. A parlare si può correre qualche rischio. A volte, però, a stare zitti si rischia molto di più”.

Prefazione di don Luigi Ciotti

 

Quella “terra di nessuno” qui raccontata da Gianni Solino, del Comitato don Peppe Diana di Casal di Principe, in realtà, da alcuni anni sta cominciando ad appartenere ai cittadini che la abitano, che se ne stanno riappropriando in un percorso di liberazione. Se non ancora dal giogo della camorra, quanto meno da quella “sorta di collettiva sindrome di Stoccolma” che acutamente l’autore rileva e che contribuisce a spiegare il relativo radicamento sociale del fenomeno criminale.

La camorra è un mondo, con le sue leggi, i suoi codici, identità e linguaggi, con regole di governo interno e sistemi di relazione esterna. Un “Sistema”, appunto. Che viene percepito come escrescenza e corpo estraneo dagli altri cittadini, quando uccide e fa strage, ma col quale si finisce per convivere nella quotidianità. Proprio come impara a fare uno dei protagonisti delle storie che seguono, il Drago, al secolo Giorgio Villan. Commerciante di abbigliamento di Chioggia, aveva spostato la sua attività imprenditoriale in Campania. Probabilmente, come molti suoi colleghi, finché operava in Veneto si sarà lamentato delle tasse e del fisco, ma al sud pagava regolarmente il “pizzo”, come fosse una cosa normale, una specie di assicurazione sul negozio e sulla vita. Si è trovato invece stritolato nella guerra tra due bande rivali di taglieggiatori, finendo ucciso.

Il potere delle mafie cresce e si rafforza grazie all’omertà (sottolinea giustamente Solino: a parlare si possono correre rischi, ma a stare zitti si rischia molto di più, perché si diventa schiavi), alla rassegnazione e a quel particolare sentimento che fa percepire l’organizzazione criminale come benevolente, magari e paradossalmente semplicemente perché anziché ucciderti si è limitata a sparare alle gambe, come nel caso del vicesindaco “comunista” di Casapesenna, Antonio Cangiano, raccontato in queste pagine. La facoltà di uccidere e quella di “graziare” sono due facce della stessa medaglia, del potere assoluto e criminale che si presenta come il sistema di governo del territorio più forte e maggiormente efficiente, inflessibile e anche spietato, ma capace di magnanimità. Come un padre severo però attento ed equanime.

Di questa immagine, sapientemente accreditata dagli uomini dei clan, si nutre la camorra, che invece somiglia semmai a un vampiro, una creatura orrenda che si rafforza dissanguando le sue vittime, sottraendo loro ogni energia vitale, sino a ucciderle.

Le vittime diventano tali anche perché non osano ribellarsi, perché la paura genera passività e infine convivenza. Eppure, osserva Solino, “la camorra non è un ‘male endemico’ da cui non si può guarire, ma un fenomeno socio economico criminale che ha avuto un inizio e avrà una fine”.

È una considerazione importante, così come è istruttiva l’analisi che l’autore svolge su come, dopo il terremoto del 1980 e gli imponenti fondi stanziati per la ricostruzione, decine di migliaia di miliardi di lire, sia avvenuta una profonda trasformazione della camorra “da fenomeno di arretratezza meridionale, dedita al controllo del contrabbando, delle estorsioni e della prostituzione, a moderna holding del crimine in grado di dominare e governare gli appalti di opere pubbliche, di infiltrare e condizionare le amministrazioni locali, potendo disporre del fiume di denaro derivante dal florido traffico di stupefacenti, proponendosi in tal modo come ‘mafia imprenditrice”. Va aggiunto che è in quella fase e attorno a quella montagna di miliardi che si sono coagulate, come mai in precedenza, le cointeressenze e i connubi con la politica, con esponenti di partiti e di realtà finanziarie.

La fine della camorra si è senz’altro avvicinata con l’omicidio di don Peppino Diana, avvenuto il 19 marzo 1994 a Casal di Principe, nel casertano. Una morte che scosse in profondità le coscienze, perché era stato colpito un sacerdote nella sua chiesa, esattamente come era successo a monsignor Oscar Romero, assassinato in San Salvador mentre celebrava messa.

Don Peppino, promotore di un importante documento dal significativo titolo ispirato al profeta Isaia, Per amore del mio popolo non tacerò, aveva denunciato la camorra, divenuta “una forma di terrorismo”, e il fatto che “il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli”, così che “la camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi”; monsignor Romero aveva incalzato la dittatura salvadoregna, indicato le responsabilità delle oligarchie economiche, della casta politica e del governo nelle violenze dell’esercito, nella sanguinosa e costante repressione del popolo. Due uomini sicuramente molto diversi, che vivevano in due contesti assai distanti ma accomunati dall’amore per la verità e per una chiesa che aveva scelto (e non sempre è stato così) di schierarsi con i più deboli, di essere vicina anche fisicamente ai poveri. Due uomini infine uniti dal comune destino di martirio.

Anche Gianni Solino, pur se già fortemente e da tempo impegnato contro la criminalità camorrista, da quel tragico assassinio venne indelebilmente segnato, intimamente addolorato e ulteriormente motivato. Questo libro, dalla forte valenza educativa, si rivela anche come un sentito omaggio, come un atto di amore e riconoscenza verso il sacerdote assassinato.

Ai funerali di don Peppino, l’omelia del vescovo Lorenzo Chiarinelli era diventata vibrante esortazione a ripudiare la logica della violenza: “Terra di Casale e intero Agro Aversano, bandisci le armi! Gettale via. Non ce ne siano più nelle tue case, nelle tue mani, nei tuoi pensieri”.

Con passione, cognizione di causa e anche sincero dolore Gianni Solino ci rende evidenti i meccanismi sociali e prima ancora culturali che portano tanti giovani a lasciare che le armi entrino nei loro pensieri e poi nelle loro mani e nelle loro case, a lasciarsi arruolare dal “Sistema”, illudendosi di “diventare qualcuno”, di essere instradati in carriere di boss, ma essendo invece solo povera carne da macello, assassini e in qualche modo vittime al tempo stesso. Proprio come Diego, arruolato nelle bande criminali e infine a sua volta ucciso, la cui storia ci viene raccontata con partecipazione dall’autore, nell’infanzia suo compagno di giochi.

È tuttavia netto, sin dalla premessa, il rifiuto di Solino verso ogni giustificazionismo: non sono solo le condizioni di miseria o di disoccupazione alla radice dell’arruolamento nelle bande del crimine organizzato. La scelta camorrista va considerata appunto una scelta, un atto di responsabilità negativa che va fatta pesare.

Anche perché è solo in quest’ottica, quella della responsabilità e della scelta, che è possibile, viceversa, sottrarsi alla carriera criminale e alla fascinazione della violenza.

Non vi sono fatalismi né tolleranza possibili. Le armi vanno bandite. Dalle logiche di morte si può e si deve uscire. Senza queste esortazioni morali e senza messaggi di speranza, allora sì, la violenza potrebbe vincere e le mafie restare eterne.

La vicenda che chiude il volume, quella di Luciano, è limpida e commovente. Ci racconta di come possa essere l’amore a fermare sull’orlo del baratro e di quanto spesso siano le figure femminili − le madri, le mogli, le fidanzate − le più determinate e lucide nel contrastare le derive violente.

“Anche l’inverno ha nel cuore la primavera” recitava il motto della Scuola di pace “don Peppe Diana” che, l’anno successivo al suo omicidio, venne costituita da Gianni e un gruppo di altri cittadini impegnati sul territorio.

Sono le parole aperte al futuro che possono convincere i giovani a rifiutare carriere di morte. Ma prima ancora sono gli esempi, la capacità di essere credibili, vale a dire coerenti. Perché l’antimafia non si fa solo a parole. Queste storie e l’impegno di Gianni Solino ci mostrano una strada vera ed efficace, quella di cittadini in cammino che sanno tenere la testa alta e lo sguardo fermo, che sanno porre domande scomode, ma anche interrogarsi.

 

 

Gianni Solino

GIANNI SOLINO





nato a Villa di Briano (CE) 46 anni fa, sposato e padre di tre figli, lavora alla Provincia di Caserta. Fin da ragazzo si è interessato dei movimenti pacifisti e anticamorra, e continua ad impegnarsi nell’associazionismo, in modo particolare con “Libera”, “Comitato don Peppe Diana” e “Scuola di Pace don Peppe Diana”. È stato per oltre dieci anni sindacalista provinciale della CGIL nella quale è ancora oggi coinvolto in qualità di rappresentante sul posto di lavoro.

 

 

 

"Ragazzi della terra di nessuno" di Gianni Solino, edizioni La meridiana

 

 Valerio Taglione

RAGAZZI DELLA TERRA DI NESSUNO libro Gianni Solino-thumb-200x325

 

 

Alcuni anni fa l’ovest aversano, ovvero quel groviglio di case e strade che si dipana lungo la strada provinciale  Frignano-Villa Literno, fu trasformato in un vero e proprio teatro di guerra. 

 

Conflitti a fuoco fra bande rivali, agguati  cruenti, inseguimenti con sparatorie, uccisioni continue. La popolazione  appariva frastornata, terrorizzata ed i nostri comuni  somigliavano a quartieri di Beirut nel   pieno del conflitto arabo-israeliano.

Questo libro prova un po’ a raccontare quel periodo, non tanto in termini di episodi di cronaca bensì di clima, di sentimento, di sofferenza, tentando – se possibile – di dare un contributo alla lettura di tali vicende.

Lo strumento utilizzato è quello del racconto, partendo da storie vere, in qualche tratto appena ritoccate per non urtare suscettibilità o riaprire vecchie ferite.  

L’intento principale di questo lavoro è quello di riaprire una discussione, anche in termini culturali, come dice don Luigi Ciotti nella Prefazione: "Quella terra di nessuno qui raccontata da Gianni Solino, del Comitato don Peppe Diana di Casal di Principe, in realtà da alcuni anni sta cominciando ad appartenere ai cittadini che la abitano … Il potere delle mafie cresce e si rafforza grazie all’omertà, ma a stare zitti si rischia molto di più, perché si diventa schiavi."

 

(da L’ ECO DI AVERSA)

 

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A PROPOSITO DELLA RASSEGNA CHE SI INAUGURA STASERA E CHE SI CONCLUDERA’ L’OTTO LUGLIO CON L’INTERVENTO DELL’ EX PM  RAFFAELE CANTONE, AUTORE DI “SOLO PER GIUSTIZIA” (MONDADORI), ABBIAMO RICEVUTO  DA UNA LETTRICE FRANCESE  UN COMMENTO CHE QUI DI SEGUITO VOLENTIERI POSTIAMO…

 

 

 

ARMATI  DI SOLA PENNA

 

 

Per XX , Rosaria Capacchione, Roberto Saviano

 

STRAGE CASTLVOLTURNO

Piove sangue
la prima a  morire è
la ragazza dal volto truccato
un gelsomino
strappato
la macchina con gli sportelli
aperti,
il primo giorno d’estate
una ragazza bruciata.

Ho visto la linea del mare
senza bagnanti,
nebbia blu dell’inverno,
tra le canne,
un ragazzo prova la morte
sfida il silenzio
a colpi di mitra.

Il giorno che hai la pistola in bocca
non hai  tempo di pregare,
mangi il metallo, la sabbia,
muori di paura.

La ragazza aspetta dietro la bara
l’orologio scandisce la vita
à rebours , a ritroso
il suo fidanzato era innocente
con occhi senza guerra
la tasca pulita
una palla attraversa la piazza
è morto con la canzone nella testa
quella sentita in discoteca.



Perché è costretta a vivere chiusa in casa
con la scorta
perché non sente il vento di mare?
Perché non fa un bagno?
perché in questo tempo deserto
affronta la solitudine dell’estate?
Non ama più la pineta, la collina, il cielo, eppure il senso della terra viva
è bruciante vero,

scrive.

 

Ho la finestra aperta,
leggo sul divano
l’oro della camorra
non vedo più i mobili
il bicchiere sulla tavola
il disordine
non infrangere la lettura
tra dizionario e libro
sono sull’orlo della terra
i miei occhi hanno paura.

Sono mani di sarta
esili,
la bocca non dice niente
nella casa piccola
omertà della vita
un passaggio,
sono mani di vedova
con filo nero.

 

véronique vergé

Immagine

 

Nota :


Libri che mi hanno ispirata:

L’oro della Camorra
Le contraire de la mort

Films


Vento di terra

 

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ARMATI  DI SOLA PENNA


CICLO DI SCRITTORI E SCRITTURE

PER LA LEGALITA’

 

 

INIZIA DOMANI ALLE ORE 19.30 PRESSO LA CASA DELLE ARTI DI SUCCIVO (CASERTA) UN NUOVO CICLO DI PRESENTAZIONE DI LIBRI CON LA PRESENZA DELL’AUTORE

 

 

 

 Ciclo_per_la_Legalità_Locandina

 

 

 

La rassegna, voluta dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Succivo, in particolare da Enzo Pastena, assessore molto sensibile ai temi della lotta alla criminalità organizzata e alla diffusione di una cultura della legalità, a partire dalla diffusione di una letteratura che tratti le mille sfaccettature del problema, sotto tutti i tagli possibili (giornalistico d’inchiesta, letterario-romanzesco, memorialistico), è curata da Giampaolo Graziano, vice direttore del mensile FRESCO DI STAMPA, magazine in prima linea nei servizi e reportages d’inchiesta sul fenomeno criminalità  nell’agro aversano, con la collaborazione del titolare di questo blog, Salvatore D’Angelo e vedrà la partecipazione di Maria Rosaria Pupo magistrato presso il Tribunale Civile di Santa Maria Capua Vetere, in veste di relatrice su tutti  e  sei gli incontri, che vedranno la partecipazione degli autori dei testi presentati.

 

 

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QUI DI SEGUITO IL CARTELLONE DEGLI INCONTRI

 

GIOVEDI 14 MAGGIO 

RAGAZZI DELLA TERRA DI NESSUNO di Gianni SOLINO

La Meridiana Editore

 


GIOVEDI’ 21 MAGGIO

IO, PER FORTUNA C’HO LA CAMORRA di Sergio NAZZARO

Fazi Editore

 


GIOVEDI’ 28 MAGGIO

LA BESTIA di Raffaele SARDO

Melampo Editore

 

GIOVEDI’ 4 GIUGNO

CAMPANIA INFELIX di Bernardo IOVENE e Nunzia LOMBARDI

Rizzoli Editore

 

 

GIOVEDI’ 11 GIUGNO

L’ORO DELLA CAMORRA di Rosaria Capacchione

Rizzoli Editore

 


MERCOLEDI 8 LUGLIO

SOLO PER GIUSTIZIA di Raffaele CANTONE

Mondadori Editore

 

 

L’INCONTRO  DI DOMANI  14 MAGGIO 2009 ore 19,30 CASA DELLE ARTI  CORSO SICILIA , 31 SUCCIVO (CASERTA)

 

 RAGAZZI DELLA TERRA DI NESSUNO libro Gianni Solino-thumb-200x325

 

L’agro aversano raccontato da Gianni Solino in “Ragazzi della terra di nessuno”

“Perché piangevo, perché provavo tanto dolore, tanta pietà? D’improvviso capii. In quella bara c’ero io, la mia anima, i miei ideali, le mie speranze. Era la mia morte quella che piangevo. Ero stato ucciso ma non volevo morire. A parlare si può correre qualche rischio. A volte, però, a stare zitti si rischia molto di più”.

Prefazione di don Luigi Ciotti

 

Quella “terra di nessuno” qui raccontata da Gianni Solino, del Comitato don Peppe Diana di Casal di Principe, in realtà, da alcuni anni sta cominciando ad appartenere ai cittadini che la abitano, che se ne stanno riappropriando in un percorso di liberazione. Se non ancora dal giogo della camorra, quanto meno da quella “sorta di collettiva sindrome di Stoccolma” che acutamente l’autore rileva e che contribuisce a spiegare il relativo radicamento sociale del fenomeno criminale.

La camorra è un mondo, con le sue leggi, i suoi codici, identità e linguaggi, con regole di governo interno e sistemi di relazione esterna. Un “Sistema”, appunto. Che viene percepito come escrescenza e corpo estraneo dagli altri cittadini, quando uccide e fa strage, ma col quale si finisce per convivere nella quotidianità. Proprio come impara a fare uno dei protagonisti delle storie che seguono, il Drago, al secolo Giorgio Villan. Commerciante di abbigliamento di Chioggia, aveva spostato la sua attività imprenditoriale in Campania. Probabilmente, come molti suoi colleghi, finché operava in Veneto si sarà lamentato delle tasse e del fisco, ma al sud pagava regolarmente il “pizzo”, come fosse una cosa normale, una specie di assicurazione sul negozio e sulla vita. Si è trovato invece stritolato nella guerra tra due bande rivali di taglieggiatori, finendo ucciso.

Il potere delle mafie cresce e si rafforza grazie all’omertà (sottolinea giustamente Solino: a parlare si possono correre rischi, ma a stare zitti si rischia molto di più, perché si diventa schiavi), alla rassegnazione e a quel particolare sentimento che fa percepire l’organizzazione criminale come benevolente, magari e paradossalmente semplicemente perché anziché ucciderti si è limitata a sparare alle gambe, come nel caso del vicesindaco “comunista” di Casapesenna, Antonio Cangiano, raccontato in queste pagine. La facoltà di uccidere e quella di “graziare” sono due facce della stessa medaglia, del potere assoluto e criminale che si presenta come il sistema di governo del territorio più forte e maggiormente efficiente, inflessibile e anche spietato, ma capace di magnanimità. Come un padre severo però attento ed equanime.

Di questa immagine, sapientemente accreditata dagli uomini dei clan, si nutre la camorra, che invece somiglia semmai a un vampiro, una creatura orrenda che si rafforza dissanguando le sue vittime, sottraendo loro ogni energia vitale, sino a ucciderle.

Le vittime diventano tali anche perché non osano ribellarsi, perché la paura genera passività e infine convivenza. Eppure, osserva Solino, “la camorra non è un ‘male endemico’ da cui non si può guarire, ma un fenomeno socio economico criminale che ha avuto un inizio e avrà una fine”.

È una considerazione importante, così come è istruttiva l’analisi che l’autore svolge su come, dopo il terremoto del 1980 e gli imponenti fondi stanziati per la ricostruzione, decine di migliaia di miliardi di lire, sia avvenuta una profonda trasformazione della camorra “da fenomeno di arretratezza meridionale, dedita al controllo del contrabbando, delle estorsioni e della prostituzione, a moderna holding del crimine in grado di dominare e governare gli appalti di opere pubbliche, di infiltrare e condizionare le amministrazioni locali, potendo disporre del fiume di denaro derivante dal florido traffico di stupefacenti, proponendosi in tal modo come ‘mafia imprenditrice”. Va aggiunto che è in quella fase e attorno a quella montagna di miliardi che si sono coagulate, come mai in precedenza, le cointeressenze e i connubi con la politica, con esponenti di partiti e di realtà finanziarie.

La fine della camorra si è senz’altro avvicinata con l’omicidio di don Peppino Diana, avvenuto il 19 marzo 1994 a Casal di Principe, nel casertano. Una morte che scosse in profondità le coscienze, perché era stato colpito un sacerdote nella sua chiesa, esattamente come era successo a monsignor Oscar Romero, assassinato in San Salvador mentre celebrava messa.

Don Peppino, promotore di un importante documento dal significativo titolo ispirato al profeta Isaia, Per amore del mio popolo non tacerò, aveva denunciato la camorra, divenuta “una forma di terrorismo”, e il fatto che “il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli”, così che “la camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi”; monsignor Romero aveva incalzato la dittatura salvadoregna, indicato le responsabilità delle oligarchie economiche, della casta politica e del governo nelle violenze dell’esercito, nella sanguinosa e costante repressione del popolo. Due uomini sicuramente molto diversi, che vivevano in due contesti assai distanti ma accomunati dall’amore per la verità e per una chiesa che aveva scelto (e non sempre è stato così) di schierarsi con i più deboli, di essere vicina anche fisicamente ai poveri. Due uomini infine uniti dal comune destino di martirio.

Anche Gianni Solino, pur se già fortemente e da tempo impegnato contro la criminalità camorrista, da quel tragico assassinio venne indelebilmente segnato, intimamente addolorato e ulteriormente motivato. Questo libro, dalla forte valenza educativa, si rivela anche come un sentito omaggio, come un atto di amore e riconoscenza verso il sacerdote assassinato.

Ai funerali di don Peppino, l’omelia del vescovo Lorenzo Chiarinelli era diventata vibrante esortazione a ripudiare la logica della violenza: “Terra di Casale e intero Agro Aversano, bandisci le armi! Gettale via. Non ce ne siano più nelle tue case, nelle tue mani, nei tuoi pensieri”.

Con passione, cognizione di causa e anche sincero dolore Gianni Solino ci rende evidenti i meccanismi sociali e prima ancora culturali che portano tanti giovani a lasciare che le armi entrino nei loro pensieri e poi nelle loro mani e nelle loro case, a lasciarsi arruolare dal “Sistema”, illudendosi di “diventare qualcuno”, di essere instradati in carriere di boss, ma essendo invece solo povera carne da macello, assassini e in qualche modo vittime al tempo stesso. Proprio come Diego, arruolato nelle bande criminali e infine a sua volta ucciso, la cui storia ci viene raccontata con partecipazione dall’autore, nell’infanzia suo compagno di giochi.

È tuttavia netto, sin dalla premessa, il rifiuto di Solino verso ogni giustificazionismo: non sono solo le condizioni di miseria o di disoccupazione alla radice dell’arruolamento nelle bande del crimine organizzato. La scelta camorrista va considerata appunto una scelta, un atto di responsabilità negativa che va fatta pesare.

Anche perché è solo in quest’ottica, quella della responsabilità e della scelta, che è possibile, viceversa, sottrarsi alla carriera criminale e alla fascinazione della violenza.

Non vi sono fatalismi né tolleranza possibili. Le armi vanno bandite. Dalle logiche di morte si può e si deve uscire. Senza queste esortazioni morali e senza messaggi di speranza, allora sì, la violenza potrebbe vincere e le mafie restare eterne.

La vicenda che chiude il volume, quella di Luciano, è limpida e commovente. Ci racconta di come possa essere l’amore a fermare sull’orlo del baratro e di quanto spesso siano le figure femminili − le madri, le mogli, le fidanzate − le più determinate e lucide nel contrastare le derive violente.

“Anche l’inverno ha nel cuore la primavera” recitava il motto della Scuola di pace “don Peppe Diana” che, l’anno successivo al suo omicidio, venne costituita da Gianni e un gruppo di altri cittadini impegnati sul territorio.

Sono le parole aperte al futuro che possono convincere i giovani a rifiutare carriere di morte. Ma prima ancora sono gli esempi, la capacità di essere credibili, vale a dire coerenti. Perché l’antimafia non si fa solo a parole. Queste storie e l’impegno di Gianni Solino ci mostrano una strada vera ed efficace, quella di cittadini in cammino che sanno tenere la testa alta e lo sguardo fermo, che sanno porre domande scomode, ma anche interrogarsi.

 

 

Gianni Solino

GIANNI SOLINO

nato a Villa di Briano (CE) 46 anni fa, sposato e padre di tre figli, lavora alla Provincia di Caserta. Fin da ragazzo si è interessato dei movimenti pacifisti e anticamorra, e continua ad impegnarsi nell’associazionismo, in modo particolare con “Libera”, “Comitato don Peppe Diana” e “Scuola di Pace don Peppe Diana”. È stato per oltre dieci anni sindacalista provinciale della CGIL nella quale è ancora oggi coinvolto in qualità di rappresentante sul posto di lavoro.

 

 

 

"Ragazzi della terra di nessuno" di Gianni Solino, edizioni La meridiana

 

 Valerio Taglione

RAGAZZI DELLA TERRA DI NESSUNO libro Gianni Solino-thumb-200x325

 

 

Alcuni anni fa l’ovest aversano, ovvero quel groviglio di case e strade che si dipana lungo la strada provinciale  Frignano-Villa Literno, fu trasformato in un vero e proprio teatro di guerra. 

 

Conflitti a fuoco fra bande rivali, agguati  cruenti, inseguimenti con sparatorie, uccisioni continue. La popolazione  appariva frastornata, terrorizzata ed i nostri comuni  somigliavano a quartieri di Beirut nel   pieno del conflitto arabo-israeliano.

Questo libro prova un po’ a raccontare quel periodo, non tanto in termini di episodi di cronaca bensì di clima, di sentimento, di sofferenza, tentando – se possibile – di dare un contributo alla lettura di tali vicende.

Lo strumento utilizzato è quello del racconto, partendo da storie vere, in qualche tratto appena ritoccate per non urtare suscettibilità o riaprire vecchie ferite.  

L’intento principale di questo lavoro è quello di riaprire una discussione, anche in termini culturali, come dice don Luigi Ciotti nella Prefazione: "Quella terra di nessuno qui raccontata da Gianni Solino, del Comitato don Peppe Diana di Casal di Principe, in realtà da alcuni anni sta cominciando ad appartenere ai cittadini che la abitano … Il potere delle mafie cresce e si rafforza grazie all’omertà, ma a stare zitti si rischia molto di più, perché si diventa schiavi."

 

(da L’ ECO DI AVERSA)

DOMANI ALLA CASA DELLE ARTI DI SUCCIVO (CASERTA)
PER LA RASSEGNA "UN LIBRO UN VINO"

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AUTOREVERSE,

DA CASERTA A TORINO

 

Il nuovo romanzo di Francesco Forlani racconta la provincia degli emigranti senza ritorno, ma anche il senso universale della ricerca di se stessi

 

di Anna Smeragliuolo Perrotta

(recensione su FRESCO DI STAMPA, Mensile- Aprile 2009)

 

AUTOREVERSE COPERTINA

 

 

 

Nel romanzo di Francesco Forlani, Autoreverse (L’ancora del Mediterraneo, 2008) tutto ha inizio con la partenza da Casapulla per Torino del trentaduenne disoccupato Angelo Cocchinone. Da qui, una tecnica narrativa usata con sapienza

per catturare il lettore e lo stile scanzonato dello scrittore casertano danno vita a due storie: quella del già citato Angelo, laureato in Lettere moderne e ritrovatosi portiere di notte nel torinese Hotel Roma; e quella dello scrittore François, parigino, ma di origine casertana, alla ricerca di materiale da cui trarre un “romanzo documento”

su Cesare Pavese e il suo amore per Constance Dowling, sorella di Doris, la bella mondina che recitava a fianco di Silvana Mangano in Riso amaro. Il motivo dominante nel libro è appunto quello della ricerca: di lavoro, di luoghi, dell’amore, della scrittura. Ricerca che passa attraverso città, voci e libri che trovano nella Torino dei giorni nostri un filo conduttore. La Torino degli scrittori e intellettuali, dei borghesi, dei biscotti che hanno preso il nome di crumiri, degli operai la cui forza sembra essersi infranta contro i colpi del tempo e dei padroni ma non è ancora doma, una terra d’asilo in cui si confondono le voci originarie degli immigrati

del sud Italia o di altre terre, e si perdono anche. Ma Forlani le incontra, anzi ne va alla scoperta. Così non lascia ai margini nemmeno le storie di Giuseppe Mastroianni, nato a Casapulla e quasi “rinato” a Casagiove, di Ciccio Panico, Francesco Scaglione, Angelo Castrovilli, Ahmed, Helena, Madame, personaggi a questo punto non minori, ma anime i cui destini s’incrociano nell’Hotel Roma e nella storia della stanza 346, ex 313, in cui Pavese si tolse la vita il 26 agosto 1950. La terra d’origine per Angelo-François è sempre viva nella memoria, così Torino serve anche a parlare di Caserta da lontano, di Casagiove, di Concetta Mobili, inciucio innocente su chi è rimasto o tornato compreso. Il lettore ne rimarrà sorpreso e affascinato e certo avrà voglia di approfondire la conoscenza del nostro scrittore. Forlani è poeta, cabarettista e performer, scrive per il teatro, è direttore della rivista letteraria “Sud”. Ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano, tra cui  dal francese, come L’insegnamento dell’ignoranza, di Jean-Claude Michèa. È redattore insieme ad altri intellettuali e artisti del blog collettivo “Nazione Indiana” e autore dell’e-book Shaker. Sua è la firma Effeffe, che riconoscerete anche sulle cartoline d’autore mensilmente pubblicate in seconda pagina su “Fresco di Stampa”.

 

 EFFEFFE ALLA FIERA DEL LIBRO 2007 TORINO

 

AUTOREVERSE,


LA PROFONDA LEGGEREZZA


DI UN ROMANZO


CAMP.

 

di Salvatore D’Angelo

 

Autoreverse è un  bel libro. Ha tutta la profonda leggerezza di quell’adorabile "dandocomunista" di effeffe, alias Francesco Forlani, che  mette in prosa non solo  il corpo del  linguaggio, ma anche  i suoi due alter ego  : il François intellettuale francese e l’ Angelo Cocchinone di Casapulla/Casagiove emigrante a Torino.

 

Il primo alle prese con una inchiesta-ricerca della traccia sonora che possa far rivivere la voce di Cesare Pavese, il grande scrittore piemontese, morto suicida all’Hotel Roma di Torino il 26 agosto del 1950 all’apice del successo letterario, fresco vincitore del Premio Strega; e l’altro laureato in lettere moderne, ma senza arte né parte, gettato dai flutti dell’emigrazione sulle rive della Torino anni novanta afflitta dalla crisi del post industriale, che si arrangia facendo il portiere proprio all’ Hotel Roma, e paternamente sorvegliato dal più navigato  compaesano Peppe Mastroianni, portiere–immigrato di vecchia generazione.

 

Entrambi alle prese con qualcosa che possa identificare meglio il senso della loro vita : François col corpo letterario di Pavese  col fantasma della sua voce, rincorso per tutte e due le facciate su cui si avvolge e svolge la storia, come un nastro rewind/fastforward, che pazientemente ricostruisce , tra un viaggio sugli ex luoghi del set di Riso Amaro (le risaie del novarese),  reperti di lettere e brevi interviste a chi lo conobbe più da vicino, gli ultimi giorni di Pavese, alla ricerca di quel reperto sonoro (forse una breve intervista radiofonica), unica traccia della  voce dello scrittore-icona, sorta di santo graal letterario che diviene emblematico di altro, nel corso della vicenda narrata.


Angelo, giovane laureato alle prese con la vita , che intanto si arrangia facendo il portiere di notte a Torino, dove a poco a poco vive tutte le fasi e i sentimenti dello sradicamento, dello spaesamento, del trapianto da un luogo periferico, provvisorio quale Casagiove/Casapulla, non-paese non-città, a un  altro (Torino, la grande realtà urbana ristrutturata dal post-industriale) ugualmente provvisorio.

I due fanno un  percorso convergente e parallelo e, contrariamente all’espressione geometrica e politica, finiscono per incontrarsi/confrontarsi proprio nelle notti dell’Hotel Roma, dove confluiscono temi e sottotesti del bel romanzo di Forlani, come a rivivere ex post la tragica notte di Pavese.

 

Il romanzo di Forlani è interessante perché è costruito su una struttura leggera, come lo svolgersi delle due facciate di un nastro registrato, su cui scorrono le vicende parallele dei due protagonisti, entrambi narratori in prima persona, in questa  funzione affiancati dalla voce in terza persona del terzo narratore degli  entr’acte- dialoghi:  ne viene fuori una sorta di   movimento di una composizione musicale. Ma non pensate alla sinfonia, piuttosto al ritmo del  musical. Perché, si sa, lo stile di Forlani è fatto di  leggerezza e ibridazione; la sua formazione sa molto  camp, parolina magica che rifrulla  il gusto dell’ibridazione e del collage di stili. Infatti AUTOREVERSE       è sia romanzo-inchiesta che bildungsroman (romanzo della formazione) in sedicesimi; ma è anche pochade e parodia umoristica del romanzo neo-neorealistico.

Se i puristi e gli scafati della critica e dell’estetica diranno che il limite della prova narrativa di Forlani sta proprio nel fatto che, come per i due lati rewind/fastforward del nastro  i quali non possono essere cuciti insieme ma bisogna rigirare la cassetta per dargli continuità dunque creando una cesura, così per il device  narrativo di AUTOREVERSE, la cui cesura  spezza l’amalgama delle due vicende, io – da perfetto dilettante – dico che questo è il suo pregio, perchè il vero plot di AUTOREVERSE è il confronto speculare dei due alter ego dell’Autore, ovvero le sue  anime:  quella dandy e performativa, umoristica, autoironica non priva del gusto irridente della tradizione popolare napoletana  e quella romantica ed estetica (ecco la fascinazione per Pavese che viveva in sé con una tensione fino allo stremo quest’ ultimi due aspetti). Il frutto di questa non risolta lotta è l’ arte di Forlani.

E poi, non dice nulla il mito platonico delle due parti della sfera all’eterna ricerca di se stesse?  Comunque, bando alle sottigliezze estetiche.


Il libro è sempre godibile e fila leggero come un gianduiotto, che – si sa –  è un cioccolatino dolce infarcito di retrogusto: nel romanzo la giustapposizione delle atmosfere da pochade del lato a (angelo cocchinone e la sua confraternita di Ciccio Panico, Helena, Ahmed , marocchino di Marrakesh che – come facevano i buon napoletani illo tempore immigrati in America anglicizzandosi  le generalità –  qui si italianizza il nome in Mauro, e poi Castrovilli, Mastroianni, Madame, la perfida Bisaglia eccetera) e delle dolcezze e malinconie del lato b (François, Juliette,l’inchiesta ricerca sulla voce di Pavese).

Si possono dire cose  di peso (la rivalutazione della figura di Pavese, la demistificazione del suicidio per via dell’ennesima malafemmina, ridimensionare un po’ la figura incombente di Davide Lajolo, uno degli involontari responsabili del mito di Constance Dowling  come  malafemmina (l’ultima donna amata da Pavese prima della sua tragica decisione)  e il pervicace durare di miti falsi e luoghi comuni intorno alla figura dello scrittore piemontese, la  voce come emblema della voce dell’eterno narrare, del senso della letteratura e se ha ancora un senso fare letteratura) e tutto ciò lo si può dire con mano e passo leggero :  e allora via coi temi della precarietà e delle solitudini urbane, degli spaesamenti e del meticciato che non è solo culturale, ma anche letterario (spruzzatine di godibilissima comicità, e parodia di Conan Doyle nell’irrompere del commissario nell’hotel  Roma dopo il furto dei gioielli a Madame), con un dolcissimo omaggio a Constance Dowling, in passato maschilisticamente vilipesa per il suicidio di Pavese; con tutto il retrogusto camp di Forlani. 

 

E poi vi sono un  paio di capitoli (quello dell’amore tra Ciccio ed Heléna con l’acca, scandito al ritmo dei verbi irregolari inglesi , quello  del prezioso orologio cartier di Angelo Cocchinone, dono di laurea del papà portato al monte dei pegni,  assolutamente strepitosi!  Ma non si ride solo….si riflette ridendo e si ride riflettendo.

 

Un Forlani alla ricerca di una lingua bastarda, ritmica, un miracolo di equilibrio tra gusto dell’ibridazione  di parola crassa e francesismo del lato a , con un italiano semplice e lineare del lato b, insomma una lingua  dalla verve leggera come la sabbia smossa nel deserto. E su tutto, il confronto con l’altra grande lingua  quella di Pavese , maestro di ritmo e di narrazione (penso ad alcuni brani da Il Compagno, Il Diavolo sulle Colline).

 

Il che non è poco. E poi l’azione allocata intorno e nei pressi della  "stanza feticcio"  dell’ Hotel Roma, la 313  – e anche qui il plot rivelerà un coup de théatre –  luogo del suicidio di Pavese. Il tutto costruito come il "movimento" di una composizione musicale a due voci (françois e angelo cocchinone), e i  necessari entr’acte in terza persona.

 

Insomma,  una bella  prova. Dopo la lingua bastardamente poetica dei photoshoperò, apparecchiatevi a gustare questo bianchetto delle langhe, o anche un pallagrello nero dell’alto casertano.

 

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RIPRENDE L’EDIZIONE 2009

DI UN LIBRO UN VINO

PRESSO LA CASA DELLE ARTI

DI SUCCIVO (CASERTA)

 

Il comunicato stampa dell’ Arci Spaccio Culturale, co-organizzatore

della Rassegna

 

 

FORLANI UN LIBRO UN VINO

 

 

SUCCIVO. Si terrà martedì 12 maggio, alle ore 19.30, presso la Casa delle Arti sita in corso Sicilia a Succivo il nuovo incontro della rassegna “Un libro, un vino” organizzata dal circolo Arci di Succivo “Spaccio Culturale”.

Ospite dell’incontro di apertura dell’edizione 2009 della rassegna sarà Francesco Forlani, nato a Caserta nel 1967 a sette mesi, vive tra Parigi e Torino. Ha collaborato e collabora a riviste come Baldus (Milano), Atelier du Roman (Parigi), News from the republic of letters (Boston); è stato direttore artistico, dal 1995 al 2000, del magazine Paso Doble (Parigi); attualmente dirige la rivista letteraria Sud (Edizioni Lavieri). Ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano: Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, 2002; Il manifesto del comunista dandy, Edizioni La camera Verde, 2007.
Poeta, cabarettista e performer, è autore insieme a Sacha Riccio e Sergio Trapani dell’operetta Do you remember revolution, vincitrice nel maggio 2004 del festival multimediale “Norapolis” di Metz. Per il teatro è in corso di scrittura l’operetta Un chien pas chiant (Cave Canem), insieme a Giulio Marzaioli.
Fa parte di diversi collettivi situazionisti tra cui Precedenza a destra sorpasso a sinistra, e E”123 di Imperia.
Presenterà, nella rassegna la sua ultima opera "Autoreverse", per la quale Pasquale Vitagliano (nella sua recensione al libro) afferma che: "La forza del libro di Forlani sta nell’essere riuscito a attrarre intorno al dialogo di Angelo e Francois lo stupore della rivelazione. Più che un romanzo è un reperto da custodire, un indizio rivelatore, un raro campione archeologico, una insospettabile chiave di volta. E’ un libro da portarsi dietro per dimostrare agli increduli – mandando la registrazione in autoreverse fino al punto decisivo – che esiste la poesia, che esiste la vita, e che può chiamarsi La bella stagione".

Durante la serata sarà presentato e degustato il vino Le Cesine – Pallagrello Nero prodotto dall’azienda Vinea Li Paldi di Ruviano (Caserta).

Interverranno alla serata oltre all’autore, l’Assessore alla Cultura del Comune di Succivo Avv. Vincenzo Pastena e il Dirigente alle Attività Culturali Salvatore D’Angelo, moderati dal giornalista Paolo Graziano.

 

Francesco Forlani


 

 

 

 

 

 

AUTOREVERSE COPERTINAEFFEFFE ALLA FIERA DEL LIBRO 2007 TORINO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Forlani, nato a Caserta nel 1967, a sette mesi, vive tra Parigi e Torino. Ha collaborato e collabora a riviste come Baldus (Milano), Atelier du Roman (Parigi), News from the republic of letters (Boston); è stato direttore artistico, dal 1995 al 2000, del magazine Paso Doble (Parigi); attualmente dirige la rivista letteraria Sud (Edizioni Lavieri). Ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano: Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, 2002; Il manifesto del comunista dandy, Edizioni La camera Verde, 2007. Traduttore dal francese (L’insegnamento dell’ignoranza, di Jean-Claude Michèa, Edizioni Metauro, 2005), è presente in Rete come redattore di Nazione Indiana e autore dell’ e-book Shaker, Edizioni Biagio Cepollaro, Milano. Suoi racconti sono sulle antologie I Persecutori, Edizioni Transeuropa; Il racconto napoletano, Oedipus, Salerno, 2005; Sept, Ed. GJ, Montpellier-Montreal, 2004; La libreria in fondo alla città, Edizioni Dante & Descartes, 2004.
Poeta, cabarettista e performer, è autore insieme a Sacha Riccio e Sergio Trapani dell’operetta Do you remember revolution, vincitrice nel maggio 2004 del festival multimediale
“Norapolis” di Metz. Per il teatro è in corso di scrittura l’operetta Un chien pas chiant (Cave Canem), insieme a Giulio Marzaioli. Di prossima uscita il romanzo Autoreverse.
Fa parte di diversi collettivi situazionisti tra cui Precedenza a destra sorpasso a sinistra, e E”123 di Imperia.

 

May 7, 2009
di Franz Krauspenhaar
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
terra
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
[ Immagine: FK – Terra.]
 
Ho raggiunto le farfalle
del mio stomaco.
Un volo, un senso
unico. Di morte.
La primavera ha cent’anni
ha le speranze senz’ovulo
ha i fiori gettati nella gola,
il manifesto nudo, le urla
dei soccorritori.
Ho pianto col riso, ho fatte
mie le scarpe di mio padre
ferme qui da vent’anni.
Le ho indossate nel sogno
andando a prenderlo
come fosse il rapito da calce
da macerie giganti.
Dopoguerra dell’oggi
senza colpe e aguzzini,
solo natura folle, carne
di terra tesa. Come le menti
scolpite nella bruma, lo squarcio
apre ferite abrase, vecchie
e sole. E noi rimorti, dentro.

[Dedicata al terremoto d’Abruzzo. Letta nei luoghi del disastro da Nina Maroccolo.]

fotoinspaziangusti
FRANZ KRAUSPENHAAR

Nato nel Novembre 1960 a Milano da padre tedesco di Aussig (Sudetenland) e madre calabrese di Palmi (RC), Franz Krauspenhaar, dopo aver fatto lo studente fino alla maturità – presa per il rotto della cuffia dopo due sole bocciature – e di seguito il magazziniere, l’impiegato, il manager arrancante, avendo deciso a 37 anni di non voler più stare “alla stanga” (Henry Miller dixit) e di fare una buona volta lo scrittore, ha pubblicato nel 2000 “Avanzi di balera” (Addictions Libri), nel 2003 “Le cose come stanno”(Baldini & Castoldi) , nel 2005 “Cattivo sangue” (Baldini Castoldi Dalai), e nel 2008 “Era mio padre “(Fazi) . E’ presente nelle antologie “Best Off 2006 a cura di Giulio Mozzi (Minimum Fax-2006), “I persecutori” (Transeuropa – 2007), “I nostri ponti hanno un’anima, voi no – Lettere ai politici” (Fazi – 2007), “Attenzione uscita operai” (No Reply-2007). In poesia, ha pubblicato presso la Feaci Poesia E-dizioni la silloge “Champagne” (2006), il poemetto “Monoscopio segreto” (2007) e la silloge “Cocktail K” (2008). Consulente editoriale, critico, giornalista, sempre curioso e disponibile alle sperimentazioni e alle contaminazioni tra le arti e perché no i mestieri, in onore dei suoi vecchi e gloriosi tempi di commercio e industria è stato per un anno ovviamente breve e altrettanto ovviamente intenso “Amministratore Unico” del blog “Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG”, (www.uffenwanken.splinder.com) sorta di “ditta” specializzata nella “fabbricazione di cultura”, ora trasbordato con tutto il suo poderoso archivio (a imperitura memoria) su questa fantasmagorica piattaforma informatica.
E’ redattore dal Dicembre 2004 del blog collettivo Nazione Indiana. (
www.nazioneindiana.com), e ha fondato, assieme a Fabrizio Centofanti, il blog collettivo La poesia e lo spirito (www.lapoesiaelospirito.wordpress.com)  nel gennaio 2007. Collabora con giornali e riviste scrivendo di letteratura e di costume.
Vive e lavora ( a modo suo, su questo non transige) a Milano, città che ama e detesta con uguale, passionale vigore.