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ARMATI  DI SOLA PENNA


CICLO DI SCRITTORI E SCRITTURE

PER LA LEGALITA’

 

 

INIZIA DOMANI ALLE ORE 19.30 PRESSO LA CASA DELLE ARTI DI SUCCIVO (CASERTA) UN NUOVO CICLO DI PRESENTAZIONE DI LIBRI CON LA PRESENZA DELL’AUTORE

 

 

 

 Ciclo_per_la_Legalità_Locandina

 

 

 

La rassegna, voluta dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Succivo, in particolare da Enzo Pastena, assessore molto sensibile ai temi della lotta alla criminalità organizzata e alla diffusione di una cultura della legalità, a partire dalla diffusione di una letteratura che tratti le mille sfaccettature del problema, sotto tutti i tagli possibili (giornalistico d’inchiesta, letterario-romanzesco, memorialistico), è curata da Giampaolo Graziano, vice direttore del mensile FRESCO DI STAMPA, magazine in prima linea nei servizi e reportages d’inchiesta sul fenomeno criminalità  nell’agro aversano, con la collaborazione del titolare di questo blog, Salvatore D’Angelo e vedrà la partecipazione di Maria Rosaria Pupo magistrato presso il Tribunale Civile di Santa Maria Capua Vetere, in veste di relatrice su tutti  e  sei gli incontri, che vedranno la partecipazione degli autori dei testi presentati.

 

 

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QUI DI SEGUITO IL CARTELLONE DEGLI INCONTRI

 

GIOVEDI 14 MAGGIO 

RAGAZZI DELLA TERRA DI NESSUNO di Gianni SOLINO

La Meridiana Editore

 


GIOVEDI’ 21 MAGGIO

IO, PER FORTUNA C’HO LA CAMORRA di Sergio NAZZARO

Fazi Editore

 


GIOVEDI’ 28 MAGGIO

LA BESTIA di Raffaele SARDO

Melampo Editore

 

GIOVEDI’ 4 GIUGNO

CAMPANIA INFELIX di Bernardo IOVENE e Nunzia LOMBARDI

Rizzoli Editore

 

 

GIOVEDI’ 11 GIUGNO

L’ORO DELLA CAMORRA di Rosaria Capacchione

Rizzoli Editore

 


MERCOLEDI 8 LUGLIO

SOLO PER GIUSTIZIA di Raffaele CANTONE

Mondadori Editore

 

 

L’INCONTRO  DI DOMANI  14 MAGGIO 2009 ore 19,30 CASA DELLE ARTI  CORSO SICILIA , 31 SUCCIVO (CASERTA)

 

 RAGAZZI DELLA TERRA DI NESSUNO libro Gianni Solino-thumb-200x325

 

L’agro aversano raccontato da Gianni Solino in “Ragazzi della terra di nessuno”

“Perché piangevo, perché provavo tanto dolore, tanta pietà? D’improvviso capii. In quella bara c’ero io, la mia anima, i miei ideali, le mie speranze. Era la mia morte quella che piangevo. Ero stato ucciso ma non volevo morire. A parlare si può correre qualche rischio. A volte, però, a stare zitti si rischia molto di più”.

Prefazione di don Luigi Ciotti

 

Quella “terra di nessuno” qui raccontata da Gianni Solino, del Comitato don Peppe Diana di Casal di Principe, in realtà, da alcuni anni sta cominciando ad appartenere ai cittadini che la abitano, che se ne stanno riappropriando in un percorso di liberazione. Se non ancora dal giogo della camorra, quanto meno da quella “sorta di collettiva sindrome di Stoccolma” che acutamente l’autore rileva e che contribuisce a spiegare il relativo radicamento sociale del fenomeno criminale.

La camorra è un mondo, con le sue leggi, i suoi codici, identità e linguaggi, con regole di governo interno e sistemi di relazione esterna. Un “Sistema”, appunto. Che viene percepito come escrescenza e corpo estraneo dagli altri cittadini, quando uccide e fa strage, ma col quale si finisce per convivere nella quotidianità. Proprio come impara a fare uno dei protagonisti delle storie che seguono, il Drago, al secolo Giorgio Villan. Commerciante di abbigliamento di Chioggia, aveva spostato la sua attività imprenditoriale in Campania. Probabilmente, come molti suoi colleghi, finché operava in Veneto si sarà lamentato delle tasse e del fisco, ma al sud pagava regolarmente il “pizzo”, come fosse una cosa normale, una specie di assicurazione sul negozio e sulla vita. Si è trovato invece stritolato nella guerra tra due bande rivali di taglieggiatori, finendo ucciso.

Il potere delle mafie cresce e si rafforza grazie all’omertà (sottolinea giustamente Solino: a parlare si possono correre rischi, ma a stare zitti si rischia molto di più, perché si diventa schiavi), alla rassegnazione e a quel particolare sentimento che fa percepire l’organizzazione criminale come benevolente, magari e paradossalmente semplicemente perché anziché ucciderti si è limitata a sparare alle gambe, come nel caso del vicesindaco “comunista” di Casapesenna, Antonio Cangiano, raccontato in queste pagine. La facoltà di uccidere e quella di “graziare” sono due facce della stessa medaglia, del potere assoluto e criminale che si presenta come il sistema di governo del territorio più forte e maggiormente efficiente, inflessibile e anche spietato, ma capace di magnanimità. Come un padre severo però attento ed equanime.

Di questa immagine, sapientemente accreditata dagli uomini dei clan, si nutre la camorra, che invece somiglia semmai a un vampiro, una creatura orrenda che si rafforza dissanguando le sue vittime, sottraendo loro ogni energia vitale, sino a ucciderle.

Le vittime diventano tali anche perché non osano ribellarsi, perché la paura genera passività e infine convivenza. Eppure, osserva Solino, “la camorra non è un ‘male endemico’ da cui non si può guarire, ma un fenomeno socio economico criminale che ha avuto un inizio e avrà una fine”.

È una considerazione importante, così come è istruttiva l’analisi che l’autore svolge su come, dopo il terremoto del 1980 e gli imponenti fondi stanziati per la ricostruzione, decine di migliaia di miliardi di lire, sia avvenuta una profonda trasformazione della camorra “da fenomeno di arretratezza meridionale, dedita al controllo del contrabbando, delle estorsioni e della prostituzione, a moderna holding del crimine in grado di dominare e governare gli appalti di opere pubbliche, di infiltrare e condizionare le amministrazioni locali, potendo disporre del fiume di denaro derivante dal florido traffico di stupefacenti, proponendosi in tal modo come ‘mafia imprenditrice”. Va aggiunto che è in quella fase e attorno a quella montagna di miliardi che si sono coagulate, come mai in precedenza, le cointeressenze e i connubi con la politica, con esponenti di partiti e di realtà finanziarie.

La fine della camorra si è senz’altro avvicinata con l’omicidio di don Peppino Diana, avvenuto il 19 marzo 1994 a Casal di Principe, nel casertano. Una morte che scosse in profondità le coscienze, perché era stato colpito un sacerdote nella sua chiesa, esattamente come era successo a monsignor Oscar Romero, assassinato in San Salvador mentre celebrava messa.

Don Peppino, promotore di un importante documento dal significativo titolo ispirato al profeta Isaia, Per amore del mio popolo non tacerò, aveva denunciato la camorra, divenuta “una forma di terrorismo”, e il fatto che “il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli”, così che “la camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi”; monsignor Romero aveva incalzato la dittatura salvadoregna, indicato le responsabilità delle oligarchie economiche, della casta politica e del governo nelle violenze dell’esercito, nella sanguinosa e costante repressione del popolo. Due uomini sicuramente molto diversi, che vivevano in due contesti assai distanti ma accomunati dall’amore per la verità e per una chiesa che aveva scelto (e non sempre è stato così) di schierarsi con i più deboli, di essere vicina anche fisicamente ai poveri. Due uomini infine uniti dal comune destino di martirio.

Anche Gianni Solino, pur se già fortemente e da tempo impegnato contro la criminalità camorrista, da quel tragico assassinio venne indelebilmente segnato, intimamente addolorato e ulteriormente motivato. Questo libro, dalla forte valenza educativa, si rivela anche come un sentito omaggio, come un atto di amore e riconoscenza verso il sacerdote assassinato.

Ai funerali di don Peppino, l’omelia del vescovo Lorenzo Chiarinelli era diventata vibrante esortazione a ripudiare la logica della violenza: “Terra di Casale e intero Agro Aversano, bandisci le armi! Gettale via. Non ce ne siano più nelle tue case, nelle tue mani, nei tuoi pensieri”.

Con passione, cognizione di causa e anche sincero dolore Gianni Solino ci rende evidenti i meccanismi sociali e prima ancora culturali che portano tanti giovani a lasciare che le armi entrino nei loro pensieri e poi nelle loro mani e nelle loro case, a lasciarsi arruolare dal “Sistema”, illudendosi di “diventare qualcuno”, di essere instradati in carriere di boss, ma essendo invece solo povera carne da macello, assassini e in qualche modo vittime al tempo stesso. Proprio come Diego, arruolato nelle bande criminali e infine a sua volta ucciso, la cui storia ci viene raccontata con partecipazione dall’autore, nell’infanzia suo compagno di giochi.

È tuttavia netto, sin dalla premessa, il rifiuto di Solino verso ogni giustificazionismo: non sono solo le condizioni di miseria o di disoccupazione alla radice dell’arruolamento nelle bande del crimine organizzato. La scelta camorrista va considerata appunto una scelta, un atto di responsabilità negativa che va fatta pesare.

Anche perché è solo in quest’ottica, quella della responsabilità e della scelta, che è possibile, viceversa, sottrarsi alla carriera criminale e alla fascinazione della violenza.

Non vi sono fatalismi né tolleranza possibili. Le armi vanno bandite. Dalle logiche di morte si può e si deve uscire. Senza queste esortazioni morali e senza messaggi di speranza, allora sì, la violenza potrebbe vincere e le mafie restare eterne.

La vicenda che chiude il volume, quella di Luciano, è limpida e commovente. Ci racconta di come possa essere l’amore a fermare sull’orlo del baratro e di quanto spesso siano le figure femminili − le madri, le mogli, le fidanzate − le più determinate e lucide nel contrastare le derive violente.

“Anche l’inverno ha nel cuore la primavera” recitava il motto della Scuola di pace “don Peppe Diana” che, l’anno successivo al suo omicidio, venne costituita da Gianni e un gruppo di altri cittadini impegnati sul territorio.

Sono le parole aperte al futuro che possono convincere i giovani a rifiutare carriere di morte. Ma prima ancora sono gli esempi, la capacità di essere credibili, vale a dire coerenti. Perché l’antimafia non si fa solo a parole. Queste storie e l’impegno di Gianni Solino ci mostrano una strada vera ed efficace, quella di cittadini in cammino che sanno tenere la testa alta e lo sguardo fermo, che sanno porre domande scomode, ma anche interrogarsi.

 

 

Gianni Solino

GIANNI SOLINO

nato a Villa di Briano (CE) 46 anni fa, sposato e padre di tre figli, lavora alla Provincia di Caserta. Fin da ragazzo si è interessato dei movimenti pacifisti e anticamorra, e continua ad impegnarsi nell’associazionismo, in modo particolare con “Libera”, “Comitato don Peppe Diana” e “Scuola di Pace don Peppe Diana”. È stato per oltre dieci anni sindacalista provinciale della CGIL nella quale è ancora oggi coinvolto in qualità di rappresentante sul posto di lavoro.

 

 

 

"Ragazzi della terra di nessuno" di Gianni Solino, edizioni La meridiana

 

 Valerio Taglione

RAGAZZI DELLA TERRA DI NESSUNO libro Gianni Solino-thumb-200x325

 

 

Alcuni anni fa l’ovest aversano, ovvero quel groviglio di case e strade che si dipana lungo la strada provinciale  Frignano-Villa Literno, fu trasformato in un vero e proprio teatro di guerra. 

 

Conflitti a fuoco fra bande rivali, agguati  cruenti, inseguimenti con sparatorie, uccisioni continue. La popolazione  appariva frastornata, terrorizzata ed i nostri comuni  somigliavano a quartieri di Beirut nel   pieno del conflitto arabo-israeliano.

Questo libro prova un po’ a raccontare quel periodo, non tanto in termini di episodi di cronaca bensì di clima, di sentimento, di sofferenza, tentando – se possibile – di dare un contributo alla lettura di tali vicende.

Lo strumento utilizzato è quello del racconto, partendo da storie vere, in qualche tratto appena ritoccate per non urtare suscettibilità o riaprire vecchie ferite.  

L’intento principale di questo lavoro è quello di riaprire una discussione, anche in termini culturali, come dice don Luigi Ciotti nella Prefazione: "Quella terra di nessuno qui raccontata da Gianni Solino, del Comitato don Peppe Diana di Casal di Principe, in realtà da alcuni anni sta cominciando ad appartenere ai cittadini che la abitano … Il potere delle mafie cresce e si rafforza grazie all’omertà, ma a stare zitti si rischia molto di più, perché si diventa schiavi."

 

(da L’ ECO DI AVERSA)

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One thought on “

  1. Il sangue piova
    e’ la prima morta
    la ragazza al volto trucatto
    un gelsomino
    strappato
    la macchina con sportella
    aperta,
    il primo giorno dell’estate
    una ragazza bruciata.

    Ho visto la linea del mare
    senza bagnatori,
    nebbia blu dell’inverno,
    tra canne,
    un ragazzo prova la morte,
    sfida il silenzio
    con la mitraglia.

    Il griono dove hai la pistola nella bocca,
    non ha il tempo della preghiera,
    mangi il metallo, la sabbia,
    muori di paura.

    La ragazza aspetta dietro la bara
    l’orologio fa l’indietro
    della vita,
    il suo fidanzato era innocente
    con occhi senza guerra
    la tasca pulita
    una palla attraversa la piazza
    è morto con la canzone nella testa
    quelle sentita in discoteca.

    Perché è costretta a vivere chiuse nella casa?
    Con scorta?
    perché non sente il vento del mare?
    Perché non fa un bagno?
    perché in questo tempo deserto
    affronta la solitudine dell’estate?
    Non ama più la pineta, la collina, il cielo, eppure il senso della terra viva
    formicola,
    scrive.

    Ho la finestra aperta,
    leggo sul divano,
    l’oro della camorra,
    non vedo più i mobili,
    il bicchiere sulla tavola,
    il disordine,
    non infrangere la lettura,
    tra dizionario e libro,
    sono all’orla della terra
    i miei occhi hanno paura.

    Sono mani di sarta,
    esili,
    la bocca non dice niente,
    nella casa piccola,
    omertà della vita
    un passaggio,
    sono mani di vedova
    con filo nero.

    Per Salvatore, Rosaria Capacchione,
    Roberto Saviano.

    Romanzi che mi hanno ispirata:

    L’oro della Camorra
    Le contraire de la mort

    Films
    vento di terra

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