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TRE TESTI  SUL TERREMOTO AQUILANO. TRE SENSIBILITA’ CHE SI MISURANO DIVERSAMENTE CON LO STESSO AVVENIMENTO.

 

UN POEMETTO DI 333 VERSI DI GIUSEPPE LIMONE, GIURISTA, FILOSOFO E POETA DI SENSIBILITA’ CRISTIANA E DI SFAVILLANTE VISIONE IMMAGINIFICA, CALIBRATA DA UNA GRANDE MAESTRIA RETORICA DELL’IO POETANTE, CHE SI FA NOI. QUI LA "MISE EN ABIME" NON E’ SOLO "MITOPOIETICA", MA ANCHE PRESCRITTIVA, DATA DA UN GRANDE E CONTROLLATO LAVORO SULLE "IMMAGINI" EVOCATE DAL DISASTRO AQUILANO E PRETESTO PER CONTINUARE UN "DISCORSO" TEOLOGICO E FILOSOFICO CHE VIENE DA LONTANO, E CHE -LO SI CONDIVIDA O MENO – SI SERVE DEL MEDIUM POETICO CON GRANDE MAESTRIA.

 

UN OCCHIO STRANIERO E PARTECIPE ( VÉRONIQUE VERGÉ), LA CUI VISIONE "DISTACCATA, OGGETTUALIZZATA"  SI RIVELA PER ESSERE UN REPORTAGE-PIANO SEQUENZA    "A DISSOLVENZE INCROCIATE" MOLTO PIU’ EFFICACE, EMOTIVAMENTE, DI TANTE IMMAGINI TELEVISIVE. EPPURE DA LI’ , DALLA TV, PRENDE LE MOSSE .

 

INFINE UNA SINTETICA, LAICA E ANTIRETORICA “VISIONE  DEL DISASTRO” , IN CUI IL FENOMENO SISMICO E’ EMBLEMA D’ALTRO, D’UNA MORTE REALE CHE S’AGGIUNGE A QUELLA “VIRTUALE” DI TANTI MUTI TESTIMONI DEL “SILENZIO” D’UNA CIVILTA’ INCAPACE DI VERA COMUNICAZIONE. (FRANZ KRAUSPENHAAR. MILANESISSIMO, NONOSTANTE LE GENERALITA’).


VISIONI TUTTE E TRE LEGATE DAL "FIL ROUGE" DEL TERREMOTO COME PRETESTO  PER "PORTARE IL DISCORSO" SU ALTRO, SULLA CRISI DELL’IO E DEL "NOI" INTESO COME CRISI DI UN MONDO, DI UNA CIVILTA’.

 

 

                                                                               

  

 

 

 

VZ_Klaipeda_20016[1]

 

 

 

 

 






L’AQUILA, 6 APRILE 2009

 

                                                                          Alla dignità del popolo aquilano.

                                                                          Al cuore della sua altezza,

                                                                         all’altezza del suo cuore.

 

 

rovine









 


 

 

di Giuseppe Limone

 

 

Il dì sesto di aprile, la notte delle Palme

come un ladro

un drago di fuoco ci destò

dalle viscere del buio,

squarciandoci le porte

e l’anima

in un soqquadro di volti

truciolati da lampi.

                               Tutta

si liquefece la memoria

nostra,

sbranata in un’alluvione di specchi.

Frugati

nudi da un terrore fummo,

serpi di grida,

manichini rotti,

polveriera di gemiti,

apocalissi di fuggenti, stracci

di secondi rallentati

in un capogiro di terra

come sauro che ruota

e fissa

in un boato

bianco,

squalo unico muto.

Tutto è macerie e pietre,

e macilenta

è l’anima

come un mare di sale,

dragata dalla morte della luce.

Siamo il resto del mondo.

Non c’è sguardo

su noi.

Inesistenti senz’ombre.

Il cielo non ha lacrime, le nostre

lacrime non hanno cielo.

                                        Un padre cerca, frugando

fra le pietre a mani nude,

il figlio

sul filo d’un lamento come luce.

Ogni vita è rubata. Sepolti

nel silenzio, tutto è tomba di vivi

a cielo crudo.

Siamo terra di morti. Nulla

più ci somiglia

se non un’orda

di bruchi

senz’anima.

Unica superstite è la luna.

                                             Un graffio

di ricordo

a vetro stride

solforico sul sangue.

                                   Estratti

vivi dalla sorte

delle pietre,

ogni volto è un risorto.

                                     In un rosario

di giorni

sotto un sudario di paure

abbiamo contato

i nostri

morti.

Uno

per uno,

viso per viso,

pallore per pallore,

sotto gli occhi del mondo

in un pallottoliere di ricordi

e strazi.

Sola regna la morte.

                               Qualche mano

corre, precede

la speranza. La paura abbaia.

Un sol minuto

ci ha uguagliati nel tempo

al mondo intero. Ci ha

retrocessi di secoli

fra tende,

livellandoci agli avi.

                                Un  sol minuto

ci confessa che la città globale prima

è la paura

e il pianeta che trema

e l’aria una

che fa il giro del mondo.

Siamo terra di morti. L’uno con l’altro

ci accomuna e distingue la pietà.

Solo ora sappiamo che per anni

dormimmo sul vuoto

di edifici all’orologeria,

in una polveriera di sabbie,

affidati alle colpe

di chi un giorno quotò

in borsa i respiri

nostri,

giocandoli al tavolo dei sismi.

                                                Solo ora

sappiamo che per anni

dormimmo in braccio a rottami,

a copie di uomini che hanno

denaro per cuore e che non sanno

chiedere perdono.

                            La loro fame

ci ha resi all’improvviso,

fra tende e pianti,

gratuiti attori di un reality show.

                                                   Uomini

ci ridussero in briciole,

uomini ci soccorrono.

                                   Noi

vi chiediamo perdono

se, offuscati, non sempre discerniamo fra loro. Uomini furono

quelli che, a freddo, ci sterminarono a Onna; uomini, forse, saranno

quelli che sciameranno da noi, nuovi

cercatori d’oro

sporco. Non chiedeteci per chi tremò il terremoto.

Esso tremò per tutti,

per voi e noi,

formiche della terra,

colonie di ragni

inginocchiati

sulle proprie paure.

Un terremoto è nulla

per il cosmo,

e noi

nulla di nulla,

ma semi di rose. Come

messaggi in bottiglia nel mare del creato.

La notte delle Palme ci ha snudati

alla luce.

Ci ha rubato

la vita. Ci ha issati

su un asino straziato

alla volta d’un tempio

ignoto.

Grande si fa la paura,

piccolo il mondo

intorno a noi,

intorno ai nostri visceri indifesi.

                                                   Siamo

stati scoperti

stazioni mobili

su una faglia del globo, nevralgia

sulle derive dei continenti,

all’improvviso

colti in un lampo all’ingranditore.

Fa importanti il dolore,

se importante è l’onore

di chi lo vede.

La pena di un popolo è di tutti,

come un furto del sole.

File di bare bianche

si affacciano sul mondo e siamo

mappe di croci:

bimbi esposti alla luce

per l’addio,

orfani di padri

restati vivi,

piccole radici

trafugate al filo del respiro,

fronti deposte

sul destino,

come strette di mani

senza dita,

come lacrime

rubate al pianto,

come parole che non possono dormire,

come il corrersi incontro

senza braccia,

come strozzate luci,

come cave canne

di preghiere estirpate. 

                                     Signore,

siamo crepe di ricordi. Il sole

ha fatto man bassa di noi,

ci ha chiusi nelle nostre vite

e ha gettato la chiave.

Dove ci assediò la fame

d’oro,

ora ci assedia la paura. Dove

ci assediò la paura,

ora ci soccorre la pietà.

            Vi chiediamo perdono

se non distinguiamo ancora bene

fra chi ci ama perché ha paura

e chi ha paura perché ci ama.

                                                Il tremore

della terra

non ha solo sciami,

ma peristalsi di repliche

nel cuore.

                                     Ora la terra trema

anche della nostra paura.

Ha natura retrattile il dolore,

che ci accascia e dà volo.

                                         Forse siamo

la metafora viva di un mondo

improvviso

che senza malta esplode

come in un’osteoporosi programmata

da noi su noi.

                       La follia

è il nostro filo d’erba

a cui si appende

la speranza di tornare

sul ciglio dell’essere

dal pendolo che oscilla

sulle nostre paure.

La nostra meraviglia è la speranza

di essere ancor uomini,

esseri fatti di terra

che guardano in alto,

                                   ora risorti

dalle crepe

per un sisma di dentro

che ci alzò,

                                 creati dai soccorsi

di occhi che ci credono fratelli.

A tutti occorre

qualcosa che riscaldi il cuore.

                                                 Fra le crepe c’è un filo.

                                                 Ora si leva

da una promessa di varco

l’Aquila,

il sole,

il ricordo dei giorni derelitti,

le storie, le memorie, le mura patrie,

i padri, i figli, i visi del bestiame,

uno per uno amati,

i volti irremovibili dei morti,

la farfalla che torna

a tremare sul nettare del fiore.

Dalle viscere aperte della terra emerse la paura.

                                                                            Ora

dalle viscere aperte d’una madre

scoppia un nuovo nato

– carne da carne, senza carne sola.

Una necessità ci fa liberi

se indica una luce.

                              Forse c’è un tempo

in cui si scopre che

infinito è un fiore,

se un’anima lo vede.

                                  Non ci basta il dolore

a salvarci

né la pietà

dei tempi carsici

né le emozioni

a geometrie variabili del mondo.

Al sisma della terra

un sisma delle viscere risponde,

papavero dal fuoco.

Abbiamo fame di fede.

Come l’eruzione dell’erba,

che è possibile per necessità.

                                              Come lo scoppio

d’un bimbo,

che fa sangue ma è luce.

                                       Questa fame

assomiglia

a un orgoglio

ma è un tic dell’anima,

una legge della Terra,

una gravitazione cosmica,

un istinto di pastori,

come un sisma di dentro,

oriundo della luce.

                              Una vita

vive solo se un piccolo nulla si accende:

come un dito di bimbo o un fil di voce.

Una vita

è un battito di ciglia: si replica

e non può essere impedito. Dal crepaccio

scoppia il terrore e il fiore, come la zizzania

e il grano.

                           Noi preghiamo

a noi tocchi il dolore

alto

che come cedro può assorbire il sole.

           Si susseguano i giorni

come fili d’erba, come

calici d’acqua.

Come volti di agnelli. Come spighe. Come navi di rose.

                                                      Rinascano gli armenti

verdi,

le perle delle Chiese

dai sapori di Santi,

la fede nelle musiche,

la reggia dei sogni

quotidiani,

gli studi dei giovani, i talenti, la fiamma

dei lavori operosi, la rivoluzione del glicine,    

le mele verdi, i percorsi degli avi, le iridi dell’alba, le meraviglie

dei nati, “settembre, andiamo”, i canti dei pastori, i nostri                                                             maggi odorosi, pozzi

di sguardi sulla terra viva

ai solchi della luce.

 Fra le nostre rovine

cieche

frughi un poeta

i dispersi giorni, per risorgerli

dal possibile al vero

come un angelo nuovo, spàgini i volti nascosti tra le perdute

lune, ci restituisca il battito del mare. Ora ci tocca

lanciare il cuore oltre il buio. Ridare acqua

alla terra e l’oro del grano. Diamanti saranno i dolori

e fuochi nella notte. Noi non potremo

mai tradire il sangue,

i sogni,

            dai ricordi

la giungla delle braccia che ci chiama.

                                                            Noi non negheremo

lo stelo al giglio,

il varco all’erba,

all’aquila il suo volo.

Essa avrà il nostro sangue: per ali

le speranze dei fanciulli, per occhi

le memorie dei padri

e per timone di vento

noi stessi,

risorti in piedi

in onore del figlio:

                                perché duri

negli occhi suoi

la nostra luce, l’orgoglio delle origini, la dignità delle nevi,

il sisma delle viscere

nostre

confessato dall’istinto al sole, la stella

indicata dall’ago

della fede nel cómpito,

il candore di Dio,

la promessa del sangue e il nome dell’onore.

 


 

Giuseppe Limone

giuseppelimone@tin.it

 

 

 

 

TREMBLEMENT  INTÉRIEUR

INTERNO TREMORE

 

 

di  Véronique Vergé

 

 

mani
















Rosa non ha chiuso la porta
La chiave è la distanza
della casa sventrata.

Il cielo ricade sul paese
come ha sempre fatto
dolore nuziale
Il tetto della chiesa di L’ Aquila
è crollato
stelle nascono a mezzogiorno.

Ho trovato la scarpa di vetro della sorella
intatta
nel paesaggio distrutto.

Eppure il ciliegio vive
un bambino è rimasto prigioniero
attraverso la breccia nella parete
passa il nuotatore.

Sono un cavalluccio marino
di sofferenza
dice la bambina ferita.
La mia casa è esplosa.

La scossa per l’uomo del paese
e la terra mi brucia
alla rovescia.

La vecchia aspetta la visita della memoria
fa il conto degli oggetti ritrovati
per miracolo   ieri era il tempo dell’amante
prima della scossa.

Non si consola della perdita
della casa natale.
Non c’è niente da dire.

La rosa non ha avuto la pazienza
di vedere la ricostruzione del paese.
Lorenzo è scomparso con la rosa.

La vita non continua
sotto una tenda di fortuna.

Dimmi come dire – dalla mia lingua
verso la tua –  la disgrazia il dolore

la solidarietà di sorella… l’amore


véronique vergé

 

 

 

 

May 7, 2009

Ho raggiunto

di Franz Krauspenhaar

 

 

 

 

 

Dedicata al terremoto d’Abruzzo.

Letta nei luoghi del disastro da Nina Maroccolo.

 

 

 terra

 

 

















[ Immagine: FK – Terra.]

 

Ho raggiunto le farfalle
del mio stomaco.
Un volo, un senso
unico. Di morte.
La primavera ha cent’anni
ha le speranze senz’ovulo
ha i fiori gettati nella gola,
il manifesto nudo, le urla
dei soccorritori.
Ho pianto col riso, ho fatte
mie le scarpe di mio padre
ferme qui da vent’anni.
Le ho indossate nel sogno
andando a prenderlo
come fosse il rapito da calce
da macerie giganti.
Dopoguerra dell’oggi
senza colpe e aguzzini,
solo natura folle, carne
di terra tesa. Come le menti
scolpite nella bruma, lo squarcio
apre ferite abrase, vecchie
e sole. E noi rimorti, dentro.


chiesa

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One thought on “

  1. Poesia in dolore viva,
    un canto universale,
    bellissimo.

    Il terremoto di Alquila
    l’ho scoperto con le foto dei giornali francesi, foto sono entrate nel cuore, provocando un tremore interno. Ogni foto mi parlava di una storia sventrata.

    E l’intimità spogliata, la nudita, il dolore, la paura. Ombre del terremoto ha forse scovato la mia paura.

    Ma volevo aggiungere che nostante la distanza, l’assenza di vincolo nel paese, il dolore degli abitanti mi è rimasto nella mente, come nutrito dell’immagine, ma anche di tutto che potevo sentire senza vivere nella realtà il terremoto.

    veroni

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