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ALLA CASA DELLE ARTI IL SECONDO APPUNTAMENTO CON LA RASSEGNA “ARMATI DI SOLA PENNA”  QUESTA SERA ALLE  ORE 19.30  IN   CORSO SICILIA

 

 Locandina_ciclodellalegalit

 

 LA BESTIA

 

LA BESTIA

di Raffaele Sardo

prefazione di Roberto Saviano

 

Camorra, storia di delitti, vittime e complici


"Una società che rifiuta la camorra è una società che si fonda anche sulla gratitudine e sul riconoscimento di ciò che le persone le danno."

Giornalista che da anni racconta ciò che è pericoloso raccontare, le tante, troppe azioni criminose della camorra, punto di riferimento per i giusti che vivono in quel territorio, elemento di discontinuità di un’informazione fortemente controllata, Raffaele Sardo in questo libro parla delle vittime, le vite spezzate da un potere maledetto, e maledettamente forte, e il dolore di chi è sopravvissuto, i familiari, gli amici.

Casal di Principe, nel cuore della camorra. La prima ad apparire è una madre dolorosa, Iolanda, una donna che piange ancora dopo anni, l’uccisione di suo figlio, un giovane prete, don Peppe Diana, il prete degli scout, ucciso nel marzo del 1994
Una folla immensa aveva assistito al funerale: la camorra che uccide un prete è troppo anche per chi è abituato ai suoi delitti.
Ora un gruppo di scout, come tanti altri in questi anni, va a trovare Iolanda e al santuario diventato nel tempo il luogo simbolo del movimento anticamorra, retto da don Paolo dell’Aversana, uno dei sacerdoti che firmò con don Peppe il documento Per amore del mio popolo.

Peppino Diana

È Iolanda a rievocare il giorno dell’agguato. I gesti quotidiani, la sveglia alle sei, il percorso da casa alla parrocchia (dieci minuti a piedi), l’entrata in sagrestia e la vestizione dei paramenti per la messa. Erano le 7,20. Un killer raggiunge don Peppino in sacrestia, tira fuori una pistola e spara quattro, cinque colpi.           
La guerra tra i clan Schiavone-Bidognetti e i clan Caterino-De Falco (siamo negli anni 1990-91) aveva insanguinato non solo Casal di Principe ma una serie di comuni della zona, e aveva visto la vittoria del primo. Nel Natale 1991 era uscito un documento, Per amore del mio popolo, firmato dai parroci della Foranìa di Casal di Principe che invitava il popolo a ribellarsi e condannava senza remore la camorra. Don Peppino Diana aveva parlato con i giovani,diffuso il documento. Il clan perdente, il Caterino-De Falco, nel decretare la morte di don Peppino sperava che la reazione repressiva dello Stato avrebbe decimato il clan avversario, il clan Schiavone- Bidognetti. Tentativi di depistaggio e calunnie non hanno impedito di ristabilire la verità: gli assassini nel 2003 e nel 2004 sono stati condannati. Una nota dolorosa: la Chiesa per molti anni è stata non solo tiepida, ma addirittura ostile alle commemorazioni di don Peppino.

salvatore Nuvoletta

Marano, città a nord di Napoli, all’apparenza un posto tranquillo. Salvatore Nuvoletta, carabiniere coraggioso, è stato ucciso il 2 luglio 1982. Il suo cognome per caso anche quello dei camorristi più potenti della zona. Due fratelli di Salvatore erano stati la scorta del generale Carlo Alberto dalla Chiesa che, pochi giorni prima di essere a sua volta ucciso, aveva incontrato il padre di Salvatore per testimoniargli la sua affettuosa solidarietà e la sua indignazione per quella barbara uccisione. 
"La mafia siciliana, su richiesta del clan Nuvoletta, si era incaricata di eseguire l’omicidio per conto del clan dei casalesi, e aveva imposto a tutti l’omertà assoluta." Salvatore doveva pagare uno "sgarro" fatto a uno dei boss emergenti della zona. Francesco Schiavone, "Sandokan", allora era autista e killer di fiducia di Antonio Bardellino, capo del clan dei Casalesi. Un cugino di "Sandokan" era stato ucciso in uno scontro a fuoco (a cui Salvatore non aveva neppure partecipato) con i carabinieri nel giugno del 1982 nei pressi di Casal di Principe. Un delatore, i pentiti indicano il maresciallo Matassino, aveva fatto il nome di Salvatore come responsabile di quell’uccisione.
Sardo presenta il quadro in cui tutto ciò avviene, la lotta interna alla camorra, che si conclude con la sconfitta dei cutoliani, il sangue che scorre e insanguina le strade, un’altra guerra interna alla Nuova Famiglia per la volontà dei Nuvoletta, alleati dei corleonesi, di primeggiare: stragi, mattanze, orrori infiniti e nuove alleanze politiche.
Viene raccontato l’agguato mortale e la prontezza di Salvatore, un ragazzo ventenne da tempo minacciato, di allontanare da sé Bruno il bambino che era con lui quando i killer si avvicinano per ucciderlo che, oggi, ormai adulto, pizzaiolo in Germania, parla e racconta la sua riconoscenza,

Federico Del Prete

Casal di Principe, 18 febbraio 2002. Terza vittima innocente, Federico Del Prete, un sindacalista che stava intralciando gli affari della camorra, ucciso nel suo ufficio da un killer. Era la vigilia del processo al vigile che Federico aveva denunciato: riscuoteva il pizzo per la camorra dai commercianti.
A trovarlo,sanguinante a terra, il figlio diciottenne Vincenzo. Federico aveva fondato il sindacato a Casal di Principe, 3.000 iscritti con sede regionale a Salerno. Numerose minacce, tanti avvertimenti: le misure di tutela erano state pochissime e pochissimi i gesti di solidarietà dei suoi concittadini, clamorose le assenza al funerale, ben poco, quasi nulla da parte dello Stato per qaiutare i familiari.
Ecco le "colpe" che decretarono la morte di Federico: denunce alle istituzioni e alla stampa, circostanziate, precise, perché i commercianti taglieggiati si sentissero meno soli. Grazie a queste si riuscì a incastrare il vigile corrotto, a provare che raccoglieva il pizzo per la camorra e il vigile Sorrentino fu condannato. Fu proprio Raffaele Cantone, pochi giorni prima di lasciare la Dda, a depositare gli atti del procedimento relativo all’omicidio di Federico: autore materiale, reo confesso, il collaboratore di giustizia Antonio Corvino, incaricato del delitto dai capi del clan Schiavone.

F.Imposimato

Ferdinando Imposimato

Maddaloni, 11 ottobre 1983, viene ucciso Franco Imposimato, impiegato alla Face Standard, pittore per passione, fratello di Ferdinando, giudice a Roma. A parlare di lui i due figli e la moglie sofferente ancora per le due pallottole che la colpirono nell’attentato al marito.
Raffaele Ligato e Antonio Abbate, i due killer del clan Lubrano-Nuvoletta, affiliato a Cosa Nostra siciliana vennero mandati da Pippo Calò, il "Papa" di Cosa Nostra per fermare le indagini di Ferdinando Imposimato sulla morte di Domenico Balducci, usuraio romano della banda della Magliana che prestava soldi all’alta borghesia romana (esponenti dei servizi segreti, massoni e piduisti…). Le indagini di Ferdinando Imposimato stavano per arrivare al cuore di Cosa Nostra e così fu decisa la condanna a morte del fratello.
Anche in questo caso le minacce, puntualmente arrivate, erano state del tutto sottovalutate. Dopo 17 anni da quel delitto i responsabili sono stati condannati: Pippo Calò, Antonio Abbate e Raffaele Ligato ebbero l’ergastolo. Vincenzo Lubrano morì nel 2007. 
Maria Luisa Rossi, la moglie di Federico, è morta il 5 febbraio 2008: dall’11 ottobre 1983 non si era più ripresa.

Vittima camorra

Una vittima "per caso", qui onorata, è Attilio Romanò. A parlarne è la giovane moglie, Nata, che quel 24 gennaio 2005 era sposata ad Attilio da soli quattro mesi. Attilio aveva aperto un negozio di telefonia con un amico, in una zona pericolosa di Napoli, a Secondigliano, poco lontano dal quartiere Scampia. Il killer entra nel negozio, Attilio è seduto al computer, si alza e chiede a quello che crede un cliente che cosa desidera: la risposta sono quattro colpi di pistola a bruciapelo. Era stato scambiato per il suo socio, parente alla lontana (ma senza nessun coinvolgimento) con Rosario Pariante, esponente degli "scissionisti" di Scampia. Nessuno vide niente, nessuno udì niente.
Raffaele Sardo racconta al lettore, in modo chiaro e puntuale, la guerra di Scampia: è importante capire, avere la corretta informazione su quello che avviene (e sul perché avviene) in quella zona così travagliata.
Per la giovane moglie, distrutta dal lutto, è stato poi fondamentale l’incontro con Libera, l’associazione antimafia fondata da don Ciotti.
Questo è il messaggio fondamentale: sapere che c’è qualcuno che spera, che crede e che opera, perché la criminalità organizzata sia sconfitta. È importante il coraggio di chi si espone, ma anche quello di chi sostiene, incoraggia sorregge chi non ha più fiducia.
L’ultimo morto di camorra, l’ultimo ad essere qui ricordato è Alberto Varone, un piccolo imprenditore, distributore di giornali e mobiliere, di Sessa Aurunca, crivellato di colpi nella sua macchina il 24 luglio 1991.
Mario Esposito capo del clan dei "Muzzuni" voleva rilevare il negozio di Alberto, ma lui non aveva voluto cederlo nonostante le intimidazioni. La sua morte doveva servire d’esempio agli altri: non si dice mai di no alla camorra.

Funerale vittima camorra



Questo è il messaggio che noi lettori raccogliamo: dobbiamo grande riconoscenza a tutti coloro che a costo della vita non hanno chinato la testa, dobbiamo fare fronte comune, essere vicini ai familiari, dobbiamo fare qualcosa e, ognuno per quello che può, agire.  


Grazia Casagrande, 28 novembre 2008 (Da WUZ Cultura & Spettacolo)

 



 

Roberto Saviano

Una sentinella della

memoria

L’Introduzione di Roberto Saviano



 

 

Raffaele Sardo è un giornalista che da molto tempo ha deciso di custodire il territorio in cui è nato. Custodirlo nella memoria della cronaca, nella scelta di non andare via, di non occuparsi di altro, di non fingere di non vedere e di non sottovalutare. Di non lasciarsi affascinare da certi atteggiamenti che hanno caratterizzato gran parte di coloro che si definivano "riformatori", come quello di parlare solo della bellezza storica, territoriale per esaltare un Sud troppo martoriato nel racconto mediatico: purtroppo questo tipo di atteggiamento non è servito a valorizzare le ricchezze e i talenti ma a coprire i misfatti delle terre del Sud. Questo, Raffaele Sardo non l’ha fatto. Non si è lasciato stringere nella morsa contraddittoria per cui se parli di certe questioni infanghi la tua terra e invece se non ne parli la rispetti. Ha compreso subito la perversione di questa logica omertosa, che otteneva solo di accentuare un interesse localissimo per certe vicende e un disinteresse nazionale che finiva col favorire i profitti dei clan. Custodire la memoria in terra di camorra significa custodire il vaccino contro certi poteri, non dimenticare che le maschere di chi ha dominato queste terre in passato vengono indossate dai potenti di oggi. Dinanzi a Sardo, invece, sembra essere sempre presente la posizione che Paolo Borsellino espresse nella sua ultima lettera: «… avevo scelto di rimanere in Sicilia e a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso a occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi». Sardo si è sentito erede di tutti coloro che non hanno mai smesso di guardare in faccia il potere e, nel corso degli anni, come cronista di diverse testate – dall’Unità a Repubblica passando per Diario -, non ha mai smesso di scrivere per capire. Ha fondato un suo giornale, Lo Spettro, tra difficoltà economiche estreme e un’esperienza, quella dello Spettro, segnata dalla difficoltà di trovare finanziatori in una provincia come quella casertana e più latamente meridionale popolata di editori corrotti e giornali locali che sono fonti preziose di informative per la polizia e di indiscrezioni ma che spesso sembrano avere l’unico obbiettivo di raccontare il crimine ai criminali.
Raffaele Sardo è stato per anni un riferimento in una terra dove i giornali locali erano pieni di contraddizioni. Dove l’informazione di camorra era monopolizzata da testate dirette da imprenditori collusi, dove i cronisti erano saccheggiatori di informative senza partire da esse per fare analisi. Dove i quotidiani servivano a diffamare. Questo clima di diffamazione verso chi parla di camorra prospera proprio perché chi parla sconta il peso della propria debolezza. In un’intercettazione nell’ambito dell’inchiesta sul consorzio di rifiuti Ce4 coordinata dall’Antimafia di Napoli emerge un risvolto inquietantissimo: il progetto di comprare i giornalisti e condizionare con la pubblicità i giornali locali. In una terra dove il più grande processo di mafia degli ultimi quindici anni, il processo Spartacus, si è svolto senza ricevere attenzione nazionale, è molto semplice agire. Basta condizionare il territorio, e l’affare sporco è protetto. Perché, secondo quanto viene detto nelle telefonate, «se non ne parlano i giornali non si muove la magistratura». Prima o poi si indagherà sulle connivenze della stampa locale che, fingendo di essere antimafia, fa un’informazione ambigua, legata a imprenditori (spesso anche editori) che riportano le azioni dei killer di camorra ma non disdegnano i capitali dei boss che comandano quelle paranze di fuoco. In provincia di Caserta un editore di giornali locali è stato arrestato qualche anno fa per estorsione a mezzo stampa, accusato cioè di usare i propri giornali come strumenti per diffamare o astenersi dal diffamare in cambio di soldi. Tutto questo sta emergendo lentamente, e molto dovrà ancora essere portato alla luce: sarà più facile se l’attenzione legata ai più recenti fatti di cronaca genererà un’opportunità più duratura di essere ascoltato e preso sul serio per chi si occupa di questi temi.
Sardo ha avuto il merito di essere un riferimento. Soprattutto nei momenti di riflusso, quando di tutto si parla fuorché di queste vicende e il silenzio fa sì che l’opinione pubblica possa credere a una possibile assenza di questi poteri, assenza di certe logiche, assenza di certi business. E invece tutto è coperto ma florido. Ma per tutti i cronisti nazionali che venivano a informarsi Sardo è stato lì. Presente! E in questo libro mostra la sua memoria. La mostra raccontando di vittime. Di vite umane -spezzate, recise, ammazzate. Molto tempo fa si occupò di don Peppino Diana, e se ne occupò in un momento in cui non era facile farlo. Quando don Peppino era stato diffamato, vilipeso, distrutto dai giornali locali. Titoli orrendi che ne infangavano la memoria con l’unico obiettivo di non permettere che la sua storia potesse essere un punto di riferimento nazionale, che i suoi scritti potessero diffondersi. Perché, e questa è la peculiarità del libro di Sardo, le vittime di cui parla non sono vittime conosciute, note a tutti, non hanno avuto pezzi in prima pagina e talk show, i loro familiari non sono stati filmati da telecamere, i funerali sono stati disertati da ministri e CNN, non c’è stata la BBC a riprendere i mazzi di fiori posati nei luoghi delle loro esecuzioni, la segatura gettata sul sangue non è stata fotografata, ma lavata con un getto di pompa appena il sangue si è rappreso e seccato. Il racconto di queste vite è purtroppo il racconto di colpevoli oblii.
Molte sono le vite spezzate raccontate in questo libro. Ne ricordo alcune, come quella di Salvatore Nuvoletta, un carabiniere ucciso nel 1982 quando aveva vent’anni. Un ragazzo. Lo uccisero i clan di Marano, gli uomini che comandavano il suo paese e che portavano il suo stesso cognome, Nuvoletta appunto. Ma né lui né la sua famiglia avevano niente a che fare con i Nuvoletta mafiosi, unica famiglia campana a sedere nella cupola di Cosa Nostra. Lo uccisero su ordine di Sandokan Schiavone che lo ritenne responsabile della morte di suo cugino Menelik, ucciso in un conflitto a fuoco con i Carabinieri. Salvatore aveva un bambino in braccio, quel pomeriggio. Accortosi che stavano per sparargli lo ha allontanato da sé, come lanciato lontano. Per questo gli hanno dato la medaglia d’oro al valor civile, per questo a Marano, quando vent’anni dopo l’hanno ricordato, quel bambino, ormai uomo fatto, è salito sul palco per ricordarlo con la sua presenza, emozionato, non riuscendo neanche a parlare.
Poi c’è Federico Del Prete, un sindacalista, ucciso nel 2002 e dimenticato, senza che una sola riga fosse tracciata sui giornali nazionali. Uno di quegli uomini dopo aver conosciuto la cui storia difficilmente si rimane impassibili. Ti si muove qualcosa dentro. Un sindacalista ammazzato perché non solo aveva denunciato il racket gestito da uomini del clan all’interno del corpo dei Vigili Urbani ma aveva creato una rete di denuncia, diffusa, per cercare di raccogliere e organizzare contro il racket la parte maggiore dei commercianti ambulanti e da loro poi allargarsi agli edili, e poi al settore degli appalti, e poi tentare di innescare una rete fitta, concreta contro i clan, una rete opposta e contraria alla loro. Dopo che per farlo desistere gli avevano offerto soldi e lucrosi affari in Venezuela, dopo che in tutti i modi avevano cercato di distoglierlo dai suoi intenti, Federico Del Prete fu ucciso a Gasai di Principe, proprio nella capitale dei clan, dove aveva deciso di stabilire la sede del suo sindacato per marcarli stretti, per vederli negli occhi. Sparato in petto e alla faccia, il giorno prima della sua testimonianza in tribunale.
E poi ancora Alberto Varone, 49 anni, un piccolo imprenditore di Sessa Aurunca ucciso perché non aveva voluto cedere al boss dei Muzzoni le proprie attività: un mobilificio e la distribuzione dei giornali. In quegli anni due snodi fondamentali per innescare reti economiche vincenti. Ucciso per dare l’esempio. Chi non obbedisce, chi non riconosce l’autorità non esiste. E Attilio Romano, ucciso mentre lavorava nel suo negozio per arrotondare, ucciso senza motivo, per mandare un messaggio. E poi la dolorosa, mai troppo ricordata vicenda di Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinando, ucciso a Maddaloni nel 1983. Un uomo condannato a morte attraverso un’alleanza trasversale. Camorra e Cosa Nostra. Una condanna emessa con ferocia e decisione per due motivi: per tentare di intimidire il fratello magistrato e fargli interrompere le indagini sui capitali che Pippo Calò aveva versato su Roma, e poi perché Franco era uno dei primi a interessarsi del problema delle cave, delle montagne sventrate, che divenivano calcestruzzo per i clan e poi discariche e polvere nei polmoni della gente. Due interessi perseguiti con un unico omicidio. Lo attesero, gli sbarrarono la strada, lo riempirono di proiettili.
Per tutti questi caduti nessun Presidente della Repubblica, nessun ministro, nessuna autorità. Un’assenza che ha generato nella popolazione come un senso di diffidenza. Accadde addirit¬tura, per Romano, che la cronaca nera si arrischiasse ad annove¬rarlo tra i morti di camorra; per Del Prete furono fatti, dalle auto¬rità, manifesti che invitavano i cittadini a partecipare al funerale – poi nessuna autorità si presentò. Ma di simili codardie è piena questa nostra terra.
Le pagine di questo libro hanno vita perché parlano di vite spese, sacrificate, rotte da una battaglia, quella contro i clan, della quale mai come in questi giorni si ha la consapevolezza che non è per nulla vinta, e che anzi assume sempre di più dimensioni e tempi che sanno di eterno. Raffaele Sardo diviene una sentinella della memoria inchiodata al territorio contro l’avanzare dell’oblio.

© 2008 ROBERTO SAVIANO

PUBLISHED BY ARRANGEMENT WITH ROBERTO SANTACHIARA LITERARY AGENCY

Raffaele Sardo

 

 

 

 

 

 

L’ AUTORE


Giornalista, laureato in scienze della comunicazione, vive e lavora in provincia di Caserta. Attualmente collabora con il quotidiano la Repubblica. Ha pubblicato Nogaro. Un vescovo di frontiera per Alfredo Guida Editore (1997) ed È marzo, la primavera sta per arrivare. Don Peppino Diana ucciso per amore del suo popolo per Edizioni Università per la legalità e lo sviluppo di Casal di Principe (2004).

 

 

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COMUNICATO STAMPA

 

 

“Armati di sola Penna “

Rassegna di scrittori e scritture per la legalità

 

 

LA BESTIA


Succivo   Secondo appuntamento questa sera  presso la sala convegni della Casa delle Arti, con la Rassegna  “Ciclo per la legalità. Armati di sola penna”.

L’iniziativa, inaugurata lo scorso 14 maggio e patrocinata dall’amministrazione comunale e, in particolare, dall’assessorato alla cultura retto dall’Avv. Vincenzo Pastena, ha già riscosso, nel primo appuntamento, un grande successo.

In quest’occasione sarà presentato “La bestia”, il libro di Raffaele Sardo , Melampo Editore, Milano.

L’autore, presente in sala, discuterà del suo volume e risponderà alle domande e alle curiosità dei presenti.

Interverranno il Sindaco, Francesco Papa, l’assessore alla cultura, Vincenzo Pastena, il Vicedirettore di “Fresco di Stampa”, Paolo Graziano, il magistrato del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Maria Rosaria Pupo e il dirigente del settore attività culturali del comune di Succivo, Salvatore D’Angelo.

“Sono davvero felice ed orgoglioso  ha dichiarato entusiasta l’assessore Vincenzo Pastena – del grande successo riscontrato dal primo appuntamento di questa iniziativa che la nostra amministrazione ha voluto fortemente.

E’ importante, oggi più che mai, sensibilizzare le famiglie, le scuole e tutte le istituzioni affinché il problema della camorra, che non è così lontano da noi come sembra, possa essere affrontato e la nostra amministrazione ha voluto farlo in un modo semplice e diretto, attraverso la presentazione di libri che hanno un unico filo conduttore: la camorra.

Il libro che presenteremo giovedì è il lavoro di un giornalista che da anni racconta ciò che è pericoloso raccontare, le tante, troppe azioni criminose della camorra. Raffaele Sardo in questo libro parla delle vittime, le vite spezzate da un potere maledetto, e maledettamente forte, e il dolore di chi è sopravvissuto, i familiari, gli amici.

Il libro ci consegna un ritratto sconvolgente della violenza della camorra, delle impunità e anche delle complicità quotidiane ma ci offre, al tempo stesso, un affresco reale del mondo delle vittime, nomi e cognomi ingiustamente dimenticati. Il sacerdote Don Peppe Diana, il carabiniere Salvatore Nuvoletta, il sindacalista Federico Del Prete. Sono questi i nomi simbolici a partire dai quali l´Autore racconta la camorra dell´ultimo quarto di secolo, la crescita del “Sistema” o più propriamente della “Bestia”.
Un ritratto sconvolgente – ha concluso Pastena – ma non rassegnato. Perché anche nella Gomorra assatanata di soldi e di potere c’è sempre qualcuno che difende a testa alta i valori dell´Italia civile”.

Pastena ha poi ricordato che i prossimi appuntamenti si terranno il 4 giugno con “Campania Infelix” di Bernardo Iovene e Nunzia Lombardi, l’11 giugno con “L’oro della camorra” di Rosaria Capacchione e ultimo l’8 luglio “Solo per giustizia” di Raffaele Cantone.

 

28/05/2009                                                                                               Ufficio stampa

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2 thoughts on “

  1. http://georg[..] Coriandoli.info – Segnalo la traduzione di alcune belle poesie di Francesco Marotta in spagnolo (QUI), potete leggerle in Seis poesías de "Huellas sobre el agua" tratte da Impronte sull’acqua. – Giorgio di Costanzo tiene una rubri [..]

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