FR ANNI SETTANTAFoto dal blog  Decidiamo Insieme
IL 23 GIUGNO DELL’ANNO SCORSO, MENTRE FACEVA UN BAGNO NELLE ACQUE DEL TIRRENO PROSPICIENTI ALLA PIANA DI SANT’AGOSTINO PRESSO FORMIA, FABRIZIA RAMONDINO VENIVA COLTA DA MALORE E , BENCHE’ SOCCORSA, LASCIAVA LA SUA VITA TRA LE ACQUE DI QUEL MARE E LA SPIAGGIA A LEI COSI’ CARA. ERA APPENA USCITO PER EINAUDI “LA VIA” IL SUO ULTIMO ROMANZO .
 PER CHI LO HA LETTO, SEMBRA PROPRIO UNA “SUMMA” DELLA SUA ARTE : UN ARAZZO DI STORIE CHE HANNO PER PROTAGONISTI PERSONAGGI CON NULLA DI MITICO, PERSONE COMUNI, POVERI, SOLITAMENTE EMARGINATI, EPPURE CAPACI DI COMMUOVERE E CATTURARE L’ATTENZIONE DEL LETTORE.
DA QUESTO PUNTO DI OSSERVAZIONE LA RAMONDINO INTESSE IL SUO ARAZZO, TANTI RACCONTI NEL RACCONTO GENERALE, ALLA MANIERA DE “LO CUNTO DE LI CUNTI” DI GIOVAN BATTISTA BASILE, DOVE RITA, TEODOSIO, RITUZZA, GIOVANNI LO SCEMO, LA ZINGARA, AUSILIA, BARTOLOMEO IL PASTORE, ROSITA, NARRATI DA UN MARINAIO IN CONVALESCENZA AD ACRAIA, PAESINO SULLE COLLINE NON DISTANTE DAL MARE, SULLA “VIA” CHE LO COLLEGA DA UNA PARTE AL SUD E DALL’ALTRA ALLA CAPITALE, VENGONO IN PRIMO PIANO E SI FANNO ESSI STESSI NARRATORI-AIUTANTI DEL NARRATORE PRINCIPALE, NONCHE’ PROTAGONISTI DI QUESTA SORTA DI “ODISSEA COLLETTIVA” ROVESCIATA, PRETESTO PER NARRARE GLI ULTIMI CINQUANT’ANNI DI STORIA ITALIANA E IL SUO PROCESSO DI TRASFORMAZIONE ECONOMICA , ANTROPOLOGICA E GEOGRAFICA.
ALLA MANIERA DI FABRIZIA RAMONDINO, CON LA SUA SCRITTURA DENSA, SONTUOSA, CHE VIAGGIA PROGRAMMATICAMENTE IN “DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA” RISPETTO AL FLUSSO DELLA CORRENTE…UN VERO TESTAMENTO LETTERARIO.
NEL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA SUA “PARTENZA” VOGLIO RICORDARLA CON UNA SORTA DI CENTONE- EPICEDIO, SCRITTO IN OCCASIONE DEL TRIGESIMO, COSTRUITO SUI TITOLI DELLE SUE OPERE E ATTINGENDO A DUE INTERVISTE DA LEI RILASCIATE NEL 1994 E NEL 2000 AL QUOTIDIANO LA REPUBBLICA.
PER CHI VOLESSE SAPERNE DI PIU’ SU QUESTA GRANDE STRAORDINARIA SCRITTRICE, RIMANDO AL BLOG DI GIORGIO DI COSTANZO “ANNA MARIA ORTESE-IN SONNO E IN VEGLIA” , RICCHISSIMO DI INFORMAZIONI E RECENSIONI DELLE SUE OPERE.
 
A FABRIZIA RAMONDINO, UN EPICEDIO
(1936-2008)
 
FR AD ITRIFoto dal Blog -Anna Maria Ortese- In sonno e in veglia- di Giorgio Di Costanzo
GUERRE E TREGUE DIMENTICATE
Non amo i tamburi di guerra.
Non credo ai profeti di pace.
Guardo le mie vecchie mani.
A un dito noto un anello,
modesta lucente spirale,
dono di una donna sahrawi
ricavato da detriti di armi con abili mani.
Come la sua pentola,
il suo cucchiaio, le sue collane.
Da circa trent’anni scacciata
col napalm dalla sua terra
dopo una guerra
e un’infinita tregua Onu-versale
aspetta ancora di tornare là,
dove si vedeva il mare.
Fabrizia Ramondino
 
 
A FABRIZIA RAMONDINO
 
(31.8.1936 – 23.6.2008)
 
 
NEL TRIGESIMO DELLA SUA PARTENZA
 
 
 
 
 FR  AD ACRAIA
 Foto dal Blog -Anna Maria Ortese- In sonno e in veglia- di Giorgio Di Costanzo
 
 
 
 
 
 23 – 27 . 7 . 2008
________________________________________________________
 
I. INTRO E SALUTO
 
L’isola riflessa nelle parole,
in uno spicchio di cielo, le sole
che hanno accarezzato le albe
delle nostre attese, la via, le scialbe
 
luci dei mattini d’inverno ( albe
dei deserti urbani), le nostre albe
di speranze presto spente, il sole
dei saharawi, d’Althénopis,che suole
 
illuminare il libro dei sogni,
com’un  canto di vita sui bisogni
che leggi per strada, un giorno e mezzo
nei dedali di Dadapolis (vezzo
 
dello star di casa), un intermezzo
di parole chiuse nei libri, prezzo
dell’esilio, e di cui ti vergogni
ancora a dire, proprio come sogni
 
sconvolgenti; troppo larghe o strette
per la vita quelle parole dette
passeggiando per un sentiero chiaro:
infanzia, emarginazione, faro
 
che solo il passaggio a Trieste – riparo,
cielo distante, ma che t’ è più caro
delle storie di patio non più dette –
ancor’illumina: ma le vedette
 
dei ragazzi circondano con voce
scura con forza la vita, l’atroce
morte della libertà, che non scende
tra gli uomini dimenticati; pende
 
come una menzogna, ti sorprende
il sortilegio, il fiume ch’ accende
le correnti interne, fin’alla foce,
ch’è qui, larga, ai piedi della croce,
 
com’un’astronave dimenticata
nell’estate appena incominciata:
nella piana, in fondo alla tua storia,
 il mare ti consegna alla memoria..
 
  23 . 7 . 2008
 
 
 
 
FR e il CHE
 Foto dal Blog -Anna Maria Ortese- In sonno e in veglia- di Giorgio Di Costanzo
 
II. LA VIA, LA MEMORIA
 
Ma qual’ è la memoria che ti prende
la vita a poco a poco e ti sorprende
al margine, come una turpe storia
di capri espiatori, senza gloria?…
 
E qual’ è l’opera, o quell ’affanno
capace di rimuovere il danno
dei riti collettivi, la menzogna
che risplende su quel trono, la gogna
 
ch’affligge chi è triste, i più nobili,
ma fa premio ai cuori più ignobili?..
La terra, i commerci e gli amori,
le improvvise ricchezze, i dolori,
 
i piccoli intrighi, o gli scandali,
gli esodi, il ritorno dei vandali
dopo le carestie, le distruzioni
e le ricostruzioni, e i suoni
 
di guerra là sullo sfondo, cos’ altro
sono lungo la via, se non lo scaltro
dire guardare dell’uomo di mare
tra i rami d’ulivo?… Ecco, l’ansare
 
delle navi nel porto, il sentiero
lungo la china del monte, il cero
a devozione dei santi (mestiere,
professione di fede nelle sere
 
degl’eterni paesi), cosa fissa
tutto questo sul margine, e l’affissa
alla memoria tua e dei fratelli
ch’hanno seguito il sentiero, quelli
 
che non si dimenticano, Rosita,
Rituzza, Onofrio,Teodosio, la vita
d’Eusebia o di Giovanni lo scemo,
Maria la Zingara, Ausilia, il remo
 
piantato nell’orto, e Bartolomeo
il pastore, i giulietta e romeo?…
Le storie nascono all’improvviso,
guardando il cielo e il sorriso
 
di chi osserva un’asola sdrucita
sulla giacca, o è cieca l’infinita
meraviglia di chi crea per caso?…
Non resta dunque che questo travaso
 
di sogno e realtà, di favola e mito
che ti sopravvive : ritmo scandito
nero su bianco, memoria a memoria,
a bocca aperta, e dietro una storia,
 
in direzione ostinata e contraria
al flusso della corrente, nuotando
per chi non ha voce, della precaria
guerra d’infanzia e di Spagna sognando.
 
Ecco Bagnoli, lo smantellamento
 di Marx, dell’Italsider, d’un domani
per tutti perduto : il movimento
dei disoccupati napoletani,
 
e le mense dei poveri in quegli
anni sessanta chiusi nel taccuino
tedesco. Ora vedi Napoli (quegli
scogli non più superati) vicino
 
alla morte per silenzio ed oblìo,
non più terra d’origine, ma rollìo
che nessun mare osa più reggere,
e nessuno si sogna di leggere.
 
 
S. D. A. , 23 . 7 . 2008
 
 
 
 
 
 FR  SNOB ELEGANTE
Foto dal Blog -Anna Maria Ortese- In sonno e in veglia- di Giorgio Di Costanzo 
 
 
 
III. LO SCAVO DEL MINOTAURO
 
Sì è vero, non resta che il sogno,
lo scavo del minotauro, bisogno
urgente di sottotesto, difesa
contro l’insignificanza contesa
 
tra vita o memoria, giorni o parole;
e scavare nel fondo con le sole
forze dell’ipertesto, per spezzare
il labirinto mostruoso: amare
 
fino in fondo il fragile legame
tra visione e ragione, velame
che ricopre quel filo all’esterno,
come il raggiungibile inferno
 
di luoghi ormai gabbia per l’arcangelo
dalle ali distese, qui, nel gelo
delle turpitudini, nel migliore
dei mondi possibili, nel colore
 
della città mondo, alla maniera
della misericordia, nella sera
delle solitudini urbane. Bolo
mal digerito, oscuro è il polo
 
che tiene insieme gli opposti, la morte
della verità, la vita in sorte
agli annunci d’un mondo virtuale
di là da venire, ma nel portale
 
che ingravida sogno e menzogna.
Il minotauro – follia di chi sogna
ad occhi aperti – è il terremoto
con madre e figlia abbracciate, l’ignoto
 
macigno all’orizzonte, la nuvola
gonfia di pioggia che si fa favola,
 mito salvifico, affabulazione,
o schermo contro la disperazione.
 
Strattonata qua e là, ha trovato
il suo posto l’estate, ha sfidato
lo sfregio dei luoghi, il ghigno cialtrone
dell’uomo al comando, l’assoluzione,
 
e illumina il nostro mal stare
(non depressione, ma l’interrogare
senza risposta o precisazioni)
noi che sogniamo di rivoluzioni.
 
Se dio qui è un povero bracciante
analfabeta, muto, ignorante,
a cui bisogna tradurre il mondo,
noi forse non coleremo a fondo.
 
Nel grande letto dietro a una tenda
(dove le onde del mare invadono
la terraferma) guardi la stupenda
fusione dei fiori che non cadono
 
nel gorgo delle onde, ma è il mare
che li accoglie, come figli da amare…
Ti ricorderemo, nella controra,
nel tenero silenzio di quell’ora.
 
 
S . D . A . . , 23 . 24 . 7 . 2008
 
 
 
 
 
 FR   AL MARE
 
 Foto dal Blog -Anna Maria Ortese- In sonno e in veglia- di Giorgio Di Costanzo
 
 
 
 
 
POST SCRIPTUM
 
 
 
Che cosa apre i neri stagni
all’angolo degli occhi e imprigiona
in nude celle sbarrate il nostro sangue?
 
(F. Ramondino, da Ci sono.., 1961-62 Per un sentiero chiaro, Einaudi 2004)
 
 
 
Il poeta la pelle del fantasma
è abituato a inseguirla sempre
(è la sua ragion d’essere, un’asma
che di tempo in tempo – nel dicembre
 
di pioggia o nel giugno già estivo
lo costringe a portare il suo sacco
di chiodi ai piedi della croce), vivo
ma in preda al suo affanno, allo scacco
 
della realtà che gli sfugge, obliata,
goccia a goccia, come sangue che sgorga
da vena aperta, o dimenticata
altrove, in attesa che risorga
 
la luna delle speranze andate
(sfondo di cielo con stelle malate).
Allora, come possiamo capire,
noi che restiamo al di qua del sentire,
 
l’arancia che secca, il tempo che passa
e c’ignora nel suo volto di pietra,
noi che c’affanniamo – a voce bassa
ormai – dietro l’ombra della faretra
 
del gaio piazzista di sogni al suono
dell’arpa che n’ accompagna i passi
sopra frotte sovrastate dal tuono
del dio virtuale, da pioggia di sassi?
 
Se è la vita ch’ è cieca il poeta
il fantasma lo scorge nella foglia
aggrinzita, nella terra inquieta
che n’offusca la pelle, sulla soglia
 
della casa di cristallo, all’ombra
del pergolato, e nella penombra
della sua croce, e chiodo per chiodo
vi si getta, e s’affissa al suo nodo
 
e con quello si rimette in viaggio :
l’isola dei bambini, il calore
del sogno vivo son‘ ora l’omaggio
per l’ultima meta, senza dolore,
 
perché non si sta di casa in un luogo,
ma solo nel tempo, pseudonimo
della vita; e quel magico luogo
di tempo sospeso, quell’anonimo
 
sparire del sasso nella tua mano,
altro non è che il chicco di grano
che muore, e che propaga la vita
del fantasma nella foglia aggrinzita.
 
 
Alle foglie tendiamo le mani
alle pietre abbandoniamo il capo.
Per piangere.
Per abbracciare.
 
(F. Ramondino, da Ci sono.., 1961-62 Per un sentiero chiaro, Einaudi 2004)
 
S. D. A. , 27 . 7. 2008
 
 
 
 
 
 FR FUMATRICE INCALLITA
 Foto dal Blog -Anna Maria Ortese- In sonno e in veglia- di Giorgio Di Costanzo
 
 
[ Nel testo si citano suggestioni da La pelle del fantasma di René Daumel 1908-1944, Il Poeta di Marina Cvetaeva 1892-1941, editi da acquamarina, Via del Vento edizioni, Pistoia 2006-2007, suggestioni da Gramsci, Gide (veicolatemi dalle belle riflessioni di Salvatore Mannuzzu in Lo Straniero n.98-99 pag. 5-10) e, naturalmente, da Fabrizia Ramondino, tra cui Ma…, Ci sono… 1961-62 Per un sentiero chiaro, Einaudi Torino 2004, La Via, Einaudi 2008 e due sue interviste, apparse entrambe su La Repubblica : la prima, a cura di Luciana Sica, il 14 . 2 . 2000 e la seconda, curata da Francesco Erbani, il 24.8.1994, entrambe pubblicate sul blog Anna Maria Ortese – In sonno e in veglia di Giorgio Di Costanzo, autentico archivio vivente e grande estimatore di Fabrizia Ramondino].Essendo il testo una sorta di centone costruito su tutti i titoli delle opere di Fabrizia Ramondino e su citazioni da sue poesie (riportate, gli uni e le altre, in grassetto nel testo), si dà di seguito la bibliografia delle opere di F. R. :
(Sono citate anche le riedizioni)
 
Althénopis (1981) Einaudi
Taccuino Tedesco (1983), Einaudi
Storie di patio (1983), Einaudi
Un giorno e mezzo (1988) Einaudi
Dadapolis (1989), Einaudi , con Andreas F. Muller
Star di casa (1991) Garzanti
Dadapolis, Napoli al caleidoscopio , Einaudi (1992) con Andreas F. Muller
Morte di un matematico napoletano (1992), Ubu libri
Terremoto con madre e figlia (1994), Il Nuovo Melangolo Teatro
Vedi Napoli (1995), Menabò Comunicazione
Althénopis (1995), Einaudi
In viaggio (1995) , Einaudi
Polisario, un’astronave dimenticata nel deserto (1997), Gamberetti
Ci dicevano analfabeti- Il movimento dei disoccupati napoletani degli anni settanta (1998), Argo
L’isola riflessa (1998), Einaudi
Passaggio a Trieste (2000), Einaudi
Un giorno e mezzo (2001), Einaudi
Bagnoli, lo smantellamento dell’Italsider (2001), Mazzotta, con Rossana Rossanda e Vera Maone, fotografie di Vera Maone
Guerra d’infanzia e di Spagna (2001), Einaudi
Il libro dei sogni (2002), L’Ancora del Mediterraneo
Per un sentiero chiaro (2004), Einaudi
Il Calore (2004), Nottetempo
Arcangelo e altri racconti (2005), Einaudi
In direzione ostinata e contraria (2008), Pironti, con Renate Siebert e Assunta Signorelli
La Via (2008), Einaudi
 
 
Salvatore D’Angelo
_______________________________________________________
 
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LE VOYAGER  POÈTE

(À un homme de belle humanité)

 

300px-Tramonto_su_Sant


La fuga è il silenzio del mare pieno,
quando il nuotare non tocca sabbia
dentro oggetti trovati del cuore
sfiorano la superficie dell’acqua.


Caserta come punto d’ancoraggio
il sangue vivo della tua origine
ha il colore della prima giornata
la fuga sulla terra gialla,
corsa selvatica dietro la paura.


Caserta come lingua del vento salino
il tuo cuore a nudo,
tu lo sai, la solitudine in mare
in fuga non esiste


dentro si mormora la voce del desiderio
e nuotano le isole dell’infanzia.

 

300px-Maronti

véronique vergé

 

 

(Pubblicato 18 Giugno 2009 alle 10:24 | su Nazione Indiana)

 

 

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ESILIO

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Che venga a lui l’albero verdissimo
il ciliegio, il limone, la palma,
ogni forma di vita e di anima
nella sua stanza


che venga a lui il cavallo
ampio nel ricordo
il mare in un respiro
quando il sale ha il miraggio
della libertà.


Basta una parola per inventare
un sorriso, una parola amica,
che venga a lui il primo vento,
la prima città, la prima voce.


L’esilio non è le forma dell’isola
e’ il centro della terra gelata
quando la voce è prigioniera.


La lingua dell’esilio non ha sapore di vino
ha la bellezza di un rimpianto.

 

terra

Véronique Vergé

 

 

(Pubblicato 17 Giugno 2009 alle 17:18 | su  Nazione Indiana)

 

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IN FRANCIA “LE CONTRAIRE DE LA MORT”

IN ITALIA “LA BELLEZZA E L’INFERNO”

IN LIBRERIA LE ULTIME DUE PROVE DI

ROBERTO SAVIANO: DUE RACCONTI IN

FRANCESE PER LAFFONT, UNA RACCOLTA

DI SCRITTI 2004-2009 IN ITALIANO PER

MONDADORI

 

IL DIARIO DELL’ASSEDIO

 

LA BELLEZZA E L


SAVIANO,  LA BELLEZZA E L’INFERNO,

Mondadori 2009



 


di Giuseppe Montesano

 

montesano


Un mare di retorica spesso ha tentato di usarlo per i fini più diversi, un mare di retorica ha spesso tentato subdolamente di levargli ogni efficacia fingendo di glorificarlo, un mare di retorica ha velato le verità taglienti che ha detto e scritto sull’economia e sulla politica, un mare di retorica è passato in questi anni su Roberto Saviano nella speranza di occultarlo nella grande festa dello spettacolo mediatico: ma da questo mare Roberto Saviano non si è lasciato né corrompere né sommergere, e lo scrittore Saviano oggi torna a parlare dal suo esilio estremo, e torna a parlare con un libro che si intitola La bellezza e l’inferno (Mondadori, pagg. 254, euro 17,50). Il libro raccoglie i pezzi scritti da Saviano dal 2004 al 2009, scritti d’occasione a volte urgenti e accesi, altre volte freddamente drammatici, altre ancora malinconici, come raggelati dall’impossibilità fisica di toccare le cose, vederle, sprofondarsi in esse, entrare con la realtà in quella comunione fisiologica che è la grande invenzione narrativa di Gomorra. Però La bellezza e l’inferno è un libro che viene dall’esilio, un esilio non volontario ma coatto, un esilio che è necessario alla salvezza fisica di Saviano ma che per lo scrittore suona anche come un orribile confino in patria, una segregazione nei luoghi della sua vita, il risultato di un editto di potere che la camorra ha lanciato su di lui. I libri sono libri, e si leggono sempre da sinistra a destra, e dall’alto verso il basso; i libri sono ciò che resta dell’abbraccio o dello scontro tra chi scrive e la realtà, briciole e fogli spaiati; i libri sono sempre fatti di parole, parole che nei casi di piccola miseria letteraria sono solo forme più o meno travestite del narcisismo; ma i libri sono anche quelli in cui l’io si mette da parte per far parlare la realtà, in parole che traducono incidendoli sul foglio i sussulti del corpo, i trasalimenti del pensiero, il dolore, la vergogna, la rabbia, l’amore, la morte: tutto ciò che solo conta, e tutto ciò che importa a Saviano. Ma come è stato scritto La bellezza e l’inferno? Cosa ha messo insieme le pagine di giornale su cui Saviano ha scritto? Quale energia ha strappato a una vita di esilio e di confino questi fogli di calendario? Questi pezzi sono nati in stanze strette e buie, in caserme vaste e squallide, in alberghi sorvegliati, in piccoli buchi senza finestre e senza luce naturale: e solo raramente, molto raramente, in luoghi accoglienti, tra persone umane, in quel calore di amicizia e di vicinanza che l’essere in carne e ossa chiamato Saviano sembra rimpiangere più di ogni cosa. E non c’è dubbio che sono pezzi e fogli strappati a fatica dall’assedio, un assedio che per lo scrittore Saviano è stato anche intellettuale. Saviano, lo scrittore Saviano, è altrove. In questo libro troviamo ancora e sempre l’occhio rivolto alla criminalità, esportata in Spagna e dovunque o pronta ad approfittare del terremoto in Abruzzo, con i suoi legami con la politica e l’economia, una visione ossessiva, sì, ma non certo perché Saviano ne sarebbe ossessionato, come si è detto in modo meschino, personalmente, ma perché è ossessiva e ripetitiva nella realtà, perché non impedisce soltanto a un ragazzo di trent’anni di vivere la propria vita, ma perché rende oscena e miserevole la vita a milioni di persone in tutto il Meridione. In questi pezzi troviamo anche qualcosa che ci parla in profondità di Saviano, e dei luoghi interiori nei quali è stato costretto a sopravvivere: come le grandi storie su Messi e Petrucciani. Nell’argentino del Barca Saviano ha saputo vedere il pallido ragazzetto malcresciuto che si è fatto bombardare di farmaci per crescere, per diventare grande, e che ha vinto una battaglia impossibile contro ogni determinismo biologico, contro ogni fatalismo. In Michel Petrucciani ha visto di nuovo questo, ha visto l’artista che deformato dalla biologia, reso schiavo dal corpo fino al mostruoso, si ostina a inventare la musica, nel dolore, nella sofferenza, nell’umiliazione, ostinato perché solo dall’invenzione che si fa bellezza può arrivargli la vita. E non è questo che indica a lettere cubitali il titolo di questo libro che abbiamo tra le mani? L’esilio coatto, l’editto che lo ha trasformato in «raca», l’eccezionalità della sua situazione di assediato hanno spinto l’occhio dello scrittore Saviano a guardare con attenzione a ciò che è estremo nell’umano, a ciò che anche sull’orlo della distruzione resiste e va avanti perché ha preservato in sé un nocciolo indistruttibile di bellezza, di bene, di coraggio. Da qualche parte, molto in profondità, c’è in Saviano altro dall’impero criminale della camorra, c’è qualcosa che ha a che fare direttamente con la Bellezza, ed è probabile che proprio questo qualcosa sia il nocciolo che gli permette di vivere senza paura: a occhi aperti. Saviano ha visto in tutta la sua atroce bassezza e ha saputo raccontare come nessuno il male fetido e mostruoso del Sistema proprio perché sapeva che cosa era il suo contrario: e sapeva che quel contrario del male, il poco bene e la poca bellezza che ci toccheranno, saranno possibili solo se l’inferno sarà bonificato. Allora nessuno ci è più vicino, nessuno è più prossimo nostro di questo scrittore che nell’abbandono si è ripetuto il mantra di ogni scrittore degno di questo nome, il mantra che comincia dicendo amaro: è impossibile vivere così, è troppo buio, è troppo atroce, non voglio, no, e che finisce, come ha scritto lui stesso, con le parole a denti stretti, insensate ma liberatorie, di chi ha conservato dentro di sé un frammento della Bellezza: «Però puoi scrivere. Devi, vuoi continuare». In questi anni chi scrive qui non ha potuto fisicamente avere in Roberto Saviano un amico come lo aveva prima, toccarlo, frequentarlo, ridere con lui, e gli ha parlato solo al telefono o via mail, e più che sperare e scrivere che sia levata la mano che pende sul capo di quel ragazzo non può, e lo chiede e lo dice con tutte le sue forze: mai più da luoghi di esilio. Ma allo scrittore Saviano non può che ripetere le sue stesse parole: non puoi scrivere ma devi farlo, non puoi vivere ma vuoi e devi farlo. Finché sei vivo, e vivo in tutti i sensi, niente ancora è perduto.

 

( Da "Il Mattino", 10 giugno 2009)

 

 

Roberto Saviano

 

 

 

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LE CONTRAIRE  DE  LA MORT


scènes de la vie napolitaine

di Roberto Saviano

Traduzione di Vincent Raynaud

Casa editrice Robert Laffont

 

 LE CONTRAIRE DEL LA MORT

 

Avec Le Contraire de la mort, l’auteur de Gomorra nous entraîne une nouvelle fois dans son pays natal, où la violence et le crime organisé sévissent plus que jamais.

Ce livre réunit deux récits, situés dans le sud de l’Italie (Naples et ses alentours), deux textes qui se dressent contre la violence des hommes en général et celle de la mafia en particulier.

Le premier, " Le Contraire de la mort ", raconte le deuil de Maria, une jeune fille de dix-sept ans, qui a vu partir son amoureux Gaetano pour l’Afghanistan, dont il ne reviendra pas. Au-delà de la dimension personnelle et historique, son histoire comporte une dimension mythique : la jeune fille, moderne Eurydice à l’inverse, dépasse tout pour retrouver Gaetano, et triomphe de la mort par son amour.

L’autre récit, " La Bague ", fait le portrait de deux jeunes hommes, Giuseppe et Vincenzo, qui, parce qu’ils ont choisi d’exercer un vrai métier et refusent de faire le jeu de la camorra, vivent dans la misère. Une scène d’une violence terrible décrit les conditions absurdes et cruelles de leur assassinat. Mais cette histoire, un homme du Sud ne parviendra pas à la raconter à une femme du Nord venue enquêter sur leur mort. Son silence révèle le fossé qui les sépare, l’impossibilité qu’il a de lui faire comprendre ce qu’est réellement la mafia.

Dans ces deux nouvelles, Saviano interroge la mémoire et le temps, la mort et l’amour, il évoque la confusion des sentiments, la quête d’une identité. Son écriture très réaliste, qui prend parfois la dimension du mythe, émeut profondément.

(Con Le Contraire de la mort, l’autore di Gomorra ci conduce ancora una volta nel suo paese natale, dove violenza e crimine organizzato imperversano più che mai.

 

Il libro mette insieme due racconti, ambientati nel sud d’ Italia (Napoli e dintorni), due testi indirizzati contro la violenza degli uomini in generale e contro quella camorristica, in particolare.

 

Il primo, “Le Contraire de la mort” (Il contrario della morte), racconta il lutto di Maria, una ragazzina di diciassette anni che vede il suo fidanzato Gaetano partire per l’Afganistan, da cui non tornerà mai  più. Al di là della dimensione personale e storica, la  vicenda assume una dimensione mitica: la ragazza, moderna Euridice alla rovescia, supera tutto alla ricerca di Gaetano, e trionfa sulla morte grazie al suo amore.

 

L’altro racconto, La Bague (L’Anello), è il ritratto di due giovani, Vincenzo e Giuseppe, costretti in miseria perché han scelto di fare un vero mestiere e si rifiutano di fare il gioco della camorra. Una scena di terribile violenza descrive le assurde e crudeli modalità del loro assassinio. Ma una storia simile un uomo del sud non arriverà a raccontarla a una donna del nord, giunta lì per una inchiesta giornalistica. Il suo silenzio rivela il fossato che li separa, l’inmpossibilità a farle comprendere cosa veramente sia la mafia.

 

Nei due racconti Saviano interroga memoria e tempo, morte e amore, evoca la confusione dei sentimenti, la ricerca dell’identità. La sua scrittura iperrealista, che talvolta assurge a  dimensione mitica, colpisce nel profondo.)

 

 

 

 

 LE CONTRAIRE DEL LA MORT

 

 

 

 

 

 

Una recensione di Véronique Vergé

Due racconti brevi, di sobria eleganza.


Le contaire de la mort.

(Il contrario della morte)

Maria perde il  fidanzato in una guerra lontana, in Afghanistan, paese di sabbia e di neve.

 

La narrazione si concentra sul  cuore vivo della perdita. La voce di Maria s’irradia. Sprigiona un lucentissimo dolore. Erede delle vedove del teatro antico, incarna il coro solitario del lutto, ma con  mormorio discreto.
Gaetano è il guerriero disperato della sua terra. Costretto a scovare uno stipendio regolare, si è arruolato nell’esercito."Qui non c’è nessuno che almeno una volta non abbia pensato d’arruolarsi”. Ma  muore in   maniera atroce, la scrittura s’innerva di  elementi crudi, scarni. La rappresentazione è orribile. L’implicito esplode. Maria vuole guardare il suo fidanzato per l’ultima volta.

 

"Di lui, di Gaetano restavano poche cose. Il fratello l’aveva visto, identificato, ma non aveva potuto toccarlo, perfino un semplice bacio in fronte sarebbe stato un rischio, la pelle avrebbe potuto scollarsi, attaccata all’osso.”
Una violenza sepolta nel cuore di Maria. Si nasconde in un gesto preciso:
"Maria stringe  la mano del fratello di Gaetano, talmente forte che le  unghie di futura sposa, lunghe e segnate, affondano nel palmo della  mano”. 

 

In questo lembo del sud, la vita è una lotta con la  morte. Gli uomini vengono lanciati in una battaglia persa in partenza. Il contrario della morte è l’amore.
Ma l’amore di Maria è fatto di solitudine, nonostante la presenza della famiglia e delle amiche.


La narrazione si tinge  di nero, assume   bellezza d’ ombra, Maria  entra nel regno orfico con tutta la sua fragile giovinezza.


L’ emozione, la tensione narrativa si crea attraverso la giustapposizione  di delicatezza del ritratto e  violenza  della pena della protagonista.
" Ha l’aria di bambina, nei piedi soprattutto, serrati in due scarpine (…) Scarpine da bambola, con quattro fori sul davanti. I capelli a scalare, due spille all’altezza delle tempie impediscono loro di cadere sugli occhi. Il naso appuntito, come un fiore incastonato tra gli zigomi."
Una narrazione precisa, dettagliata che sfida la morte, pudicamente.



La bague

(L’anello)

La bague delinea il vincolo di Roberto Saviano con la sua terra amata nell’affermazione delle radici.
Terra d’amore, d’assenza, di guerra.
L’anello è il simbolo del possesso, brilla, come metallo di protezione.
Quello che porta l’anello fa parte di un territorio.
Una ragazza del nord entra in un paese della Campania, ma non ha gli elementi per capire il senso simbolico del territorio.
Attraversa il paesaggio su una vespa, ma legge i  segni dei crimini della camorra come incidenti stradali:
"Lei ha notato fasci di fiori posti in molti tratti di strada. E anche dei lumini poggiati a terra, ad altezza di caviglia. Avrei voluto spiegarle, ma non volevo spaventarla.”
Più tardi nella chiesa, il narratore dà un anello alla ragazza per allontanare gli sguardi di bramosìa. Non di desiderio, ma di possesso. La ragazza interpreta il gesto come ispirato dall’amore, non ha visto il gesto come protezione.
Dopo qualche anno, la ragazza ora lavora come giornalista. Due giovani, Vincenzo e Giuseppe, sono assassinati.
E’ un fatto di cronaca, un crimine che mescola vittime e assassini. La giornalista non coglie la differenza tra questi giovani innocenti e i soldati della mafia, per lei si tratta di un regolamento di  conti.
Non sono innocenti, perché sono nati nella terra – inferno. Il narratore conduce il lettore sul terreno della verità, a poco a poco.
Quei giovani avevano solo il torto di conoscere altri giovani del paese, di  chiacchierare in  piazza per ammazzare il tempo. Sono braccati, intrappolati in una morte terribile: nessuno  fa un gesto per proteggere, aprire una porta:
"Si sa chi sono, il figlio di Rosetta e il figlio di Paola, donne conosciute da tutti in paese, ma nessuno apre.” Morte in una cucina sotto gli occhi di una coppia di anziani .La scrittura mostra un sacrificio scarnificato di qualsiasi sacralità: "E Vincenzo dunque viene afferrato per i capelli ricci, il ragazzo cade a terra, poi gli sollevano la testa come si fa con le capre da sgozzare, ma gli sparano all’altezza della nuca. Lo spingono a calci sotto il tavolo. Giuseppe cerca di fuggire e va a sbattere contro le pareti del minuscolo appartamento. Lo finiscono con quattro colpi al ventre.” La cucina chiusa e piccola rappresenta la vita nel sud, il sentimento di essere in  trappola.
Terra con orizzonte senza orizzonti.

Roberto Saviano in questi due splendidi racconti rende omaggio agli uomini che vivono all’inferno, con una lingua intrisa di malcelato amore.

 

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QUARTO APPUNTAMENTO

ALLA CASA DELLE ARTI

DELLA RASSEGNA

“ARMATI DI SOLA PENNA”

GIOVEDI’ 11 GIUGNO

ORE 20.00

 

 L

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo

L’Oro della Camorra

Autore

Rosaria Capacchione

Prezzo

€ 10,00

Dati

2008, 278 pagine

Editore

Rizzoli Bur

 

 

 

 

 

 

In sintesi

 

Rosaria Capacchione segue da oltre vent’anni le trame nascoste della criminalità organizzata campana e il loro intreccio con la società civile. Da tempo la camorra ha valicato i confini regionali per estendere la propria egemonia su tutta la Penisola. Il 9 giugno 2008 il gip del Tribunale di Napoli deposita la sentenza con la quale, per la prima volta, viene condannato un imprenditore del Nord per associazione camorristica. Aldo Bazzini è il consuocero di Pasquale "bin Laden" Zagaria, fratello di Michele "Capastorta" Zagaria, capo militare dei Casalesi e uno dei latitanti più pericolosi d’Italia. Sfruttando i suoi rapporti con faccendieri e intermediari, dal 1994 a oggi Bazzini ha favorito la penetrazione della camorra nei maggiori appalti pubblici del Paese. Seguendo questa vicenda giudiziaria, "L’oro della camorra" offre una ricostruzione di un mondo sommerso che non si caratterizza più solo per il sangue versato sulle strade ma che sta assumendo sempre più il controllo dell’imprenditoria italiana, per arrivare a permeare ogni aspetto della nostra economia.

 

 

 

La recensione de L’Indice

 

 

 

 

di

Gian Carlo Caselli

 

Con le feroci stragi di mafia del 1992, si abbatté sull’Italia un pericolo gravissimo: diventare uno stato-mafia, un narco-stato di tipo colombiano, dominato da un’organizzazione criminale spietata come “Cosa nostra”. Per fortuna, con il concorso di tutti (istituzioni, società civile, forze dell’ordine e magistratura), invece di precipitare in un abisso senza fondo, il nostro paese è riuscito a resistere. In questa “resistenza”, decisiva è stata la sequenza continua di arresti di boss latitanti che ha caratterizzato la risposta dello stato nel periodo successivo alle morti di Falcone a Capaci e di Borsellino in via d’Amelio. Niente di simile è mai successo in nessuna fase di contrasto del crimine organizzato. Per numero di mafiosi arrestati e loro caratura criminale si è battuto ogni record: Riina, Bagarella, i Brusca, Aglieri, i Graviano, i Ganci, Vitale, Grigoli, Romeo, Spatuzza e tanti, tanti altri ancora. Merito dell’impegno di tutti, con una segnalazione particolare per un magistrato della Procura di Palermo, Alfonso Sabella. Grazie a eccezionali doti investigative, intrecciando intelligenza, dedizione e tenacia, Sabella ha avuto un ruolo decisivo nel coordinare le forze di polizia e nel condurle a positivi risultati in moltissime delle catture dei boss latitanti più pericolosi. Nel libro Cacciatore di mafiosi (scritto con Silvia Resta e Franceso Vitale), Alfonso Sabella rievoca la sua straordinaria esperienza. Non si tratta di un saggio né di un romanzo. Piuttosto di un libro d’azione, dove la realtà viene raccontata – in maniera avvincente, da togliere il fiato – come fosse il soggetto di un film di ottimo livello. Tecniche di indagine sofisticate, impiego di tecnologie d’avanguardia, intuito, pazienza e testardaggine, capacità di pianificare gli interventi e di modificarli “in corsa” a seconda degli eventi, ricorso a espedienti di grande “fantasia” ed efficacia, scommesse azzardate spesso vincenti, abilità e fortuna: sono gli ingredienti che in ogni episodio raccontato da Sabella mescolano thrilling-suspanse-azione con ritmi sempre di straordinaria intensità e con interessanti spaccati sulla vita dei mafiosi: vizi pubblici e privati, “qualità” criminali, tic maniaci, donne regolari e non. Sul piano investigativo-giudiziario, le tante catture si accompagnano alla slavina di “pentimenti” e all’infinità di condanne (fra cui 650 ergastoli) che segnano la stagione del dopo stragi. “Cosa nostra” era ridotta in un angolo. Sembrava fatta. Invece, quando le indagini si indirizzarono anche sulla parte “in ombra” del pianeta mafia, sulle complicità che sono il perno della potenza mafiosa, pur di scongiurare il salto qualitativo nell’azione di contrasto di “Cosa nostra”, consistenti settori dello stato hanno accettato di perdere una guerra che si sarebbe potuto vincere. A tal fine si è inscenato un osceno processo alla stagione giudiziaria del dopo stragi, deliberatamente cancellando proprio gli imponenti risultati che si erano ottenuti e che ora il libro di Sabella racconta. Perché questo osceno processo? Salvatore Lupo sostiene che i risultati nel contrasto alla mafia sono stati ottenuti da una minoranza (di persone delle istituzioni, della politica e della società) e che, arrivati a un certo punto, l’isolamento si indirizza non verso la mafia, ma verso chi cerca di combatterla: ciò perché c’è una “richiesta di mafia” in settori dell’imprenditoria e della politica, del sistema finanziario ed economico. Questa analisi costituisce un saldo punto di partenza per meglio apprezzare un altro bellissimo libro: L’oro della camorra, scritto da Rosaria Capacchione, una giornalista del “Mattino” di Napoli costretta da tempo a vivere sotto scorta a causa delle minacce di morte ricevute dalla camorra per il suo coraggio nel denunziare con sistematica precisione il vero volto della criminalità organizzata campana. Mentre nella periferia napoletana scorre il sangue (in un groviglio di cemento e monnezza, tragedia e terrore, fabbriche in nero e droga), altrove ci sono i tavoli degli investimenti economici e i risvolti finanziari della camorra. Il libro di Capacchione è la storia di boss (Michele Zagaria, Francesco Bidognetti, Antonio Iovine, Francesco Schiavone) che sono diventati manager. In ampie zone del Centro e del Nord Italia, l’economia camorristica trionfa e fattura capitali enormi, falsando il libero mercato grazie al “plusvalore criminale” di cui può godere. L’economia illegale pian piano risucchia nel suo gorgo commerci, imprese e forze economiche sane (che spesso incontrano enormi difficoltà nel costruire le loro sorti sul rispetto delle pratiche legali): così inesorabilmente avanza e si espande, come un’onda che si insinua dovunque. Il libro testimonia tutto ciò con straordinaria evidenza e ricchezza di dati. A fronte di un’economia illegale vincente, troppo spesso lo stato dà l’impressione di non combattere con sufficiente energia una battaglia che si potrebbe invece vincere. Qui il libro di Capacchione si sovrappone a quello di Sabella: e l’uno e l’altro sono tenuti insieme dalla tesi di Lupo sulla presenza – nel nostro paese – di una “richiesta di mafia”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ Autrice

 

 

rosaria capacchione

 

 







Rosaria Capacchione è una giornalista coraggiosa. Tenace e verace. Nata a Napoli, vive da sempre a Caserta, dove lavora come cronista giudiziaria al quotidiano Il Mattino. Da 29 anni indaga sugli affari illeciti della criminalità organizzata. Le sue inchieste precise e circostanziate danno fastidio ai clan. Troppo. Tanto che, qualche giorno fa, la camorra in un’aula di Tribunale è arrivata a minacciarla. E proprio come era già successo allo scrittore Roberto Saviano, dopo il libro “Gomorra” (Mondadori), anche a lei è stata appena assegnata la scorta.

 

Intervista rilasciata a Caserta Press, da Donna Moderna .com

Rosaria, chi ce l’ha con te?
“Due imputati del Processo Spartacus: Francesco Bidognetti e Antonio Iovine. Nell’ultima udienza, per voce dei loro legali, mi hanno accusato di influenzare la Corte d’Appello con i miei articoli. Letta nel linguaggio mafioso è una minaccia pesante. I due boss intendono dire ai compari rimasti fuori: “Togliete di mezzo quella lì, altrimenti vi farà condannare”. Con i Casalesi c’è poco da scherzare”.

Chi sono i Casalesi?
“Sono un clan camorristico potentissimo in Campania. Comandati da quell’Antonio Iovine che mi vuole eliminare e da Michele Zagaria, latitanti da oltre dodici anni. Un’anomalia italiana”.

In che senso?
“Dei pizzini di Provenzano si occupano i giornali internazionali. Questi due, invece, fanno i fantasmi e non gliene frega niente a nessuno”.

Come te lo spieghi?
“Caserta deve rimanere lontana dai riflettori, perché in questa provincia girano grossi flussi di denaro”.

Ti riferisci all’emergenza rifiuti?
“L’emergenza non è colpa dei clan. Ma la camorra è una struttura parassitaria: già vent’anni fa ha capito che i rifiuti sono una ricchezza da sfruttare. Ci è campata sopra per tanto tempo. E continua a farlo. Io cerco di denunciarla, questa situazione”.

Per questo sei nel mirino dei camorristi?
“Mi temono perché so tutto quello che hanno combinato dal 1985 a oggi. Ma i Casalesi non ce l’hanno solo con me. Minacciano anche il giudice Raffaele Cantone, che ha sequestrato beni ai clan per migliaia e migliaia di euro. E lo scrittore Roberto Saviano, che li ha sputtanati in tutto il mondo”.

Ti senti più sicura con la scorta?
“Vedremo quando sarà operativa. Ora mentre parlo con te, cammino e non vedo uno straccio di nessuno al mio fianco”.

Conosci personalmente Saviano?
“Da quando era ancora ragazzino e voleva fare il giornalista, si interessava di camorra e veniva in redazione a chiedere qualche pezzo mio”.

A parte l’episodio in aula, hai ricevuto altre minacce?
“Telefonate, lettere… Nel ‘96 il pentito Dario De Simone ha svelato che c’era un piano per “sopprimermi”. Ha usato proprio questa parola. “Uccidere” mi avrebbe fatto meno effetto”.

Hai paura?
“Sai, io ho 48 anni e a quest’età non si cambia. Non mi piego e faccio la vita di sempre. Sono fatalista. Prima o poi la mia vita finirà. Intanto sto sempre “buttata” al giornale”.

Quando non lavori cosa fai?
“Leggo, dormo, faccio shopping. E cucino: mi vengono bene i primi”.

Riesci ad avere una vita privata?
“Non sono sposata, non ho figli. Ma adoro la mia famiglia. Mamma, i miei fratelli e i miei nipoti sono i più esposti e alla fine non c’entrano niente. Ma mai nessuno di loro mi ha detto: Rosaria statti zitta. Mai”.

Da chi hai ricevuto solidarietà?
“Dai miei vicini di casa, dagli amici”.

Il ministro dell’Interno ti ha chiamata?
“No. Mi ha telefonato il presidente della Repubblica, ma nessuno dei parlamentari che conosco si è fatto vivo”.

Le istituzioni locali?
“La signora Mastella mi ha scritto una lettera di solidarietà. Anche se è un gesto formale, lo apprezzo. Ma serve poco a tutelarmi”.

Cosa dovrebbero fare i politici?
“Capire il pericolo, proteggere non me, la giornalista “star”, ma i comuni cittadini. E promuovere un’economia pulita, che blocchi quella sporca”.

E i bravi giornalisti?
“Ignorare i comunicati stampa e capire, oltre al “chi” e “che cosa” dei fatti, anche il perché. Se tutti facessero così, sarebbe una svolta. Non possono ammazzarci tutti, no? Ma sai che ti dico? Io non morirò quando mi uccideranno i camorristi, ma se smetterò di avere la curiosità nel mestiere. E la voglia di scoprire la verità”.

 

 

 rosaria-capacchione

 

 

 

 

Alcuni commenti

Ernesto Carratù ernestocarratu@katamail.com (21-04-2009)
Il libro è interessante e scritto bene. L’unico dispiacere è leggere che anche uomini dello stato sono coinvolti con il malaffare.

claudio (03-02-2009)
A parte il mal di testa con tutti quei nomi di personaggi che portano lo stesso cognome ma non sono parenti: Zagaria, Schiavone, Bidognetti e altro; a parte il mal di stomaco che ti prende a sapere tutta l’attività della camorra, di come si è ramificata in ogni settore, tanto che ti vien sempre più voglia di abbandonare la nostra cara Italia. A parte tutto questo, libro abbastanza deludente per chi, come me, pensava a una storia dei Casalesi, scritta oltre tutto da una giornalista che vive sotto scorta da tempo proprio per quello che scrive sul Mattino. Invece è la cronaca degli ultimi anni di Pasquale Zagaria e dei suoi sodali:forse quello che aspettavo io sarebbe dovuto essere un volume molto pi sostanzioso. Comunque non so quale senso abbiano le ultime 70 pagine, che sono una lunga fila di sequestri e confische a camorristi. Una mezza delusione, anche se oggi ne so molto di più in ogni caso sul fenomeno camorra.

Anarchico (28-01-2009)
Mi aspettavo molto di più, perchè la Capacchione è una delle giornaliste più rappresentative e accreditate del "Il Mattino". Questo libro parla dei traffici dei Casalesi, in particolare della famiglia Zagaria (quindi scordatevi Iovine, Schiavone, Bidognetti e Bardellino). Il libro è senza dubbio documentato, ma la stesura non è fluida, nonostante le note a piè di pagina, per chi volesse addentrarsi nel regno della Camorra Casertana, in quanto non viene narrata la storia dei Casalesi da Bardellino in poi, ma viene affrontata solo l’ultima parte più recente e parte del processo Spartacus. Alla fine del libro inoltre vi è un appendice (ben 70 pagine) infinita su verbali di sequestro e pene varie che a mio avviso si poteva evitare e magari dare più spazio alla vera struttura del Clan dei Casalesi e sulle varie attività controllate. Un libro da leggere solo per coloro che si sono già documentati sui Casalesi.

Sara (12-01-2009)
L’archivio della Capacchione è davvero impressionante e in questo libro te ne accorgi fin dalle primissime pagine. Ogni argomento trattato viene integrato da note o piccole precisazioni che ti aiutano ad inquadrare meglio la situazione o la persona descritta. Non c’è un vero e proprio filo conduttore tra primo ed ultimo capitolo, ma tanti spaccati che ti si aprono davanti e che la Capacchione ti descrive con asciutta consapevolezza e precisione.

 

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UNA RECENSIONE DALLA FRANCIA

 

Rosaria: la bellezza del coraggio.

 

di Véronique Vergè


Ritratto

Il volto è raggiante con tratti marcati. Occhi neri vibranti di luce e di schiettezza.

Un ‘ aria volitiva che dice molto del suo impegno, della sua maniera di camminare nella vita.

L’oro della Camorra, senza commento da parte dell’autrice, respira del suo impegno. In realtà la scrittura precisa, espunta della personale emozione, testimonia dell’ impegno a favore della verità.


Giallo reale


Il libro si legge come un’indagine nutrita di dichiarazioni, di estratti dal processo Spartacus, dall’ archivio del giornale Il Mattino, di intercettazioni. Svela come la Campania è sotto controllo della Camorra, e come la criminalità oltrepassa la frontiera del sud per estendersi all’Italia e all’Europea.

 

La Camorra, erede di un sistema iniquo fatto di terrore, di pressioni, di estorsioni, un gruppo di boss (I Casalesi) che hanno intessuto una fitta trama  di appropriazioni, di truffe, di intrecci con la finanza e la politica, su uno  sfondo fatto di incendi e di intimidazioni.

 
Rosaria Capacchione
mostra in quale  maniera – storica e strategica – la Camorra sia passata da delinquenza locale a una criminalità potente (finanziaria e politica), più difficile da denunciare e combattere, perché contigua , se non consustanziale al potere. Una camorra che si lancia all’assalto della piazza finanziaria di Milano, ma che si muove anche da protagonista  nella  globalizzazione.


Una terra sacrificata


Una terra solare, luccicante del magnifico rosso dei pomodori, del giallo chiaro del limone. Una terra divina, un antico paradiso, ma sfruttato, distrutto, violentato. Il lavoro delle piccole mani distrutto.

 

Perché?  Per approfittare del denaro europeo:


" Una scena terribile, l’omicidio deliberato della ricchezza produttiva di una delle regioni più fertili d’Italia." (Pagina 46).


Le bufale sono il terreno di guerra per fare denaro e affamare il territorio. Nell’appendice si legge la lista del sequestro preventivo dei beni attribuibili al clan Schiavone : caseifici, edilizia, costruzioni occupano un posto importante.

Anche la catena dei rifiuti insiste sul crimine ambientale: una terra avvelenata,

figura di Ade, non di Demetra:" Una porzione di quella poltiglia velenosa finisce ogni giorno, sulle vostre tavole senza che nessuno di noi possa accorgersene.

E diventa parte di noi destinati a trasformarci in "uomini -rifiuti."Ogni particella di questa terra è divorata da un cancro silenzioso, ma con  effetti disastrosi.


Il criminale perbene.


Il culto dell’apparenza è maschera di rispettabilità: sviare il sospetto con l’eleganza del vestito. Un doppio linguaggio.

Il linguaggio della raffinatezza e il linguaggio delle armi, degli omicidi. L’armadio pieno zeppo di Pasquale Zagaria vale la lettura di questo libro. La passione smodata per l’insegna del lusso, per darsi una facciata onesta, come se la ricchezza fosse segno di onorabilità, quando in realtà  è sorella del crimine. In margine al testo si delinea la vera figura del colletto bianco insospettabile:vendetta,crimine,pressione,terrore,illegalità.

E’ un libro che mi ha appassionata. Una volta letto, non si dimentica. Si vede una realtà implacabile.  La verità va guardata in faccia.

 

 


 

 

ARMATI  DI SOLA PENNA

OMAGGIO A “ L’ORO DELLA CAMORRA”

Di

Véronique Vergé

 

 

ROSARIA C.

 

Per Rosaria Capacchione, Roberto Saviano

Piove sangue
la prima a  morire è
la ragazza dal volto truccato
un gelsomino
strappato
la macchina con gli sportelli
aperti,
il primo giorno d’estate
una ragazza bruciata.

Ho visto la linea del mare
senza bagnanti,
nebbia blu dell’inverno,
tra le canne
un ragazzo prova la morte
sfida il silenzio
a colpi di mitra.

Il giorno che hai la pistola in bocca
non hai  tempo di pregare,
mangi il metallo, la sabbia,
muori di paura.

La ragazza aspetta dietro la bara
l’orologio scandisce la vita
à rebours , a ritroso
il suo fidanzato era innocente
con occhi senza guerra
le tasche pulite
una palla attraversa la piazza
è morto con una canzone in  testa
quella sentita in discoteca.

 


Perché è costretta a vivere chiusa in casa
con la scorta
perché non sente il vento di mare?
Perché non fa un bagno?
perché in questo tempo deserto
affronta la solitudine dell’estate?
Non ama più la pineta, la collina, il cielo,

eppure il senso della terra viva
è bruciante vero,

scrive lei.


Ho la finestra aperta,
leggo sul divano
l’oro della camorra
non vedo più i mobili
il bicchiere sulla tavola
il disordine
non infrangere la lettura !
tra dizionario e libro
sono sull’orlo della terra
i miei occhi hanno paura.

Sono mani di sarta
esili,
la bocca non dice niente
nella casa

piccola
omertà di vita
un passaggio

io
sono mani di vedova
con filo nero.

 

STRAGE CASTLVOLTURNO

 

 

 

véronique vergé

 

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TERZO APPUNTAMENTO

ALLA CASA DELLE ARTI

DELLA RASSEGNA

“ARMATI DI SOLA PENNA”

GIOVEDI’ 4 GIUGNO

ORE 19.30 CORSO SICILIA

 

 

 

Campania Infelix

 Rizzoli, Milano

di

Bernardo Iovene

 in collaborazione con

Nunzia Lombardi

CAMPANIA INFELIX

 

 

2500 siti da bonificare, diossina 10000 volte superiore alla media, tonnellate di rifiuti tossici. Tra l’efficienza della camorra e l’incapacità della politica, l’emergenza continua. In collaborazione con Nunzia Lombardi.

Prezzo € 10,50

”Dio ricicla, il diavolo brucia.”


di

Paul Connett


docente di chimica ambientale, St. Lawrence University, NY


All’ombra del Vesuvio, in una regione che da Napoli a Caserta conta centinaia di comuni e milioni di abitanti, campi e pascoli cedono il passo a cumuli di spazzatura, scarti tossici, ammassi di amianto, residui industriali intombati da vent’anni e discariche abusive a cielo aperto, che vengono date alle fiamme al tramonto. E in quella che è stata una delle terre più fertili d’Italia la percentuale di casi di tumore è il doppio di quella nazionale.
Dietro questa incredibile e cronica emergenza, la mano della camorra, i cui clan gestiscono il fruttuoso business dello smaltimento dei rifiuti. Ma, tra le inadempienze degli amministratori pubblici, le promesse non mantenute dei politici, l’ipocrisia delle regioni del Nord, la rabbia e la frustrazione della popolazione locale, colpe e responsabilità appaiono una matassa difficile da districare.
Nell’ostinato viaggio che porta Bernardo Iovene attraverso la sua Campania natale alla ricerca dei molti perché e delle implicazioni di un problema che ha rubato la dignità a un intero Paese, la crisi della “monnezza” si rivela la punta dell’iceberg di una catastrofe ambientale generale e annunciata, che è anche specchio e causa di una dolorosa catastrofe sociale.

 

 

 NUNZIA LOOMBARDI

 

In tutte le librerie l’esordio saggistico della mariglianese Nunzia Lombardi, coautrice, insieme al giornalista Bernardo Iovene, del libro-inchiesta “Campania Infelix”. Il libro è un approfondimento dell’inchiesta “Terra Bruciata” che Bernardo Iovene ha realizzato tra le province di Napoli e Caserta per la nota trasmissione televisiva “Report”. Nella sua inchiesta Iovene, oltre ad aver intervistato in esclusiva i titolari delle aziende coinvolte nei traffici eco-mafiosi ha ricostruito lo scenario ambientale campano.

Tale scenario è ricostruito anche nel libro: “Nelle campagne campane – si legge nella recensione ufficiale – sono stati sparsi negli anni 360.000 tonnellate di rifiuti tossici e pericolosi. Le zone da bonificare sono 2551, il doppio rispetto alla Lombardia. Ci sono terreni dove la presenza di diossina è 10.000 volte superiore ai limiti imposti dalla legge, sotto ci sono rifiuti tossici, tutto intorno è coltivato e pascolano le pecore; l’80 per cento dei pozzi è inquinato da sostanze cancerogene e i contadini usano quell’acqua per irrigare le serre. L’incidenza di malformazioni nei bambini è superiore alla media nazionale dell’84 per cento, quella dei tumori è il doppio e la mortalità è del 10 per cento maggiore”.

Il libro-inchiesta affronta il problema eco-mafie attraverso i dati ma anche le testimonianze: in primis quella di Nunzia Lombardi, co-autrice e di altri membri dell’assise di Palazzo Marigliano come l’oncologo Antonio Marfella. “L’emozione nel vedere il libro in una vetrina di Napoli è stata grande – ci dice un’emozionatissima Nunzia – probabilmente equivalente allo sforzo fatto (nei 2 mesi che ci hanno dato) per realizzare questo lavoro. Il libro ha un intento divulgativo, per far conoscere a tutti, soprattutto fuori regione, cosa qui accade costantemente. Marigliano non fa una grande figura, ma non c’era altro modo per far emergere lo squallore delle nostre campagne e tentare di invertire la rotta”.

 

 

 

BERNARDO IOVENE

bernardoiovene

 








Si intitola Terra Bruciata ed è ambientata in Campania. Iovene (nell’immagine. Ha partecipato a tutte le edizioni del programma, fin dalla prima, storica puntata del 1994 di Professione Reporter) intervista in esclusiva i titolari della ditta accusati di aver sversato nelle campagne e nei canali centinaia di tonnellate di rifiuti tossici. Dal sito ufficiale del programma:

Ad occuparsi della bonifica è il Commissario per l’Emergenza delle Bonifiche che dal 2000 al 31 gennaio 2008 è stato il presidente della regione: Bassolino.

Fino ad oggi non è stato bonificato nulla. Le ditte incaricate hanno assunto centinaia di Lavoratori Socialmente Utili, ma per 5 anni sono stati inutilizzati. I pochi lavori eseguiti di rimozione di rifiuti, sono stati assegnati a ditte esterne. Lavori pagati 3 volte.

Report, lo ricordiamo per dovere di cronaca, oltre a numerosi altri riconoscimenti, è stato premiato – meritatamente – dai nostri lettori come Miglior programma di informazione ai recenti TvBlog Awards 2008.