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QUARTO APPUNTAMENTO

ALLA CASA DELLE ARTI

DELLA RASSEGNA

“ARMATI DI SOLA PENNA”

GIOVEDI’ 11 GIUGNO

ORE 20.00

 

 L

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Titolo

L’Oro della Camorra

Autore

Rosaria Capacchione

Prezzo

€ 10,00

Dati

2008, 278 pagine

Editore

Rizzoli Bur

 

 

 

 

 

 

In sintesi

 

Rosaria Capacchione segue da oltre vent’anni le trame nascoste della criminalità organizzata campana e il loro intreccio con la società civile. Da tempo la camorra ha valicato i confini regionali per estendere la propria egemonia su tutta la Penisola. Il 9 giugno 2008 il gip del Tribunale di Napoli deposita la sentenza con la quale, per la prima volta, viene condannato un imprenditore del Nord per associazione camorristica. Aldo Bazzini è il consuocero di Pasquale "bin Laden" Zagaria, fratello di Michele "Capastorta" Zagaria, capo militare dei Casalesi e uno dei latitanti più pericolosi d’Italia. Sfruttando i suoi rapporti con faccendieri e intermediari, dal 1994 a oggi Bazzini ha favorito la penetrazione della camorra nei maggiori appalti pubblici del Paese. Seguendo questa vicenda giudiziaria, "L’oro della camorra" offre una ricostruzione di un mondo sommerso che non si caratterizza più solo per il sangue versato sulle strade ma che sta assumendo sempre più il controllo dell’imprenditoria italiana, per arrivare a permeare ogni aspetto della nostra economia.

 

 

 

La recensione de L’Indice

 

 

 

 

di

Gian Carlo Caselli

 

Con le feroci stragi di mafia del 1992, si abbatté sull’Italia un pericolo gravissimo: diventare uno stato-mafia, un narco-stato di tipo colombiano, dominato da un’organizzazione criminale spietata come “Cosa nostra”. Per fortuna, con il concorso di tutti (istituzioni, società civile, forze dell’ordine e magistratura), invece di precipitare in un abisso senza fondo, il nostro paese è riuscito a resistere. In questa “resistenza”, decisiva è stata la sequenza continua di arresti di boss latitanti che ha caratterizzato la risposta dello stato nel periodo successivo alle morti di Falcone a Capaci e di Borsellino in via d’Amelio. Niente di simile è mai successo in nessuna fase di contrasto del crimine organizzato. Per numero di mafiosi arrestati e loro caratura criminale si è battuto ogni record: Riina, Bagarella, i Brusca, Aglieri, i Graviano, i Ganci, Vitale, Grigoli, Romeo, Spatuzza e tanti, tanti altri ancora. Merito dell’impegno di tutti, con una segnalazione particolare per un magistrato della Procura di Palermo, Alfonso Sabella. Grazie a eccezionali doti investigative, intrecciando intelligenza, dedizione e tenacia, Sabella ha avuto un ruolo decisivo nel coordinare le forze di polizia e nel condurle a positivi risultati in moltissime delle catture dei boss latitanti più pericolosi. Nel libro Cacciatore di mafiosi (scritto con Silvia Resta e Franceso Vitale), Alfonso Sabella rievoca la sua straordinaria esperienza. Non si tratta di un saggio né di un romanzo. Piuttosto di un libro d’azione, dove la realtà viene raccontata – in maniera avvincente, da togliere il fiato – come fosse il soggetto di un film di ottimo livello. Tecniche di indagine sofisticate, impiego di tecnologie d’avanguardia, intuito, pazienza e testardaggine, capacità di pianificare gli interventi e di modificarli “in corsa” a seconda degli eventi, ricorso a espedienti di grande “fantasia” ed efficacia, scommesse azzardate spesso vincenti, abilità e fortuna: sono gli ingredienti che in ogni episodio raccontato da Sabella mescolano thrilling-suspanse-azione con ritmi sempre di straordinaria intensità e con interessanti spaccati sulla vita dei mafiosi: vizi pubblici e privati, “qualità” criminali, tic maniaci, donne regolari e non. Sul piano investigativo-giudiziario, le tante catture si accompagnano alla slavina di “pentimenti” e all’infinità di condanne (fra cui 650 ergastoli) che segnano la stagione del dopo stragi. “Cosa nostra” era ridotta in un angolo. Sembrava fatta. Invece, quando le indagini si indirizzarono anche sulla parte “in ombra” del pianeta mafia, sulle complicità che sono il perno della potenza mafiosa, pur di scongiurare il salto qualitativo nell’azione di contrasto di “Cosa nostra”, consistenti settori dello stato hanno accettato di perdere una guerra che si sarebbe potuto vincere. A tal fine si è inscenato un osceno processo alla stagione giudiziaria del dopo stragi, deliberatamente cancellando proprio gli imponenti risultati che si erano ottenuti e che ora il libro di Sabella racconta. Perché questo osceno processo? Salvatore Lupo sostiene che i risultati nel contrasto alla mafia sono stati ottenuti da una minoranza (di persone delle istituzioni, della politica e della società) e che, arrivati a un certo punto, l’isolamento si indirizza non verso la mafia, ma verso chi cerca di combatterla: ciò perché c’è una “richiesta di mafia” in settori dell’imprenditoria e della politica, del sistema finanziario ed economico. Questa analisi costituisce un saldo punto di partenza per meglio apprezzare un altro bellissimo libro: L’oro della camorra, scritto da Rosaria Capacchione, una giornalista del “Mattino” di Napoli costretta da tempo a vivere sotto scorta a causa delle minacce di morte ricevute dalla camorra per il suo coraggio nel denunziare con sistematica precisione il vero volto della criminalità organizzata campana. Mentre nella periferia napoletana scorre il sangue (in un groviglio di cemento e monnezza, tragedia e terrore, fabbriche in nero e droga), altrove ci sono i tavoli degli investimenti economici e i risvolti finanziari della camorra. Il libro di Capacchione è la storia di boss (Michele Zagaria, Francesco Bidognetti, Antonio Iovine, Francesco Schiavone) che sono diventati manager. In ampie zone del Centro e del Nord Italia, l’economia camorristica trionfa e fattura capitali enormi, falsando il libero mercato grazie al “plusvalore criminale” di cui può godere. L’economia illegale pian piano risucchia nel suo gorgo commerci, imprese e forze economiche sane (che spesso incontrano enormi difficoltà nel costruire le loro sorti sul rispetto delle pratiche legali): così inesorabilmente avanza e si espande, come un’onda che si insinua dovunque. Il libro testimonia tutto ciò con straordinaria evidenza e ricchezza di dati. A fronte di un’economia illegale vincente, troppo spesso lo stato dà l’impressione di non combattere con sufficiente energia una battaglia che si potrebbe invece vincere. Qui il libro di Capacchione si sovrappone a quello di Sabella: e l’uno e l’altro sono tenuti insieme dalla tesi di Lupo sulla presenza – nel nostro paese – di una “richiesta di mafia”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ Autrice

 

 

rosaria capacchione

 

 







Rosaria Capacchione è una giornalista coraggiosa. Tenace e verace. Nata a Napoli, vive da sempre a Caserta, dove lavora come cronista giudiziaria al quotidiano Il Mattino. Da 29 anni indaga sugli affari illeciti della criminalità organizzata. Le sue inchieste precise e circostanziate danno fastidio ai clan. Troppo. Tanto che, qualche giorno fa, la camorra in un’aula di Tribunale è arrivata a minacciarla. E proprio come era già successo allo scrittore Roberto Saviano, dopo il libro “Gomorra” (Mondadori), anche a lei è stata appena assegnata la scorta.

 

Intervista rilasciata a Caserta Press, da Donna Moderna .com

Rosaria, chi ce l’ha con te?
“Due imputati del Processo Spartacus: Francesco Bidognetti e Antonio Iovine. Nell’ultima udienza, per voce dei loro legali, mi hanno accusato di influenzare la Corte d’Appello con i miei articoli. Letta nel linguaggio mafioso è una minaccia pesante. I due boss intendono dire ai compari rimasti fuori: “Togliete di mezzo quella lì, altrimenti vi farà condannare”. Con i Casalesi c’è poco da scherzare”.

Chi sono i Casalesi?
“Sono un clan camorristico potentissimo in Campania. Comandati da quell’Antonio Iovine che mi vuole eliminare e da Michele Zagaria, latitanti da oltre dodici anni. Un’anomalia italiana”.

In che senso?
“Dei pizzini di Provenzano si occupano i giornali internazionali. Questi due, invece, fanno i fantasmi e non gliene frega niente a nessuno”.

Come te lo spieghi?
“Caserta deve rimanere lontana dai riflettori, perché in questa provincia girano grossi flussi di denaro”.

Ti riferisci all’emergenza rifiuti?
“L’emergenza non è colpa dei clan. Ma la camorra è una struttura parassitaria: già vent’anni fa ha capito che i rifiuti sono una ricchezza da sfruttare. Ci è campata sopra per tanto tempo. E continua a farlo. Io cerco di denunciarla, questa situazione”.

Per questo sei nel mirino dei camorristi?
“Mi temono perché so tutto quello che hanno combinato dal 1985 a oggi. Ma i Casalesi non ce l’hanno solo con me. Minacciano anche il giudice Raffaele Cantone, che ha sequestrato beni ai clan per migliaia e migliaia di euro. E lo scrittore Roberto Saviano, che li ha sputtanati in tutto il mondo”.

Ti senti più sicura con la scorta?
“Vedremo quando sarà operativa. Ora mentre parlo con te, cammino e non vedo uno straccio di nessuno al mio fianco”.

Conosci personalmente Saviano?
“Da quando era ancora ragazzino e voleva fare il giornalista, si interessava di camorra e veniva in redazione a chiedere qualche pezzo mio”.

A parte l’episodio in aula, hai ricevuto altre minacce?
“Telefonate, lettere… Nel ‘96 il pentito Dario De Simone ha svelato che c’era un piano per “sopprimermi”. Ha usato proprio questa parola. “Uccidere” mi avrebbe fatto meno effetto”.

Hai paura?
“Sai, io ho 48 anni e a quest’età non si cambia. Non mi piego e faccio la vita di sempre. Sono fatalista. Prima o poi la mia vita finirà. Intanto sto sempre “buttata” al giornale”.

Quando non lavori cosa fai?
“Leggo, dormo, faccio shopping. E cucino: mi vengono bene i primi”.

Riesci ad avere una vita privata?
“Non sono sposata, non ho figli. Ma adoro la mia famiglia. Mamma, i miei fratelli e i miei nipoti sono i più esposti e alla fine non c’entrano niente. Ma mai nessuno di loro mi ha detto: Rosaria statti zitta. Mai”.

Da chi hai ricevuto solidarietà?
“Dai miei vicini di casa, dagli amici”.

Il ministro dell’Interno ti ha chiamata?
“No. Mi ha telefonato il presidente della Repubblica, ma nessuno dei parlamentari che conosco si è fatto vivo”.

Le istituzioni locali?
“La signora Mastella mi ha scritto una lettera di solidarietà. Anche se è un gesto formale, lo apprezzo. Ma serve poco a tutelarmi”.

Cosa dovrebbero fare i politici?
“Capire il pericolo, proteggere non me, la giornalista “star”, ma i comuni cittadini. E promuovere un’economia pulita, che blocchi quella sporca”.

E i bravi giornalisti?
“Ignorare i comunicati stampa e capire, oltre al “chi” e “che cosa” dei fatti, anche il perché. Se tutti facessero così, sarebbe una svolta. Non possono ammazzarci tutti, no? Ma sai che ti dico? Io non morirò quando mi uccideranno i camorristi, ma se smetterò di avere la curiosità nel mestiere. E la voglia di scoprire la verità”.

 

 

 rosaria-capacchione

 

 

 

 

Alcuni commenti

Ernesto Carratù ernestocarratu@katamail.com (21-04-2009)
Il libro è interessante e scritto bene. L’unico dispiacere è leggere che anche uomini dello stato sono coinvolti con il malaffare.

claudio (03-02-2009)
A parte il mal di testa con tutti quei nomi di personaggi che portano lo stesso cognome ma non sono parenti: Zagaria, Schiavone, Bidognetti e altro; a parte il mal di stomaco che ti prende a sapere tutta l’attività della camorra, di come si è ramificata in ogni settore, tanto che ti vien sempre più voglia di abbandonare la nostra cara Italia. A parte tutto questo, libro abbastanza deludente per chi, come me, pensava a una storia dei Casalesi, scritta oltre tutto da una giornalista che vive sotto scorta da tempo proprio per quello che scrive sul Mattino. Invece è la cronaca degli ultimi anni di Pasquale Zagaria e dei suoi sodali:forse quello che aspettavo io sarebbe dovuto essere un volume molto pi sostanzioso. Comunque non so quale senso abbiano le ultime 70 pagine, che sono una lunga fila di sequestri e confische a camorristi. Una mezza delusione, anche se oggi ne so molto di più in ogni caso sul fenomeno camorra.

Anarchico (28-01-2009)
Mi aspettavo molto di più, perchè la Capacchione è una delle giornaliste più rappresentative e accreditate del "Il Mattino". Questo libro parla dei traffici dei Casalesi, in particolare della famiglia Zagaria (quindi scordatevi Iovine, Schiavone, Bidognetti e Bardellino). Il libro è senza dubbio documentato, ma la stesura non è fluida, nonostante le note a piè di pagina, per chi volesse addentrarsi nel regno della Camorra Casertana, in quanto non viene narrata la storia dei Casalesi da Bardellino in poi, ma viene affrontata solo l’ultima parte più recente e parte del processo Spartacus. Alla fine del libro inoltre vi è un appendice (ben 70 pagine) infinita su verbali di sequestro e pene varie che a mio avviso si poteva evitare e magari dare più spazio alla vera struttura del Clan dei Casalesi e sulle varie attività controllate. Un libro da leggere solo per coloro che si sono già documentati sui Casalesi.

Sara (12-01-2009)
L’archivio della Capacchione è davvero impressionante e in questo libro te ne accorgi fin dalle primissime pagine. Ogni argomento trattato viene integrato da note o piccole precisazioni che ti aiutano ad inquadrare meglio la situazione o la persona descritta. Non c’è un vero e proprio filo conduttore tra primo ed ultimo capitolo, ma tanti spaccati che ti si aprono davanti e che la Capacchione ti descrive con asciutta consapevolezza e precisione.

 

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UNA RECENSIONE DALLA FRANCIA

 

Rosaria: la bellezza del coraggio.

 

di Véronique Vergè


Ritratto

Il volto è raggiante con tratti marcati. Occhi neri vibranti di luce e di schiettezza.

Un ‘ aria volitiva che dice molto del suo impegno, della sua maniera di camminare nella vita.

L’oro della Camorra, senza commento da parte dell’autrice, respira del suo impegno. In realtà la scrittura precisa, espunta della personale emozione, testimonia dell’ impegno a favore della verità.


Giallo reale


Il libro si legge come un’indagine nutrita di dichiarazioni, di estratti dal processo Spartacus, dall’ archivio del giornale Il Mattino, di intercettazioni. Svela come la Campania è sotto controllo della Camorra, e come la criminalità oltrepassa la frontiera del sud per estendersi all’Italia e all’Europea.

 

La Camorra, erede di un sistema iniquo fatto di terrore, di pressioni, di estorsioni, un gruppo di boss (I Casalesi) che hanno intessuto una fitta trama  di appropriazioni, di truffe, di intrecci con la finanza e la politica, su uno  sfondo fatto di incendi e di intimidazioni.

 
Rosaria Capacchione
mostra in quale  maniera – storica e strategica – la Camorra sia passata da delinquenza locale a una criminalità potente (finanziaria e politica), più difficile da denunciare e combattere, perché contigua , se non consustanziale al potere. Una camorra che si lancia all’assalto della piazza finanziaria di Milano, ma che si muove anche da protagonista  nella  globalizzazione.


Una terra sacrificata


Una terra solare, luccicante del magnifico rosso dei pomodori, del giallo chiaro del limone. Una terra divina, un antico paradiso, ma sfruttato, distrutto, violentato. Il lavoro delle piccole mani distrutto.

 

Perché?  Per approfittare del denaro europeo:


" Una scena terribile, l’omicidio deliberato della ricchezza produttiva di una delle regioni più fertili d’Italia." (Pagina 46).


Le bufale sono il terreno di guerra per fare denaro e affamare il territorio. Nell’appendice si legge la lista del sequestro preventivo dei beni attribuibili al clan Schiavone : caseifici, edilizia, costruzioni occupano un posto importante.

Anche la catena dei rifiuti insiste sul crimine ambientale: una terra avvelenata,

figura di Ade, non di Demetra:" Una porzione di quella poltiglia velenosa finisce ogni giorno, sulle vostre tavole senza che nessuno di noi possa accorgersene.

E diventa parte di noi destinati a trasformarci in "uomini -rifiuti."Ogni particella di questa terra è divorata da un cancro silenzioso, ma con  effetti disastrosi.


Il criminale perbene.


Il culto dell’apparenza è maschera di rispettabilità: sviare il sospetto con l’eleganza del vestito. Un doppio linguaggio.

Il linguaggio della raffinatezza e il linguaggio delle armi, degli omicidi. L’armadio pieno zeppo di Pasquale Zagaria vale la lettura di questo libro. La passione smodata per l’insegna del lusso, per darsi una facciata onesta, come se la ricchezza fosse segno di onorabilità, quando in realtà  è sorella del crimine. In margine al testo si delinea la vera figura del colletto bianco insospettabile:vendetta,crimine,pressione,terrore,illegalità.

E’ un libro che mi ha appassionata. Una volta letto, non si dimentica. Si vede una realtà implacabile.  La verità va guardata in faccia.

 

 


 

 

ARMATI  DI SOLA PENNA

OMAGGIO A “ L’ORO DELLA CAMORRA”

Di

Véronique Vergé

 

 

ROSARIA C.

 

Per Rosaria Capacchione, Roberto Saviano

Piove sangue
la prima a  morire è
la ragazza dal volto truccato
un gelsomino
strappato
la macchina con gli sportelli
aperti,
il primo giorno d’estate
una ragazza bruciata.

Ho visto la linea del mare
senza bagnanti,
nebbia blu dell’inverno,
tra le canne
un ragazzo prova la morte
sfida il silenzio
a colpi di mitra.

Il giorno che hai la pistola in bocca
non hai  tempo di pregare,
mangi il metallo, la sabbia,
muori di paura.

La ragazza aspetta dietro la bara
l’orologio scandisce la vita
à rebours , a ritroso
il suo fidanzato era innocente
con occhi senza guerra
le tasche pulite
una palla attraversa la piazza
è morto con una canzone in  testa
quella sentita in discoteca.

 


Perché è costretta a vivere chiusa in casa
con la scorta
perché non sente il vento di mare?
Perché non fa un bagno?
perché in questo tempo deserto
affronta la solitudine dell’estate?
Non ama più la pineta, la collina, il cielo,

eppure il senso della terra viva
è bruciante vero,

scrive lei.


Ho la finestra aperta,
leggo sul divano
l’oro della camorra
non vedo più i mobili
il bicchiere sulla tavola
il disordine
non infrangere la lettura !
tra dizionario e libro
sono sull’orlo della terra
i miei occhi hanno paura.

Sono mani di sarta
esili,
la bocca non dice niente
nella casa

piccola
omertà di vita
un passaggio

io
sono mani di vedova
con filo nero.

 

STRAGE CASTLVOLTURNO

 

 

 

véronique vergé

 

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4 thoughts on “

  1. Carissimo Saldan,

    L’articolo è completo, ricco.
    Ti ho mandato la recensione, ma è troppo tardi forse per intercalare con altri testi.

    Spero un grande successo per l’appuntamento.
    Rimpiango la lontananza geografica.
    Veroni,
    con affetto.

  2. Il diario dell’assedio
    Saviano, la bellezza e l’inferno
    (“Il mappino”, 10 giugno 2009)
    di Giuseppe Montesano

    Un mare di retorica spesso ha tentato di usarlo per i fini più diversi, un mare di retorica ha spesso tentato subdolamente di levargli ogni efficacia fingendo di glorificarlo, un mare di retorica ha velato le verità taglienti che ha detto e scritto sull’economia e sulla politica, un mare di retorica è passato in questi anni su Roberto Saviano nella speranza di occultarlo nella grande festa dello spettacolo mediatico: ma da questo mare Roberto Saviano non si è lasciato né corrompere né sommergere, e lo scrittore Saviano oggi torna a parlare dal suo esilio estremo, e torna a parlare con un libro che si intitola La bellezza e l’inferno (Mondadori, pagg. 254, euro 17,50). Il libro raccoglie i pezzi scritti da Saviano dal 2004 al 2009, scritti d’occasione a volte urgenti e accesi, altre volte freddamente drammatici, altre ancora malinconici, come raggelati dall’impossibilità fisica di toccare le cose, vederle, sprofondarsi in esse, entrare con la realtà in quella comunione fisiologica che è la grande invenzione narrativa di Gomorra. Però La bellezza e l’inferno è un libro che viene dall’esilio, un esilio non volontario ma coatto, un esilio che è necessario alla salvezza fisica di Saviano ma che per lo scrittore suona anche come un orribile confino in patria, una segregazione nei luoghi della sua vita, il risultato di un editto di potere che la camorra ha lanciato su di lui. I libri sono libri, e si leggono sempre da sinistra a destra, e dall’alto verso il basso; i libri sono ciò che resta dell’abbraccio o dello scontro tra chi scrive e la realtà, briciole e fogli spaiati; i libri sono sempre fatti di parole, parole che nei casi di piccola miseria letteraria sono solo forme più o meno travestite del narcisismo; ma i libri sono anche quelli in cui l’io si mette da parte per far parlare la realtà, in parole che traducono incidendoli sul foglio i sussulti del corpo, i trasalimenti del pensiero, il dolore, la vergogna, la rabbia, l’amore, la morte: tutto ciò che solo conta, e tutto ciò che importa a Saviano. Ma come è stato scritto La bellezza e l’inferno? Cosa ha messo insieme le pagine di giornale su cui Saviano ha scritto? Quale energia ha strappato a una vita di esilio e di confino questi fogli di calendario? Questi pezzi sono nati in stanze strette e buie, in caserme vaste e squallide, in alberghi sorvegliati, in piccoli buchi senza finestre e senza luce naturale: e solo raramente, molto raramente, in luoghi accoglienti, tra persone umane, in quel calore di amicizia e di vicinanza che l’essere in carne e ossa chiamato Saviano sembra rimpiangere più di ogni cosa. E non c’è dubbio che sono pezzi e fogli strappati a fatica dall’assedio, un assedio che per lo scrittore Saviano è stato anche intellettuale. Saviano, lo scrittore Saviano, è altrove. In questo libro troviamo ancora e sempre l’occhio rivolto alla criminalità, esportata in Spagna e dovunque o pronta ad approfittare del terremoto in Abruzzo, con i suoi legami con la politica e l’economia, una visione ossessiva, sì, ma non certo perché Saviano ne sarebbe ossessionato, come si è detto in modo meschino, personalmente, ma perché è ossessiva e ripetitiva nella realtà, perché non impedisce soltanto a un ragazzo di trent’anni di vivere la propria vita, ma perché rende oscena e miserevole la vita a milioni di persone in tutto il Meridione. In questi pezzi troviamo anche qualcosa che ci parla in profondità di Saviano, e dei luoghi interiori nei quali è stato costretto a sopravvivere: come le grandi storie su Messi e Petrucciani. Nell’argentino del Barca Saviano ha saputo vedere il pallido ragazzetto malcresciuto che si è fatto bombardare di farmaci per crescere, per diventare grande, e che ha vinto una battaglia impossibile contro ogni determinismo biologico, contro ogni fatalismo. In Michel Petrucciani ha visto di nuovo questo, ha visto l’artista che deformato dalla biologia, reso schiavo dal corpo fino al mostruoso, si ostina a inventare la musica, nel dolore, nella sofferenza, nell’umiliazione, ostinato perché solo dall’invenzione che si fa bellezza può arrivargli la vita. E non è questo che indica a lettere cubitali il titolo di questo libro che abbiamo tra le mani? L’esilio coatto, l’editto che lo ha trasformato in «raca», l’eccezionalità della sua situazione di assediato hanno spinto l’occhio dello scrittore Saviano a guardare con attenzione a ciò che è estremo nell’umano, a ciò che anche sull’orlo della distruzione resiste e va avanti perché ha preservato in sé un nocciolo indistruttibile di bellezza, di bene, di coraggio. Da qualche parte, molto in profondità, c’è in Saviano altro dall’impero criminale della camorra, c’è qualcosa che ha a che fare direttamente con la Bellezza, ed è probabile che proprio questo qualcosa sia il nocciolo che gli permette di vivere senza paura: a occhi aperti. Saviano ha visto in tutta la sua atroce bassezza e ha saputo raccontare come nessuno il male fetido e mostruoso del Sistema proprio perché sapeva che cosa era il suo contrario: e sapeva che quel contrario del male, il poco bene e la poca bellezza che ci toccheranno, saranno possibili solo se l’inferno sarà bonificato. Allora nessuno ci è più vicino, nessuno è più prossimo nostro di questo scrittore che nell’abbandono si è ripetuto il mantra di ogni scrittore degno di questo nome, il mantra che comincia dicendo amaro: è impossibile vivere così, è troppo buio, è troppo atroce, non voglio, no, e che finisce, come ha scritto lui stesso, con le parole a denti stretti, insensate ma liberatorie, di chi ha conservato dentro di sé un frammento della Bellezza: «Però puoi scrivere. Devi, vuoi continuare». In questi anni chi scrive qui non ha potuto fisicamente avere in Roberto Saviano un amico come lo aveva prima, toccarlo, frequentarlo, ridere con lui, e gli ha parlato solo al telefono o via mail, e più che sperare e scrivere che sia levata la mano che pende sul capo di quel ragazzo non può, e lo chiede e lo dice con tutte le sue forze: mai più da luoghi di esilio. Ma allo scrittore Saviano non può che ripetere le sue stesse parole: non puoi scrivere ma devi farlo, non puoi vivere ma vuoi e devi farlo. Finché sei vivo, e vivo in tutti i sensi, niente ancora è perduto.

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