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IN FRANCIA “LE CONTRAIRE DE LA MORT”

IN ITALIA “LA BELLEZZA E L’INFERNO”

IN LIBRERIA LE ULTIME DUE PROVE DI

ROBERTO SAVIANO: DUE RACCONTI IN

FRANCESE PER LAFFONT, UNA RACCOLTA

DI SCRITTI 2004-2009 IN ITALIANO PER

MONDADORI

 

IL DIARIO DELL’ASSEDIO

 

LA BELLEZZA E L


SAVIANO,  LA BELLEZZA E L’INFERNO,

Mondadori 2009



 


di Giuseppe Montesano

 

montesano


Un mare di retorica spesso ha tentato di usarlo per i fini più diversi, un mare di retorica ha spesso tentato subdolamente di levargli ogni efficacia fingendo di glorificarlo, un mare di retorica ha velato le verità taglienti che ha detto e scritto sull’economia e sulla politica, un mare di retorica è passato in questi anni su Roberto Saviano nella speranza di occultarlo nella grande festa dello spettacolo mediatico: ma da questo mare Roberto Saviano non si è lasciato né corrompere né sommergere, e lo scrittore Saviano oggi torna a parlare dal suo esilio estremo, e torna a parlare con un libro che si intitola La bellezza e l’inferno (Mondadori, pagg. 254, euro 17,50). Il libro raccoglie i pezzi scritti da Saviano dal 2004 al 2009, scritti d’occasione a volte urgenti e accesi, altre volte freddamente drammatici, altre ancora malinconici, come raggelati dall’impossibilità fisica di toccare le cose, vederle, sprofondarsi in esse, entrare con la realtà in quella comunione fisiologica che è la grande invenzione narrativa di Gomorra. Però La bellezza e l’inferno è un libro che viene dall’esilio, un esilio non volontario ma coatto, un esilio che è necessario alla salvezza fisica di Saviano ma che per lo scrittore suona anche come un orribile confino in patria, una segregazione nei luoghi della sua vita, il risultato di un editto di potere che la camorra ha lanciato su di lui. I libri sono libri, e si leggono sempre da sinistra a destra, e dall’alto verso il basso; i libri sono ciò che resta dell’abbraccio o dello scontro tra chi scrive e la realtà, briciole e fogli spaiati; i libri sono sempre fatti di parole, parole che nei casi di piccola miseria letteraria sono solo forme più o meno travestite del narcisismo; ma i libri sono anche quelli in cui l’io si mette da parte per far parlare la realtà, in parole che traducono incidendoli sul foglio i sussulti del corpo, i trasalimenti del pensiero, il dolore, la vergogna, la rabbia, l’amore, la morte: tutto ciò che solo conta, e tutto ciò che importa a Saviano. Ma come è stato scritto La bellezza e l’inferno? Cosa ha messo insieme le pagine di giornale su cui Saviano ha scritto? Quale energia ha strappato a una vita di esilio e di confino questi fogli di calendario? Questi pezzi sono nati in stanze strette e buie, in caserme vaste e squallide, in alberghi sorvegliati, in piccoli buchi senza finestre e senza luce naturale: e solo raramente, molto raramente, in luoghi accoglienti, tra persone umane, in quel calore di amicizia e di vicinanza che l’essere in carne e ossa chiamato Saviano sembra rimpiangere più di ogni cosa. E non c’è dubbio che sono pezzi e fogli strappati a fatica dall’assedio, un assedio che per lo scrittore Saviano è stato anche intellettuale. Saviano, lo scrittore Saviano, è altrove. In questo libro troviamo ancora e sempre l’occhio rivolto alla criminalità, esportata in Spagna e dovunque o pronta ad approfittare del terremoto in Abruzzo, con i suoi legami con la politica e l’economia, una visione ossessiva, sì, ma non certo perché Saviano ne sarebbe ossessionato, come si è detto in modo meschino, personalmente, ma perché è ossessiva e ripetitiva nella realtà, perché non impedisce soltanto a un ragazzo di trent’anni di vivere la propria vita, ma perché rende oscena e miserevole la vita a milioni di persone in tutto il Meridione. In questi pezzi troviamo anche qualcosa che ci parla in profondità di Saviano, e dei luoghi interiori nei quali è stato costretto a sopravvivere: come le grandi storie su Messi e Petrucciani. Nell’argentino del Barca Saviano ha saputo vedere il pallido ragazzetto malcresciuto che si è fatto bombardare di farmaci per crescere, per diventare grande, e che ha vinto una battaglia impossibile contro ogni determinismo biologico, contro ogni fatalismo. In Michel Petrucciani ha visto di nuovo questo, ha visto l’artista che deformato dalla biologia, reso schiavo dal corpo fino al mostruoso, si ostina a inventare la musica, nel dolore, nella sofferenza, nell’umiliazione, ostinato perché solo dall’invenzione che si fa bellezza può arrivargli la vita. E non è questo che indica a lettere cubitali il titolo di questo libro che abbiamo tra le mani? L’esilio coatto, l’editto che lo ha trasformato in «raca», l’eccezionalità della sua situazione di assediato hanno spinto l’occhio dello scrittore Saviano a guardare con attenzione a ciò che è estremo nell’umano, a ciò che anche sull’orlo della distruzione resiste e va avanti perché ha preservato in sé un nocciolo indistruttibile di bellezza, di bene, di coraggio. Da qualche parte, molto in profondità, c’è in Saviano altro dall’impero criminale della camorra, c’è qualcosa che ha a che fare direttamente con la Bellezza, ed è probabile che proprio questo qualcosa sia il nocciolo che gli permette di vivere senza paura: a occhi aperti. Saviano ha visto in tutta la sua atroce bassezza e ha saputo raccontare come nessuno il male fetido e mostruoso del Sistema proprio perché sapeva che cosa era il suo contrario: e sapeva che quel contrario del male, il poco bene e la poca bellezza che ci toccheranno, saranno possibili solo se l’inferno sarà bonificato. Allora nessuno ci è più vicino, nessuno è più prossimo nostro di questo scrittore che nell’abbandono si è ripetuto il mantra di ogni scrittore degno di questo nome, il mantra che comincia dicendo amaro: è impossibile vivere così, è troppo buio, è troppo atroce, non voglio, no, e che finisce, come ha scritto lui stesso, con le parole a denti stretti, insensate ma liberatorie, di chi ha conservato dentro di sé un frammento della Bellezza: «Però puoi scrivere. Devi, vuoi continuare». In questi anni chi scrive qui non ha potuto fisicamente avere in Roberto Saviano un amico come lo aveva prima, toccarlo, frequentarlo, ridere con lui, e gli ha parlato solo al telefono o via mail, e più che sperare e scrivere che sia levata la mano che pende sul capo di quel ragazzo non può, e lo chiede e lo dice con tutte le sue forze: mai più da luoghi di esilio. Ma allo scrittore Saviano non può che ripetere le sue stesse parole: non puoi scrivere ma devi farlo, non puoi vivere ma vuoi e devi farlo. Finché sei vivo, e vivo in tutti i sensi, niente ancora è perduto.

 

( Da "Il Mattino", 10 giugno 2009)

 

 

Roberto Saviano

 

 

 

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LE CONTRAIRE  DE  LA MORT


scènes de la vie napolitaine

di Roberto Saviano

Traduzione di Vincent Raynaud

Casa editrice Robert Laffont

 

 LE CONTRAIRE DEL LA MORT

 

Avec Le Contraire de la mort, l’auteur de Gomorra nous entraîne une nouvelle fois dans son pays natal, où la violence et le crime organisé sévissent plus que jamais.

Ce livre réunit deux récits, situés dans le sud de l’Italie (Naples et ses alentours), deux textes qui se dressent contre la violence des hommes en général et celle de la mafia en particulier.

Le premier, " Le Contraire de la mort ", raconte le deuil de Maria, une jeune fille de dix-sept ans, qui a vu partir son amoureux Gaetano pour l’Afghanistan, dont il ne reviendra pas. Au-delà de la dimension personnelle et historique, son histoire comporte une dimension mythique : la jeune fille, moderne Eurydice à l’inverse, dépasse tout pour retrouver Gaetano, et triomphe de la mort par son amour.

L’autre récit, " La Bague ", fait le portrait de deux jeunes hommes, Giuseppe et Vincenzo, qui, parce qu’ils ont choisi d’exercer un vrai métier et refusent de faire le jeu de la camorra, vivent dans la misère. Une scène d’une violence terrible décrit les conditions absurdes et cruelles de leur assassinat. Mais cette histoire, un homme du Sud ne parviendra pas à la raconter à une femme du Nord venue enquêter sur leur mort. Son silence révèle le fossé qui les sépare, l’impossibilité qu’il a de lui faire comprendre ce qu’est réellement la mafia.

Dans ces deux nouvelles, Saviano interroge la mémoire et le temps, la mort et l’amour, il évoque la confusion des sentiments, la quête d’une identité. Son écriture très réaliste, qui prend parfois la dimension du mythe, émeut profondément.

(Con Le Contraire de la mort, l’autore di Gomorra ci conduce ancora una volta nel suo paese natale, dove violenza e crimine organizzato imperversano più che mai.

 

Il libro mette insieme due racconti, ambientati nel sud d’ Italia (Napoli e dintorni), due testi indirizzati contro la violenza degli uomini in generale e contro quella camorristica, in particolare.

 

Il primo, “Le Contraire de la mort” (Il contrario della morte), racconta il lutto di Maria, una ragazzina di diciassette anni che vede il suo fidanzato Gaetano partire per l’Afganistan, da cui non tornerà mai  più. Al di là della dimensione personale e storica, la  vicenda assume una dimensione mitica: la ragazza, moderna Euridice alla rovescia, supera tutto alla ricerca di Gaetano, e trionfa sulla morte grazie al suo amore.

 

L’altro racconto, La Bague (L’Anello), è il ritratto di due giovani, Vincenzo e Giuseppe, costretti in miseria perché han scelto di fare un vero mestiere e si rifiutano di fare il gioco della camorra. Una scena di terribile violenza descrive le assurde e crudeli modalità del loro assassinio. Ma una storia simile un uomo del sud non arriverà a raccontarla a una donna del nord, giunta lì per una inchiesta giornalistica. Il suo silenzio rivela il fossato che li separa, l’inmpossibilità a farle comprendere cosa veramente sia la mafia.

 

Nei due racconti Saviano interroga memoria e tempo, morte e amore, evoca la confusione dei sentimenti, la ricerca dell’identità. La sua scrittura iperrealista, che talvolta assurge a  dimensione mitica, colpisce nel profondo.)

 

 

 

 

 LE CONTRAIRE DEL LA MORT

 

 

 

 

 

 

Una recensione di Véronique Vergé

Due racconti brevi, di sobria eleganza.


Le contaire de la mort.

(Il contrario della morte)

Maria perde il  fidanzato in una guerra lontana, in Afghanistan, paese di sabbia e di neve.

 

La narrazione si concentra sul  cuore vivo della perdita. La voce di Maria s’irradia. Sprigiona un lucentissimo dolore. Erede delle vedove del teatro antico, incarna il coro solitario del lutto, ma con  mormorio discreto.
Gaetano è il guerriero disperato della sua terra. Costretto a scovare uno stipendio regolare, si è arruolato nell’esercito."Qui non c’è nessuno che almeno una volta non abbia pensato d’arruolarsi”. Ma  muore in   maniera atroce, la scrittura s’innerva di  elementi crudi, scarni. La rappresentazione è orribile. L’implicito esplode. Maria vuole guardare il suo fidanzato per l’ultima volta.

 

"Di lui, di Gaetano restavano poche cose. Il fratello l’aveva visto, identificato, ma non aveva potuto toccarlo, perfino un semplice bacio in fronte sarebbe stato un rischio, la pelle avrebbe potuto scollarsi, attaccata all’osso.”
Una violenza sepolta nel cuore di Maria. Si nasconde in un gesto preciso:
"Maria stringe  la mano del fratello di Gaetano, talmente forte che le  unghie di futura sposa, lunghe e segnate, affondano nel palmo della  mano”. 

 

In questo lembo del sud, la vita è una lotta con la  morte. Gli uomini vengono lanciati in una battaglia persa in partenza. Il contrario della morte è l’amore.
Ma l’amore di Maria è fatto di solitudine, nonostante la presenza della famiglia e delle amiche.


La narrazione si tinge  di nero, assume   bellezza d’ ombra, Maria  entra nel regno orfico con tutta la sua fragile giovinezza.


L’ emozione, la tensione narrativa si crea attraverso la giustapposizione  di delicatezza del ritratto e  violenza  della pena della protagonista.
" Ha l’aria di bambina, nei piedi soprattutto, serrati in due scarpine (…) Scarpine da bambola, con quattro fori sul davanti. I capelli a scalare, due spille all’altezza delle tempie impediscono loro di cadere sugli occhi. Il naso appuntito, come un fiore incastonato tra gli zigomi."
Una narrazione precisa, dettagliata che sfida la morte, pudicamente.



La bague

(L’anello)

La bague delinea il vincolo di Roberto Saviano con la sua terra amata nell’affermazione delle radici.
Terra d’amore, d’assenza, di guerra.
L’anello è il simbolo del possesso, brilla, come metallo di protezione.
Quello che porta l’anello fa parte di un territorio.
Una ragazza del nord entra in un paese della Campania, ma non ha gli elementi per capire il senso simbolico del territorio.
Attraversa il paesaggio su una vespa, ma legge i  segni dei crimini della camorra come incidenti stradali:
"Lei ha notato fasci di fiori posti in molti tratti di strada. E anche dei lumini poggiati a terra, ad altezza di caviglia. Avrei voluto spiegarle, ma non volevo spaventarla.”
Più tardi nella chiesa, il narratore dà un anello alla ragazza per allontanare gli sguardi di bramosìa. Non di desiderio, ma di possesso. La ragazza interpreta il gesto come ispirato dall’amore, non ha visto il gesto come protezione.
Dopo qualche anno, la ragazza ora lavora come giornalista. Due giovani, Vincenzo e Giuseppe, sono assassinati.
E’ un fatto di cronaca, un crimine che mescola vittime e assassini. La giornalista non coglie la differenza tra questi giovani innocenti e i soldati della mafia, per lei si tratta di un regolamento di  conti.
Non sono innocenti, perché sono nati nella terra – inferno. Il narratore conduce il lettore sul terreno della verità, a poco a poco.
Quei giovani avevano solo il torto di conoscere altri giovani del paese, di  chiacchierare in  piazza per ammazzare il tempo. Sono braccati, intrappolati in una morte terribile: nessuno  fa un gesto per proteggere, aprire una porta:
"Si sa chi sono, il figlio di Rosetta e il figlio di Paola, donne conosciute da tutti in paese, ma nessuno apre.” Morte in una cucina sotto gli occhi di una coppia di anziani .La scrittura mostra un sacrificio scarnificato di qualsiasi sacralità: "E Vincenzo dunque viene afferrato per i capelli ricci, il ragazzo cade a terra, poi gli sollevano la testa come si fa con le capre da sgozzare, ma gli sparano all’altezza della nuca. Lo spingono a calci sotto il tavolo. Giuseppe cerca di fuggire e va a sbattere contro le pareti del minuscolo appartamento. Lo finiscono con quattro colpi al ventre.” La cucina chiusa e piccola rappresenta la vita nel sud, il sentimento di essere in  trappola.
Terra con orizzonte senza orizzonti.

Roberto Saviano in questi due splendidi racconti rende omaggio agli uomini che vivono all’inferno, con una lingua intrisa di malcelato amore.

 

saviano-emmevi122

 

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