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ANCORA POESIA AL FEMMINILE, UNA RICORRENZA

“Una poesia al giorno/ è una preghiera,/diceva un  poeta,/ ma dio è un povero bracciante/

Sconosciuto e analfabeta./C’è bisogno di tradurgli il mondo./ Forse/ dall’intrico delle tue parole/nascerà un documento/ e lui leggerà finalmente:/il podere è anche mio.” (LA MEZZADRIA, 1990-2002)

 

 

31 AGOSTO 1936 NASCE

FABRIZIA RAMONDINO

 

 

FABRIZIA RAMONDINO

 

 

 




PER UN SENTIERO CHIARO

 

Al margine della strada maestra – oggi autostrada –

Esiste sempre un sentiero chiaro,

dove tutti vorremmo inoltrarci. Ci è concesso

soltanto gettarvi in fretta uno sguardo,

e per un attimo avvertiamo

una fitta di dolore o di gioia pura.

E’ questo

Il nostro destino meccanico di condannati

ad andare.

 

 

ALL’IMPROVVISO

 

Noi guardiamo sempre il cielo

quando vogliamo distrarci e trovare

risposte.

 

E immaginiamo di corrervi

Senza passo né peso

E più largo tempo.

 

All’improvviso ci sorprende

Un bottone sdrucito sulla giacca.

 

(1961- 1962)

 

 

MA….

 

 

Come possiamo capire?

Le mosche si muovono presto o piano

L’arancia si secca

Il tempo passa.

 

Non possiamo rinunciare,

dobbiamo poggiare la nostra mano

sulla mano dell’analfabeta,

sul manico della caffettiera.

 

Semplice, tutto si spiega.

Ma una foglia aggrinzita, un po’ di terra

Offuscano l’occhio di cristallo.

 

(1961-1962)

 

 

 

CI SONO….

 

 

Ci sono le ombre del pergolato

a ognuno ben note

e i rumori della vita a 20 – 30 metri

e qualche odore.

 

Che cosa apre i neri stagni

all’angolo degli occhi e imprigiona

in nude celle sbarrate il nostro sangue?

 

Alle foglie tendiamo le mani

alle pietre abbandoniamo il capo.

Per piangere.

Per abbracciare.

 

(1961-1962)

 

TROPPO TARDI

 

 

C’era una volta

una sola violetta nel vaso

con cinque foglioline timide e festose

che parevano dire:

Onorate la vostra principessa.

E la violetta a loro: Voi

onorate la mia umile bellezza.

Ma senza di voi intorno

sarei sola,

come luce senz’ombra.

Presto sarò secca

e voi tutte allora

o una soltanto

danzerà nello sguardo

di chi vede.

 

Così pensavo,

quindicenne, allora.

Ed ora: Quanto grande era il vaso,

quanta terra per una sola violetta

e cinque foglioline che danzavano.

E come stavano

A loro agio le radici,

anime vive sotto terra.

 

Volli poi troppe piante e troppi fiori

Sul terrazzo; e mi ritrovo a provar pena

Per le troppo radici prigioniere.

Ho reso schiavo anche l’oleandro

Per natura chiamato ad esser albero.

 

(1990-2002)

 

 

 

 

 

 

NON ANCORA

 

E’ ora.

Vuoi andare?

No, grazie comunque, non ancora.

 

Finché nelle nubi

In cielo così vaghe

Ravviso ancora un sorriso,

dolcissimo o sardonico – che importa –

a me rivolto

o ad altro volto

che si levi a guardare.

 

Finché il bottone che cade

Si può riattaccare, sì da entrare

Nell’asola sdrucita,

 

sta’ lontana.

 

(1990- 2002)

 

RIPOSTO QUI DI SEGUITO  L’EPICEDIO IN MORTE DI F.R. SCRITTO NEL 2008  IN OCCASIONE DEL SUO TRIGESIMO

FR ANNI SETTANTAFoto dal blog  Decidiamo Insieme
IL 23 GIUGNO DELL’ANNO SCORSO, MENTRE FACEVA UN BAGNO NELLE ACQUE DEL TIRRENO PROSPICIENTI ALLA PIANA DI SANT’AGOSTINO PRESSO FORMIA, FABRIZIA RAMONDINO VENIVA COLTA DA MALORE E , BENCHE’ SOCCORSA, LASCIAVA LA SUA VITA TRA LE ACQUE DI QUEL MARE E LA SPIAGGIA A LEI COSI’ CARA. ERA APPENA USCITO PER EINAUDI “LA VIA” IL SUO ULTIMO ROMANZO .
 PER CHI LO HA LETTO, SEMBRA PROPRIO UNA “SUMMA” DELLA SUA ARTE : UN ARAZZO DI STORIE CHE HANNO PER PROTAGONISTI PERSONAGGI CON NULLA DI MITICO, PERSONE COMUNI, POVERI, SOLITAMENTE EMARGINATI, EPPURE CAPACI DI COMMUOVERE E CATTURARE L’ATTENZIONE DEL LETTORE.
DA QUESTO PUNTO DI OSSERVAZIONE LA RAMONDINO INTESSE IL SUO ARAZZO, TANTI RACCONTI NEL RACCONTO GENERALE, ALLA MANIERA DE “LO CUNTO DE LI CUNTI” DI GIOVAN BATTISTA BASILE, DOVE RITA, TEODOSIO, RITUZZA, GIOVANNI LO SCEMO, LA ZINGARA, AUSILIA, BARTOLOMEO IL PASTORE, ROSITA, NARRATI DA UN MARINAIO IN CONVALESCENZA AD ACRAIA, PAESINO SULLE COLLINE NON DISTANTE DAL MARE, SULLA “VIA” CHE LO COLLEGA DA UNA PARTE AL SUD E DALL’ALTRA ALLA CAPITALE, VENGONO IN PRIMO PIANO E SI FANNO ESSI STESSI NARRATORI-AIUTANTI DEL NARRATORE PRINCIPALE, NONCHE’ PROTAGONISTI DI QUESTA SORTA DI “ODISSEA COLLETTIVA” ROVESCIATA, PRETESTO PER NARRARE GLI ULTIMI CINQUANT’ANNI DI STORIA ITALIANA E IL SUO PROCESSO DI TRASFORMAZIONE ECONOMICA , ANTROPOLOGICA E GEOGRAFICA.
ALLA MANIERA DI FABRIZIA RAMONDINO, CON LA SUA SCRITTURA DENSA, SONTUOSA, CHE VIAGGIA PROGRAMMATICAMENTE IN “DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA” RISPETTO AL FLUSSO DELLA CORRENTE…UN VERO TESTAMENTO LETTERARIO.
NEL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA SUA “PARTENZA” VOGLIO RICORDARLA CON UNA SORTA DI CENTONE- EPICEDIO, SCRITTO IN OCCASIONE DEL TRIGESIMO, COSTRUITO SUI TITOLI DELLE SUE OPERE E ATTINGENDO A DUE INTERVISTE DA LEI RILASCIATE NEL 1994 E NEL 2000 AL QUOTIDIANO LA REPUBBLICA.
PER CHI VOLESSE SAPERNE DI PIU’ SU QUESTA GRANDE STRAORDINARIA SCRITTRICE, RIMANDO AL BLOG DI GIORGIO DI COSTANZO “ANNA MARIA ORTESE-IN SONNO E IN VEGLIA” , RICCHISSIMO DI INFORMAZIONI E RECENSIONI DELLE SUE OPERE.
 
A FABRIZIA RAMONDINO, UN EPICEDIO
(1936-2008)
 
FR AD ITRIFoto dal Blog -Anna Maria Ortese- In sonno e in veglia- di Giorgio Di Costanzo
GUERRE E TREGUE DIMENTICATE
Non amo i tamburi di guerra.
Non credo ai profeti di pace.
Guardo le mie vecchie mani.
A un dito noto un anello,
modesta lucente spirale,
dono di una donna sahrawi
ricavato da detriti di armi con abili mani.
Come la sua pentola,
il suo cucchiaio, le sue collane.
Da circa trent’anni scacciata
col napalm dalla sua terra
dopo una guerra
e un’infinita tregua Onu-versale
aspetta ancora di tornare là,
dove si vedeva il mare.
Fabrizia Ramondino
 
 
A FABRIZIA RAMONDINO
 
(31.8.1936 – 23.6.2008)
 
 
NEL TRIGESIMO DELLA SUA PARTENZA
 
 
 
 
 FR  AD ACRAIA
 Foto dal Blog -Anna Maria Ortese- In sonno e in veglia- di Giorgio Di Costanzo
 
 
 
 
 
 23 – 27 . 7 . 2008
________________________________________________________
 
I. INTRO E SALUTO
 
L’isola riflessa nelle parole,
in uno spicchio di cielo, le sole
che hanno accarezzato le albe
delle nostre attese, la via, le scialbe
 
luci dei mattini d’inverno ( albe
dei deserti urbani), le nostre albe
di speranze presto spente, il sole
dei saharawi, d’Althénopis,che suole
 
illuminare il libro dei sogni,
com’un  canto di vita sui bisogni
che leggi per strada, un giorno e mezzo
nei dedali di Dadapolis (vezzo
 
dello star di casa), un intermezzo
di parole chiuse nei libri, prezzo
dell’esilio, e di cui ti vergogni
ancora a dire, proprio come sogni
 
sconvolgenti; troppo larghe o strette
per la vita quelle parole dette
passeggiando per un sentiero chiaro:
infanzia, emarginazione, faro
 
che solo il passaggio a Trieste – riparo,
cielo distante, ma che t’ è più caro
delle storie di patio non più dette –
ancor’illumina: ma le vedette
 
dei ragazzi circondano con voce
scura con forza la vita, l’atroce
morte della libertà, che non scende
tra gli uomini dimenticati; pende
 
come una menzogna, ti sorprende
il sortilegio, il fiume ch’ accende
le correnti interne, fin’alla foce,
ch’è qui, larga, ai piedi della croce,
 
com’un’astronave dimenticata
nell’estate appena incominciata:
nella piana, in fondo alla tua storia,
 il mare ti consegna alla memoria..
 
  23 . 7 . 2008
 
 
 
 
FR e il CHE
 Foto dal Blog -Anna Maria Ortese- In sonno e in veglia- di Giorgio Di Costanzo
 
II. LA VIA, LA MEMORIA
 
Ma qual’ è la memoria che ti prende
la vita a poco a poco e ti sorprende
al margine, come una turpe storia
di capri espiatori, senza gloria?…
 
E qual’ è l’opera, o quell ’affanno
capace di rimuovere il danno
dei riti collettivi, la menzogna
che risplende su quel trono, la gogna
 
ch’affligge chi è triste, i più nobili,
ma fa premio ai cuori più ignobili?..
La terra, i commerci e gli amori,
le improvvise ricchezze, i dolori,
 
i piccoli intrighi, o gli scandali,
gli esodi, il ritorno dei vandali
dopo le carestie, le distruzioni
e le ricostruzioni, e i suoni
 
di guerra là sullo sfondo, cos’ altro
sono lungo la via, se non lo scaltro
dire guardare dell’uomo di mare
tra i rami d’ulivo?… Ecco, l’ansare
 
delle navi nel porto, il sentiero
lungo la china del monte, il cero
a devozione dei santi (mestiere,
professione di fede nelle sere
 
degl’eterni paesi), cosa fissa
tutto questo sul margine, e l’affissa
alla memoria tua e dei fratelli
ch’hanno seguito il sentiero, quelli
 
che non si dimenticano, Rosita,
Rituzza, Onofrio,Teodosio, la vita
d’Eusebia o di Giovanni lo scemo,
Maria la Zingara, Ausilia, il remo
 
piantato nell’orto, e Bartolomeo
il pastore, i giulietta e romeo?…
Le storie nascono all’improvviso,
guardando il cielo e il sorriso
 
di chi osserva un’asola sdrucita
sulla giacca, o è cieca l’infinita
meraviglia di chi crea per caso?…
Non resta dunque che questo travaso
 
di sogno e realtà, di favola e mito
che ti sopravvive : ritmo scandito
nero su bianco, memoria a memoria,
a bocca aperta, e dietro una storia,
 
in direzione ostinata e contraria
al flusso della corrente, nuotando
per chi non ha voce, della precaria
guerra d’infanzia e di Spagna sognando.
 
Ecco Bagnoli, lo smantellamento
 di Marx, dell’Italsider, d’un domani
per tutti perduto : il movimento
dei disoccupati napoletani,
 
e le mense dei poveri in quegli
anni sessanta chiusi nel taccuino
tedesco. Ora vedi Napoli (quegli
scogli non più superati) vicino
 
alla morte per silenzio ed oblìo,
non più terra d’origine, ma rollìo
che nessun mare osa più reggere,
e nessuno si sogna di leggere.
 
 
S. D. A. , 23 . 7 . 2008
 
 
 
 
 
 FR  SNOB ELEGANTE
Foto dal Blog -Anna Maria Ortese- In sonno e in veglia- di Giorgio Di Costanzo 
 
 
 
III. LO SCAVO DEL MINOTAURO
 
Sì è vero, non resta che il sogno,
lo scavo del minotauro, bisogno
urgente di sottotesto, difesa
contro l’insignificanza contesa
 
tra vita o memoria, giorni o parole;
e scavare nel fondo con le sole
forze dell’ipertesto, per spezzare
il labirinto mostruoso: amare
 
fino in fondo il fragile legame
tra visione e ragione, velame
che ricopre quel filo all’esterno,
come il raggiungibile inferno
 
di luoghi ormai gabbia per l’arcangelo
dalle ali distese, qui, nel gelo
delle turpitudini, nel migliore
dei mondi possibili, nel colore
 
della città mondo, alla maniera
della misericordia, nella sera
delle solitudini urbane. Bolo
mal digerito, oscuro è il polo
 
che tiene insieme gli opposti, la morte
della verità, la vita in sorte
agli annunci d’un mondo virtuale
di là da venire, ma nel portale
 
che ingravida sogno e menzogna.
Il minotauro – follia di chi sogna
ad occhi aperti – è il terremoto
con madre e figlia abbracciate, l’ignoto
 
macigno all’orizzonte, la nuvola
gonfia di pioggia che si fa favola,
 mito salvifico, affabulazione,
o schermo contro la disperazione.
 
Strattonata qua e là, ha trovato
il suo posto l’estate, ha sfidato
lo sfregio dei luoghi, il ghigno cialtrone
dell’uomo al comando, l’assoluzione,
 
e illumina il nostro mal stare
(non depressione, ma l’interrogare
senza risposta o precisazioni)
noi che sogniamo di rivoluzioni.
 
Se dio qui è un povero bracciante
analfabeta, muto, ignorante,
a cui bisogna tradurre il mondo,
noi forse non coleremo a fondo.
 
Nel grande letto dietro a una tenda
(dove le onde del mare invadono
la terraferma) guardi la stupenda
fusione dei fiori che non cadono
 
nel gorgo delle onde, ma è il mare
che li accoglie, come figli da amare…
Ti ricorderemo, nella controra,
nel tenero silenzio di quell’ora.
 
 
S . D . A . . , 23 . 24 . 7 . 2008
 
 
 
 
 
 FR   AL MARE
 
 Foto dal Blog -Anna Maria Ortese- In sonno e in veglia- di Giorgio Di Costanzo
 
 
 
 
 
POST SCRIPTUM
 
 
 
Che cosa apre i neri stagni
all’angolo degli occhi e imprigiona
in nude celle sbarrate il nostro sangue?
 
(F. Ramondino, da Ci sono.., 1961-62 Per un sentiero chiaro, Einaudi 2004)
 
 
 
Il poeta la pelle del fantasma
è abituato a inseguirla sempre
(è la sua ragion d’essere, un’asma
che di tempo in tempo – nel dicembre
 
di pioggia o nel giugno già estivo
lo costringe a portare il suo sacco
di chiodi ai piedi della croce), vivo
ma in preda al suo affanno, allo scacco
 
della realtà che gli sfugge, obliata,
goccia a goccia, come sangue che sgorga
da vena aperta, o dimenticata
altrove, in attesa che risorga
 
la luna delle speranze andate
(sfondo di cielo con stelle malate).
Allora, come possiamo capire,
noi che restiamo al di qua del sentire,
 
l’arancia che secca, il tempo che passa
e c’ignora nel suo volto di pietra,
noi che c’affanniamo – a voce bassa
ormai – dietro l’ombra della faretra
 
del gaio piazzista di sogni al suono
dell’arpa che n’ accompagna i passi
sopra frotte sovrastate dal tuono
del dio virtuale, da pioggia di sassi?
 
Se è la vita ch’ è cieca il poeta
il fantasma lo scorge nella foglia
aggrinzita, nella terra inquieta
che n’offusca la pelle, sulla soglia
 
della casa di cristallo, all’ombra
del pergolato, e nella penombra
della sua croce, e chiodo per chiodo
vi si getta, e s’affissa al suo nodo
 
e con quello si rimette in viaggio :
l’isola dei bambini, il calore
del sogno vivo son‘ ora l’omaggio
per l’ultima meta, senza dolore,
 
perché non si sta di casa in un luogo,
ma solo nel tempo, pseudonimo
della vita; e quel magico luogo
di tempo sospeso, quell’anonimo
 
sparire del sasso nella tua mano,
altro non è che il chicco di grano
che muore, e che propaga la vita
del fantasma nella foglia aggrinzita.
 
 
Alle foglie tendiamo le mani
alle pietre abbandoniamo il capo.
Per piangere.
Per abbracciare.
 
(F. Ramondino, da Ci sono.., 1961-62 Per un sentiero chiaro, Einaudi 2004)
 
S. D. A. , 27 . 7. 2008
 
 
 
 
 
 FR FUMATRICE INCALLITA
 Foto dal Blog -Anna Maria Ortese- In sonno e in veglia- di Giorgio Di Costanzo
 
 
[ Nel testo si citano suggestioni da La pelle del fantasma di René Daumel 1908-1944, Il Poeta di Marina Cvetaeva 1892-1941, editi da acquamarina, Via del Vento edizioni, Pistoia 2006-2007, suggestioni da Gramsci, Gide (veicolatemi dalle belle riflessioni di Salvatore Mannuzzu in Lo Straniero n.98-99 pag. 5-10) e, naturalmente, da Fabrizia Ramondino, tra cui Ma…, Ci sono… 1961-62 Per un sentiero chiaro, Einaudi Torino 2004, La Via, Einaudi 2008 e due sue interviste, apparse entrambe su La Repubblica : la prima, a cura di Luciana Sica, il 14 . 2 . 2000 e la seconda, curata da Francesco Erbani, il 24.8.1994, entrambe pubblicate sul blog Anna Maria Ortese – In sonno e in veglia di Giorgio Di Costanzo, autentico archivio vivente e grande estimatore di Fabrizia Ramondino].Essendo il testo una sorta di centone costruito su tutti i titoli delle opere di Fabrizia Ramondino e su citazioni da sue poesie (riportate, gli uni e le altre, in grassetto nel testo), si dà di seguito la bibliografia delle opere di F. R. :
(Sono citate anche le riedizioni)
 
Althénopis (1981) Einaudi
Taccuino Tedesco (1983), Einaudi
Storie di patio (1983), Einaudi
Un giorno e mezzo (1988) Einaudi
Dadapolis (1989), Einaudi , con Andreas F. Muller
Star di casa (1991) Garzanti
Dadapolis, Napoli al caleidoscopio , Einaudi (1992) con Andreas F. Muller
Morte di un matematico napoletano (1992), Ubu libri
Terremoto con madre e figlia (1994), Il Nuovo Melangolo Teatro
Vedi Napoli (1995), Menabò Comunicazione
Althénopis (1995), Einaudi
In viaggio (1995) , Einaudi
Polisario, un’astronave dimenticata nel deserto (1997), Gamberetti
Ci dicevano analfabeti- Il movimento dei disoccupati napoletani degli anni settanta (1998), Argo
L’isola riflessa (1998), Einaudi
Passaggio a Trieste (2000), Einaudi
Un giorno e mezzo (2001), Einaudi
Bagnoli, lo smantellamento dell’Italsider (2001), Mazzotta, con Rossana Rossanda e Vera Maone, fotografie di Vera Maone
Guerra d’infanzia e di Spagna (2001), Einaudi
Il libro dei sogni (2002), L’Ancora del Mediterraneo
Per un sentiero chiaro (2004), Einaudi
Il Calore (2004), Nottetempo
Arcangelo e altri racconti (2005), Einaudi
In direzione ostinata e contraria (2008), Pironti, con Renate Siebert e Assunta Signorelli
La Via (2008), Einaudi
 
 
Salvatore D’Angelo


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ANCORA POESIA AL FEMMINILE

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"In fondo che cos’è importante?

Tutto è nulla nella sua pienezza –

mi dissero un giorno "siamo tutti soli" –

e la solitudine è una voce che si tiene compagnia"


 

NATÀLIA CASTALDI

 

NATALIA CASTALDI

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THE LAST DINNER

THE LAST DINNER (NC)







Ci rimane un coltello
lì, sotto il tovagliolo.

Impugna la ferita
infierisci e finisci
prima che giunga
l’eterno compromesso.

La cena è servita
alle fauci dolenti
di schiumosa ira e paura.

 

 

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MEDITERRANEA

MEDITERRANEA (NC)



















 

Note senza fiato si sciolgono
nella gola della notte
silenziose come una cuna
dondolante il frutto di
un dolce segreto nel bocciolo
carmineo e restio

 

Ritrose agli sguardi le mani
danzano nell’ombra come
farfalle di flamenco
– folle il
rosso della notte sulle
pareti calde scivola dai vetri,
afoso come respiro s’apprende
alla pelle d’amaro sale
e miele nelle vene

 

Sarà steppa e fieno questo campo

di stelle sotto il cielo di peccati e padri
nelle preghiere sottolio di pomodori
seccati nel sole ardente d’un mattonato

bianco di calce e cerimonie

per nuove spose fuori stagione,

pregne e gravide d’attese vermiglie

sulle labbra prima del risveglio.

 

 

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INCURIA

INCURIA (NC) 











Nessuna carezza
                      d’umido e d’ossa
                                          nel vento d’autunno spento.


S’io fossi terra
                 fertile

Ne custodirei il bulbo                     

– tenero germoglio

d’ansiosa primavera –


Ma sono palude di rimpianti
                                  nelle erbe alte dell’incuria

         e sarà freddo domattina.

                                     Nelle costole dolenti

                                                             d’una notte negligente                          

                                                                                   sordo il canto

                                                                                                  dei giunchi nel vento.

 

 

 NATALIA CASTALDI  2

 

 





AL  CALAR  DELLA SERA

 

Sull’orlo delle ciglia in oblìo

riproducimi il verso delle stelle

quando si vanno a scagliare

tra le ipotesi passate

di un presente privo di memorie.

Raccogli le mie penne

e gettale al fiume

ché non c’è seme di conoscenza

che non germini nel dolore.

 

Avanza l’autunno nel calpestìo delle foglie sul selciato

ed é un passo appena abbozzato

al calar della sera.

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ASCOLTO – METAMORPHOSIS

ascolto metamorfosi (nc)









Tese le corde ai nervi

d’eco appesa al senso,

vibra e muore nella gola

il verso


– musica, la tua musica –

un’ossessione alla parola che non l’arriva

Oh…. come mutare pelle,

anima,

cuore,

budella e ventre,

sulle dita agili delle note

–       vitree – nel mio pianto?

 

 

***

ascolto-metamorfosi 1 (NC)











Se tutto è divenire

tra rocce smussate

ed argilla disciolta nelle alghe –

se tutto mi è divenire

nelle unghie spezzate

e l’acqua alle caviglie

che bagna e non lenisce

squarci avvolti in guscio d’epitelio  –

perché ancora non muta e impallidisce?

Perché fermo –  lì, fisso

al greto dentro il grembo,

segue l’occhio nell’arcata

– incestuoso –  il sopracciglio

 

nello stridere di timpani e silenzio?

 

 

 

FRAMMENTO

FRAMMENTO (NC)










Sporcami ancòra le
parole
imbrattate dai tuoi giorni,
in questa corsa
senza tempo e senza bivi:
fuori é aria buona
d’un imbrunire appena fresco.

 

 

REFLEJOS

REFLEJOS (NC)

 












Ti fossi stata notte

avrei abitato i sogni

in tango di stelle e luna

 

Nel riflesso del lago argentato

avrei intessuto caviglie e polpacci

in geometrie d’archi tra nuca e schiena

 

Ti fossi notte ancòra

leverei cime di giunchi a scimitarra

per silenziare il ronzare delle ore

 

mentre la danza

s’increspa sulla pelle

alla deriva

 

 

DI-VERSO-IN-VERSO

DI VERSO IN VERSO (NC)









Nelle ore assorte,
oltre le apparenze
sei me in ogni grano d’una corona di preghiere.

A portata del riecheggio
d’una nota,
sei il domani d’ogni mattino e
nuova scena alle mie dita
nelle maniche zuppe di rugiada
di notti d’inverno e brina.

Sei argento e piombo
o metallo impuro,
sarai l’arpione a trafiggermi le tempie,
nella fornace delle parole martellate
plasmate, slegate e ricomposte,

il sentiero d’ogni mio spasmo.

Sporcami ancòra le parole imbrattate d’illusioni,
in questa corsa senza tempo e senza bivi:
fuori aria buona di meriggiare appena fresco.

 

NATALIA CASTALDI 3


 

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Testi e foto da:

 

FRAMMENTIPOETICI.SPLINDER.COM

 

MINIMALISMI LETTERARI E DINTORNI CONTROVENTO

 

(continua……

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ANCORA POESIA AL FEMMINILE

“Se la luce è trasparenza a cosa serve questa patina dorata?”

 

NATÀLIA CASTALDI

 

NATALIA CASTALDI

 












Messinese, di formazione classica con laurea in Interpretariato e Traduzione in Spagnolo e Inglese, dopo anni di viaggi per studio e lavoro tra Italia, Inghilterra, Irlanda, Olanda, Belgio, Stati Uniti … dal 2000 vive e svolge la sua attività di traduttrice libero professionista e scrittrice nella sua città natale. Ha pubblicato testi ne Il Giardino dei Poeti, Il Foglio Letterario, Pro/Testo.

 

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AGRODOLCE

AGRODOLCE (NC)

 

 










Il riso s’apprende alla ghisa

tra silenzi e pensieri

rimestati in agrodolce e sesamo

 

S’accasciano persino le ortiche

intrecciate al rosmarino

 

Incolto il giardino di ieri – senza più mele

né peccati – sfida l’occhio d’una biscia,
poi soffoca nei rovi.

La tovaglia a quadri e gesti uguali
di banchetti senza albe né tramonti nelle ossa

Trovare il coraggio e girarci le spalle
per leccarci la lingua tra labbra e papille,
come statue d’arsura, maledette, sempre.

 

 

 

 

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SUGGESTIONI SCONNESSE

suggestioni sconnesse

 







il vento dibatte
ed il mare fissa il tempo della navigazione,
tutto è fermo in scuotimento:
anche i pensieri si agitano
e sedimentano

sebbene voglia affogare
nel rosso d’un fondo vuoto
raccolgo graffi negli artigli
mentre scotenno parole disossate
e brina d’ombre sui vetri


fremito d’aria e d’ossa

nell’ira del giorno che non dà requie

al tempo del pane e del sonno.

 

 

 

 

 

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SALSEDINE

Pubblicato in poesia contemporanea

da Natàlia Castaldi il 24 Agosto 2009

 

 

 

polipo








.… un morso di vita

 


Non temo il pianto

in un velo di ruvida salsedine

tra ciglia e cime annodate

d’un marinaio senza stelle.

Nelle vele rigonfie

d’una infruttuosa giornata di pesca

coltivo le parole

degli spasmi e delle spire

d’un polipo sbattuto

fresco di mare e nervatura caparbia

in un morso di vita.

 

 

 

 

 

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LE  CARTE

Pubblicato in Minimalismi letterari, poesia contemporanea

da Natàlia Castaldi il 25 Agosto 2009

cartomante







Una dietro l’altra le giro sul tappeto:
fante o re? torre o mentecatto?
Leggo
ma non trovo il nesso
ad ogni subdolo graffio
della neve
– lieve
quando si scopa il mare.
Definire ogni obiettivo tra dire
e fare
come ci potessimo
ancora navigare:

noi, incerti pescatori di conchiglie,
bracconieri scuoiati a crudo
dentro il giglio fragile
del olvído.

 

 

 

 

 NATALIA CASTALDI  2

 

 

 

 

 

 

 

( continua….

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POESIA D’UN AGOSTO LONTANO

 

di Elda Martino

 

IMMAGINI ELDA MARTINO

 

 

 




ho raccolto pietre ho interpretato

segni sollevando rovi e polvere

inseguendo le tue incaute tracce

per arrivare quasi smarrita qui

da te immobile nel tuo vagare

indifferente a tutto il mio cercare

 

 

ELDA MARTINO 2

 






(E.M. agosto 2002)

 

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DEI POETI LA VOCE :

VIOLA AMARELLI 

 

 

PATRIE

 

patrie

 









Ha cambiato di lingua e di nome
e il cielo ha una linea diversa
e ci sono colline
ma non uno tra i fiori che a mazzi
le riempivano i giorni al mercato.
Entra in case stracolme di oggetti,
li pulisce,
stupita vi sia tutto quel ben di dio
cui nessuno oramai fa più caso.
Le persone le sembrano strane,
lamentandosi stanche di rabbia
eppure non si scava patate o carbone,
né si ammassano in fuga nei camion.
Gli uomini, quelli, più o meno gli stessi
certo non bevono tanto
ma ugualmente ci provano gratis.
Sa di essere stupida e brutta,
non importa, ha gli occhi pervinca
e sorride e insiste daccapo.
Preferisce i colori sgargianti,
tutti i fucsia e i verde del mondo,
troppe morti alle spalle,
ma è riuscita a portarsi suo figlio.
Fino a sera spolvera e lava
al ritorno, preparata la cena,
finalmente si spoglia,
respira, in un amen di lingua d’infanzia
a un suo dio che sicuro la ama,
le radici le hanno le piante,
donne e uomini hanno le gambe.

 

1888

 

1888

















Bordo scheggiato di scalino, sporco bagnato
scivoloso
fanghiglia d’umido sciolta la neve
il fiume onnipresente nel
respiro, rantolo di novembre nelle ossa
la strada tutta buia, cipria venuzze rossa
gin alcol di caldo, pochi clienti,
la schiena che cedeva,
da un pezzo si sentiva, era, un rottame
ma le caviglie, le sottili
e il tacco che ruotava sui tavoli e le piazze,
quelle, restavano, c’era uno in arrivo,
bello il cappotto, odore di costoso, il naso quello
ancora funzionava.
Consunti i basoli, buche nel selciato,
pietre, le scalinate sul retro dei locali
mai andare incontro, restare immobili
tanto oramai tutte hanno finito
la nottata,
ci vuole fegato, e voglia di soldi e molti,
gente da mantenere, figli,
due, lontani a un banco di fioraio,
avesse sposato il droghiere, ma vai, no no
rozzo di polso e timido di lingua,
sarebbe sistemata, e questo che va lento,
arriva, l’ora adatta
tutti ubriachi e sfatti e rintronati
gioco di mani e strofinio e il borsello.
Eccolo, mai andare incontro,
eccolo, solo
come si è tutti, hanno voglia a dire
gli occhi, quelli, gran dio, fottuti
all’ultimo momento vede
la borsa gonfia nera a soffietto
e lo scalino scivola
rovina il tacco
balza, in fretta
più in fretta lupo mannaro
mostro,
eccolo addosso.
Mai andare incontro,
ruota il tallone, sfila la caviglia
ghiaccio vicina candida
squarcia l’alba la lama, da giù a su,
senza pensarci, più veloce, più.
Sudore o sangue, bagnata, in fretta
la fatica, ferma lentissima e pesante
non guardare, come al macello quando
ammazzano i maiali, senza vedere
chiarore del mattino, pianissimo
la luce, prendere la borsa, e i soldi
la tasca ai pantaloni,
puzzava la vescica
puzzava il mondo, di soldi e visceri
un bordello.
Si strinse nel mantello, bucato, una gala rivoltata,
sul nero il sangue lì per lì non stinge,
una fortuna, le cose, sciocche ma giuste
il primo di dicembre, adesso, il rosa grigio
ad est, gente per strada.
Anne Parson andò a dormire, tremando,
da qualche parte, più tardi, dopo, un bicchiere
chissà chi era, quel porco pazzo fottuto
quel vomito d’inferno, stronzo demonio,
chissà chi era Jack lo squartatore.

nota: l’ultimo delitto “canonico” attribuito
a Jack the Ripper risale al novembre del 1888,
da allora non se ne ebbero più tracce.

 

BALLATE SENZA TEMPO

eruzione

[ img © ,\’ ]







1660 A.C. CIRCA 

ERUZIONE DEL VESUVIO 

DETTA DELLE “POMICI DI AVELLINO

 

Fuggimmo, il cielo s’era fatto
basso, umido il vento
fuggimmo quando l’odore della sera
venne marcio
l’ammasso in volo di zanzare.
In fretta, tagliando i rovi,
battendo il sottobosco,
avanti con le falci e i bastoni
correvano pure gli animali
al fiume, al fiume, tra le grida
puro terrore quando assordò il boato
cupo senza fine
gettammo i bambini lungo il greto.
Esplose, queste tibie
e questo fango.

nota: datazione geologica della più devastante
eruzione europea degli ultimi quattromila anni

 

assiri

 




SFILATA

 

Ricciolo a ricciolo, volute di svolazzi
fra le barbe e i capelli quasi merletti,
una teoria di pieghe plissettate, minuetti
dove occhieggiano palpebre bistrate:
la lunga fila assira che risplende
di pietra bianca opaca
non fosse sul proscenio laterale
quel riflesso, le labbra hanno il sorriso
barracuda,
polvere e sangue sotto
dal’inizio e in ogni luogo.

 

terra













Un commento di Orsola PUECHER

[ la voce di Viola Amarelli è voce poetica che "racconta" storie dalla Storia – ballate da remotissimo a presente – restituisce da avanti Cristo in poi una dimensione epica e soprattutto femminile unica per eleganza di termini – ritmo e musicalità dei versi – concreta per odori e suoni – da vulcani a tacchi su selciati – acuta per finezza di sentimento e sfumature – voce anche di una rivolta silenziosa ai destini

,’

AISETAS_20061[1]

 










nel loro essere artigianali – imperfetti nell’esplosione delle p – di certe vocali – negli scrocchi di elettricità statica – nel fruscio del rumore di fondo – i file sonori hanno un difetto che è pregio nel dichiarare il mezzo e il momento – nella lontananza – nel là diverso dal qua – dove vediamo la bocca vicina al microfono che legge – con tenerezza e distacco

,’

 

ESTATE








per l’eruzione solo i rumori e gli scrosci – i soffi e il bollire di lava – per la "lunga fila assira" di sfilata un minuetto manieroso – Boccherini – ma stonato e un po’ su e giù di giri – per Anne e Jack the Ripper gocce e flusso sonoro e brividi dell’Interludio dell’ultimo atto di Lulu di Alban Berg – che poco dopo nel finale proprio da Jack verrà squartata – da Wedekind e dalla sua visione fosca ed espressionista nel mettere in scena come Deus Ex Machina dellla fine l’icona del terrore popolare di quei tempi – il mostro dei mostri – per patrie un malinconico tango tzigano di Goran Bregović – appena accennato ]

 

 

 geles Zidonyte

 












Pubblicate su NAZIONE INDIANA da Francesco Forlani il 28.11.2008 ore 10.00

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SELLA DI  NEVE

 

franco_arminio  1

 






di Franco Arminio

 

 

 

1.

Sospeso sulle argille

d’una vecchia collana

il paese perde le sue perle

frana.

 

 

Cairano







2.

In piazza i vecchi stanno chini

senza dolcezza o ira.

Il giorno porge il fondo

e si ritira.

 

 

retrouvemoi_sous_les_pieds_des_ga_2

 

 

 







3.

Mele marce, ragnatele.

Urlano i cani

le faine passano sui cavi

sui tetti delle case.

 

CAIRANO 15.3.2009 F.IADAROLA

 

 

 

 

 








4.

Troppi se ne sono andati

e altri hanno in bocca la neve

al riparo dell’esistere o dentro

le sue uve nere.

 

foto f iadarola

 

 

 

 









5.

Ci aspettano giornate come erbacce

nel paese che a lungo ci attorciglia.

Qui l’esistenza è un recinto

sull’altopiano, una bestia

rivolta al buio, avvilita

fuori mano.

 

fotofedericoiadarola

 

 

 

 










6.

Ora il paese ha molti posti larghi

ma gli occhi stentano a trovare

qualcosa che li riguardi.

Il vento soffia

per un anno intero.

In mezzo ai sassi e ai cardi

fragole di cimitero.

 

LA MIA IRPINIA (MAURO ORLANDO)

 

 

 

 







7.

Ma qui, nell’empia congrega di clausura,

io resto e scrivo, a oltranza

con puntiglio  e cura.

 


arminio al goleto

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INEDITI

 

 

 

Presento qui  versi che parlano della morte con sommessa, efficace eleganza, intensi costruiti su personificazione, metonimia e sineddoche, vecchie figure retoriche che assumono nuova verve grazie al tono squisitamente femminile del componimento : personificazione delle dita femminili ( e cosa c’è di più bello) da sempre abituate alle opere e alle fatiche della vita.  I gesti quotidiani, le dita che toccano, modellano, accarezzano sono altro rispetto agli stessi degli uomini, proprio perchè le dita femminili (e qui anche metonìmia e sinèddoche) sono il prolungamento della donna stessa, quintessenza della vita:  i resti umani, muti testimoni del passaggio della morte, sono accarezzati con “leggera mestizia”, e i gesti dolci e compassionevoli  delle dita femminili sembrano proprio toccare e riportare “alla vita” il “fenomeno” morte, parte di essa.

L’autrice è Elda Martino, archeologa dalla squisita sensibilità poetica, nutrita dai grandi classici greci e latini.

 

 

Le mie dita

 

di

Elda Martino

 

 

TESCHIO

 

 

 

Le mie dita sapienti 

hanno smosso la terra,

per intere stagioni

hanno frugato tra femori e teschi.

Non temono la morte,

quotidiana frequentazione

quieta amicizia,

la guardano con compassione,

la prendono, la riportano in vita

con leggera mestizia.

                                                                   

 

 

 

 ELDA MARTINO 2

Foto Agostino Della Gatta