CASTALDIANA
 
 
 
LA NOIA DI SCRIVERE
 
di Natàlia Castaldi

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Andrew Wyeth – Up in the Studio

 

 

 

Abbiamo avuto il nostro penoso tramonto,
la ruggine delle foglie,
la noia delle primavere quando invadono l’inverno,
i silenzi della notte
e tutto qui per noi
a sobillarci la stoltezza di scrivere prolissità
nella pronunzia sorda del vento
impigliato ai denti aguzzi delle stelle
quando, lento, rimastica le ottuse ipocondrie del giorno

-        Vedrai, anche questa funesta pagina di male
         si scioglierà nei giardini segreti degli istinti
         ove soggiacendo oltre ogni logico volere
         guariremo nel libarci alla fonte dell’inganno
-        Oh mia scure!
         Famelica lama abbatti il mio tronco
         fino al battesimale incontro
         delle vene al cuore
         e che non ammetta il minimo dubbio
         riguardo la rotondità della terra
         ed al vagare risucchiati dal suo ventre di legenda
         come mesta novella sul divagare delle cose,
         come fosse tutto puerile invenzione dell’arte,
         come se un platonico sussulto
         potesse rendere giustizia alla monotonia del verso
Non senso:
penuria di parole alla penna digiuna d’argomenti
Senti la ruggine mangiare i corpi, le lamiere, le giunture?
È anch’essa noia nelle cose inanimate
e fuori tutto è fermo nel suo ferruginoso aspetto,
- almeno piovesse.
 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 Mangiare poesia
 
 
 
 
 
 
 

OMAGGIO A ERNESTO TRECCANI

 
 
 
ERNESTO  TRECCANI
(26 AGOSTO 192027 NOVEMBRE 2009)
 
 
 

ERNESTO TRECCANI 1

 

 

Che cosa ridicola

il nostro passaggio
sulla terra
quanti lampi d’ingegno
smisurato orgoglio
fatiche
e un semplice
atto d’amore
 
 

ERNESTO TRECCANI 2

 

Non mi chiedere

di farti morire
noi siamo terreni
il volo ci tiene
legati
a questa nostra
terra
la tua parvenza
lo so
in me
s’incarna
qui
Non nel cielo
che ci separa
 
Ascolti
nel buio fantasmi
altri giardini
ci inseguono
per tenerci per mano
non mi chiedere
di farti morire
la mia scelta di vivere
ci riguarda entrambi
 
A tenerci per mano
camminiamo leggeri
su questa terra
è il nostro giardino
se una rosa ti punge
tuo è il sangue
non della rosa
camminiamo leggeri
nel nostro giardino
 

ERNESTO TRECCANI 3

 
 

Se vuoi dipingere

il bianco
non pensare al bianco
pensa alle margherite
stelle della terra
 
ERNESTO TRECCANI 4

 
 

A Potenza un vento antico

vibra tra alberi e luna.
Solo
lo ascolto
e mi sembra un’isola
questa vallata concava
coperta di grano verde.
Sui tornanti
verso ignoti paesi
s’inerpica il cavaliere
contadino
povero
solitario arnese
di un mondo finito.
E tu
che parli di socialismo
passi veloce
senza tendergli la mano.
Solo ti sostiene
l’amore che porterai nella tomba.
 
 
Grazie a Giorgio Di Costanzo per averlo ricordato.
 
(Dal Blog http:// Anna Maria Ortese In sonno e in veglia.splinder.com)
 
 

Tutte le foto  di Ernesto Treccani sono tratte dal blog

 “Anna Maria Ortese In sonno e in veglia"

 
ARMINIANA
 

 
 
I VIVI AL MIO PAESE SONO MORTI
 
 
di Franco Arminio

oleandro_rosso

 

i vivi al mio paese sono morti

li ho visti oggi con le spalle al sole
spingevano per entrare al cimitero.
il mio paese non c’è più
non ride e non sputa in faccia più a nessuno.
ci vorrebbero tre metri di neve
tremila cappotti sulle mie spalle
per sentire il peso di chi c’era
rancori urlati rabbia muta
i grandi giorni della cicuta.
 

tulipano2

 

QUATTRO POESIE DA UN DECALOGO

 
 
di Franco Arminio
 

Dalla rupe di Cairano

2.

 
io dico che il sindaco non serve a niente,
il vicesindaco pure e tutti gli assessori
e tutti i consiglieri dell’opposizione, 
e gli impiegati e la posta e i mastri della scuola,
e i bidelli e i  contadini,
non serve a niente chi si ubriaca nei bar
e chi vede la televisione,
e chi passeggia in piazza
e chi compra il giornale,
adesso gli unici che servono a qualcosa
sono quelli che sono partiti,
quelli che sanno sparire, quelli che sanno liberarsi
e andare via, via dai paesi e dalle città, via dai partiti
e dalle chiese, dalle moglie e dai mariti, via dagli amici
via da ogni cosa vecchia e via da ogni cosa nuova,
semplicemente via, via dalla banalità
e anche dalla poesia. 

Cairano

 

3.
io dico che si deve partire
da un punto qualunque,
per esempio dal fatto che alle nove del mattino
puoi andare in un paese vicino
e sentire quello che dicono al bar
un postino un muratore, un vecchio ammalato
e poi ti rimetti in moto senza sapere
dove vuoi andare
sapendo che la giornata
una giornata qualsiasi è il tuo splendore. 

 

CAGNA DELLA RUPE DI CAIRANO 15.3.2009 F.IADAROLA

4.
non ti affannare a seminare noie
e affanni nelle tue giornate
e in quelle degli altri,
non chiedere altro che una gioia solenne,
le gioie piccole, i piccoli piaceri
richiedono troppa fatica,
è la gioia solenne che ti compete,
per quella sei qui e non altrove,
nella polvere cosmica o come mosca
nell’orecchio di un cavallo,
sei qui per non fermarti a ciò che sei
e non scansarti, non scansarti mai
da quello che potresti diventare. 
 
CAIRANO 15.3.2009 F.IADAROLA

5.
io non voglio languire in questa sonnolenza,
voglio crepare e far crepare la mia ansia,
voglio uscire dal mondo senza uccidermi
e senza morire, voglio uscire adesso,
adesso che è quasi mezzanotte,
e non c’è nessuno al mondo,
tutti uccisi dal sonno e dalla televisione,
sono l’ultimo che è rimasto in questo paese,
non c’è nessun altro,
non ci sono nemmeno i morti al cimitero,
non ci sono gli alberi e le panchine,
non ci sono nemmeno i muri delle case
e le nuvole e i fanali delle macchine,
sono rimasto talmente solo
che fuori di me l’universo
è più leggero di un ago
e questo ago è il mio cavallo, il mio aereo,
la mia nave, il tappeto volante
con cui voglio viaggiare.

 
 
REFLEJOS (NC)

 VERGÉENNE/VERGEÁNA

 

IMPRONTA DELL’ESTATE

 
L

di Véronique Vergé

cupa la palma della piazza
reca l’ombra della speranza
il sale degli occhi
ha il potere di far piangere.

nel letto d’inverno
no so che fare
il mare ha una sola traccia
nel palazzo della mente

il ragazzo attraversa il ponte
dà un colpo d’angelo
si trova in cielo, 
rottame di Napoli

ll mio posto dov’è?

il giardino di Caserta
tiene la carne dei fiori
col fragore dell’ acqua
passa la ragazza, muta

l’africano apre il vagone
sulla soglia del deserto
la collana è una preghiera
poco giusta

Vado con un solo piede
l’uomo biondo mi ferma
in via Chiaia
non posso più camminare

Ho come una macchia
una pianta del Vesuvio
in seno.

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UN CASO LETTERARIO : NEVICA E HO LE PROVE  Cronache dal paese della cicuta, Laterza 2009

 
GLI ELENCHI DI FRANCO ARMINIO.
Appunti di lettura. Parte prima
.
 
di Donato Salzarulo
 

LOCANDINA FRANCO ARMINIO

(foto Salvatore Di Vilio)

Delizia della memoria,
s’è aperto allora sotto gli occhi
il grande mondo delle erbe: erba dei gatti,
della Trinità, di San Pietro e peperina,
erba degli angeli ed erba dei cantori,
acciuga, cardellina, erba mora
e di Spagna, filipendola,
salina, soda e starnutaria…Erba stella,
(altro nome del cerfoglio)
con fiori bianchi a ombrelle
e foglie tripennatosette.
 
 

1. – Nell’ultima pagina dell’ultimo libro di Franco Arminio («Nevica e ho le prove. Cronache dal paese della cicuta», Laterza, 2009) si può leggere un elenco: quello delle «Macchine parcheggiate in via Purgatorio il 7 maggio 2005». Il numero totale è 19 e l’ordine di presentazione è apparentemente casuale. Dico apparentemente perché, in realtà, a leggerlo con occhio e orecchio attenti, è possibile cogliere un tessuto visivo e sonoro abbastanza gradevole fatto di rime e allitterazioni: « […] Panda, Audi A4, Volvo V70, Audi 80, Evanda, […]».  Più che intento pratico o volontà di dar conto di un dato di realtà sociale, un siffatto elenco ha di mira la funzione poetica e l’eventuale piacere che essa produce. Una lista, ha spiegato recentemente al Louvre Umberto Eco, ha una sua intrinseca bellezza e « deve essere gustata per amore di se stessa». Essa è un modo di catalogare il mondo, di “ordinarlo”, ma è anche un modo di costruire un nostro mondo, di classificarlo secondo criteri singolari, non comuni o, addirittura, di inventarlo. Penso alla classificazione degli animali di Borges, divisi in: «a) appartenenti all’Imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) maialini di latte, e) sirene, f) favolosi, g) cani in libertà, h) inclusi nella presente classificazione, i) che si agitano follemente, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello, l) et caetera, m) che fanno l’amore, n) che da lontano sembrano mosche». Questa tassonomia così fantastica, paradossale e totalmente altra rispetto a quella linneana imparata sui banchi di scuola, oltre che provocargli  riso e stupore, apparve a Michel Foucault  tanto affascinante, scombussolante e sconvolgente da porla all’origine – è quanto si legge nella prefazione –  di uno dei suoi libri più importanti apparso nel 1966. Mi riferisco a «Le parole e le cose».  Questo per dire quanto pensiero possa nascere da un elenco e quanta immaginazione possa esserne nutrita.

Franco Arminio dedica agli Elenchi un capitolo intero del libro, l’ultimo, da pag. 114 a pag. 118 e, oltre a quello già citato, ne produce altri undici: Malattie al paese della cicuta, Medicine in uso al paese della cicuta, Gli scapoli del bar di Scatozza, I morti di quest’anno al paese nuovo, Le vedove di via dei Martiri, Gli ultimi emigrati al Nord, Luoghi dove si trovano quelli che stavano in via Montecalvario, I pensionati di via Ciani, Gli invalidi civili di via Cavallo, Persone morte di tumore nell’ultimo anno, Persone che dopo il terremoto sono tornate dalla Svizzera.

Cosa ci dicono questi elenchi? Mi pare chiaro: a) l’interesse dell’autore per questa forma espressiva connessa ad una sorta di piacere e di bisogno d’ordine (forse persino eccessivo); b) la frazione di mondo su cui lo sguardo si posa. Arminio poteva catalogare i Nati, gli Sposati, i Traditi, le Feste, i Partecipanti a un banchetto, i Proprietari dei maiali uccisi il giorno dell’epifania, le Persone che passeggiavano in piazza Duomo la sera di Santa Lucia, le Bancarelle presenti sul mercato, i Capi di vestiario indossati dai fedeli durante una messa domenicale, ecc. ecc., ha preferito invece le categorie sopra indicate. Se lo stile è un modo di guardare e abitare il mondo, le sue classificazioni gli sono indubbiamente connesse. Il mondo elencato da Arminio è in preda alle malattie e alla ricerca di medicine; è un mondo di morti a vario titolo (vecchiaia, tumore, suicidio, infarto), di scapoli che per lo più rimangono a vivere in famiglia, di vedove, di emigrati con la valigia in mano dell’andata e del ritorno, di pensionati e invalidi civili. Il paese della cicuta, appunto. Di chi sta per prenderla o di l’ha già presa.

O Dio mio!…In quale inferno sono finito!… Verrebbe voglia di dire. Che gusto c’è a riempire una pagina con un elenco di malattie? La risposta è nel libro, a pagina 67: «l’uomo, oltre a volere la felicità, ha un identico bisogno di sventura.» Non è l’autore a sostenerlo in prima persona. La dichiarazione è messa in bocca ad un suo personaggio, a Tommaso Mecca. Ma forse un po’ la pensa così anche Arminio. Della stessa opinione è un suo anonimo pensatore delle panchine: «Qui per molti l’unico piacere è raccontare le proprie sventure. Chi non ne ha racconta le sventure degli altri, ma non è la stessa cosa.» Indubbiamente. Se non la felicità, il piacere mentale gira, però, intorno al racconto delle sventure. “Gioire è cercare il dolore” scrivevo da adolescente.

Dalla rupe di Cairano

2. – Dagli Elenchi al Lunario dei ripetenti, dall’ultimo al penultimo capitolo. Lunario è parola bellissima. Del vocabolario di Leopardi: penso al dialogo del venditore di almanacchi col passeggero. “Lunario del paradiso”  è il titolo di un romanzo di Gianni Celati, autore caro ad Arminio e a tanti di noi. Lunario era la parola che leggevo a sei anni sul calendario di Frate Indovino, appeso in casa della nonna paterna e della zia Francesca. C’erano i giorni del mese, i santi, le feste, le fasi della luna, le fiere, le previsioni meteorogiche, i lavori della campagna, i detti, i proverbi, gli aforismi, gli apologhi e le storielle edificanti…Una pagina tutta da leggere.

Anche il lunario di Arminio è ordinato per mesi. Ma manca l’anno e non ci sono i giorni. Così, ad un certo punto, di Gennaio «Pierino Zarra è tornato dalla Germania» oppure «E’ morto Vito Lastella». Inutile chiedersi in quale giorno e in quale anno. E’ successo un Gennaio qualsiasi, uno di quei mesi “ripetenti”, da quando è stato inventato il calendario. Niente di nuovo anche per le persone che forse non vorrebbero ripetere come marionette gli eventi che stanno vivendo; ma il lunario e il caso questo offrono. Per dirla con Leopardi: ognuno è dell’opinione «che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato che il bene.»  Probabilmente pure questo è il pensiero di Arminio. Nello scorrere, infatti, i dodici elenchi degli avvenimenti o di quelli che avrebbero dovuto essere i fatti del giorno, continuano a farla da padrone morti, medici e malattie. Però, di tanto in tanto, può succedere che qualcuno riapra «il bar che aveva chiuso per rimodernarlo», apra «un negozio di pezzi di ricambio per auto» oppure venda «due quintali di vino» e compri «un tavolo nuovo per la cucina o venda, addirittura, tutta la vigna  per comprare «il motorino al nipote». Nell’elenco di Febbraio «Lucia Albenzio si è fatta prestare la borsetta da una vicina per andare al matrimonio della sociologa»  e in quello di Marzo «Mirella Spirito è  andata al cinema con sua madre», ad Aprile «Peppino Lavanga si è comprato due ettari di terra a grano» e a Maggio, fortuna sua!, «Franchino Savanella ha vinto tremila euro con la schedina». Cosa c’è di interessante in tutto ciò? Perché il lettore dovrebbe arrivare fino in fondo e scorrere dieci pagine (103-113) di notizie simili? Francamente credo che il principio formale non sia diverso da quello degli elenchi. Di conseguenza, non è diverso il piacere che si possa provare: curiosità, sorrisi appena accennati, meraviglia nello scoprire una certa densità, una profondità insospettata anche nelle azioni più banali. Ma è banale poi il fatto che nel Lunario di Maggio, ad esempio, Pasquale Padula e la fidanzata siano andati «con un anno di anticipo a prenotare il ristorante per il loro matrimonio», Gerardo Cappa abbia chiuso «il suo negozio di generi alimentari», Tonino Tufo si sia comprato «le scarpe che costano duecento euro», Lidia Menna si sia «iscritta al corso di tango» e Natalino Miscia, nonostante sia in pensione, «è riuscito a depositare in banca altri cinquemila euro e adesso ne ha trecentoventimila» ?…Soltanto un superficiale può definire banali tali eventi. Come negare che essi caratterizzano il novanta per cento delle nostre quotidiane esistenze? A Giugno «Rosetta Gisoldo ha cambiato pettinatura e fidanzato». Brava! Auguri per il nuovo… Invece, «Antonietta Ciccone ha cambiato medico» . Se era un somaro, ha fatto bene. Peccato che né Rosetta, né Antonietta siano riusciti a cambiare il paese della cicuta e il pezzo di mondo in cui vivono e respirano.

Microstorie, nanostorie, ecco cosa riescono a regalarci i tanti personaggi che affollano questo Lunario. Verso la fine di Maggio, «Filomena Marchitto ha preparato l’altarino per la madonna». Questo è tutto, in 57 battute, spazi inclusi. La palla, allora, passa al lettore. Provi ad immaginare il personaggio:  l’età, la faccia, la veste, la casa, le volte che va in chiesa, il modo di camminare, i pensieri, di una donna così devota…O provi ad immaginare cosa celi tanta devozione, quali straordinari eventi psichici siano stati consumati o fantasticati. «Anna Ciccone è stata sempre a prendere il sole sulla sua loggia». Eccola qui un’altra, con la fissazione dell’abbronzatura!…Il paese della cicuta è velenoso per antonomasia, ma è vivo, vitale, intenso, gremito di pensieri e storie brevi, brevissime e meno brevi. E’ reale; ma, come nell’introduzione Arminio paradossalmente avverte, «non è un paese vero, se così fosse sarebbe finto, come tutti.» (pag. XII). Verità e finzione. Bisogna accertarne l’area semantica. Tuttavia, porre una tale relazione d’identità tra di loro è un modo per farle saltare tutte e due, per metterle in cortocircuito. E’ vertigine mentale che produce disorientamenti a volte proficui. Passato lo stupore, è necessario tornare a distinguerle. Esiste una verità della finzione e una finzione di verità. Esiste possibilità di contaminazione, ossimoro. Ma ciò che è verità è verità (ad es.: se una pallottola trafigge le nostre tempie dieci volte su dieci, stendiamo le cuoia) e ciò che è finzione è finzione (ad es. se a teatro un personaggio si ritrova le tempie trafitte da un colpo di pistola, dieci volte su dieci alla fine si presenterà sul palco a ringraziare il pubblico).  Non vorrei dire, ma ho l’impressione che il nostro autore si arrenda in modo troppo disinvolto al clima culturale postmoderno.  

TESCHIO

3. – Dal Lunario dei ripetenti ai Pensatori delle panchine. Risalendo come un’anguilla le pagine del libro dal Lunario si passa al capitolo dei Pensatori delle panchine. Dopo Caos calmo, il film di Grimaldi  con Nanni Moretti, tratto dal libro di Sandro Veronesi, e dopo il libro di Beppe Sebaste sulle panchine, questi arredi sono diventati famosi. Ma a Bisaccia esiste l’Università degli accidiosi, come ognuno può verificare cliccando su Google, e il corso di “ergonometria della panchina” è una delle discipline formative di base. Arminio è docente del corso di “Teoria e tecnica della passeggiata” ed io stesso ho rivolto domanda al magnifico Rettore per insegnarvi “Storia letteraria e psicodinamica dell’accidia. Aspetti creativi e anticapitalistici.”  Insomma, senza togliere nulla a Veronesi-Sebaste e soprattutto a Georges Perec, che negli anni Settanta passò interi pomeriggi, requiem all’anima sua!, seduto in place Saint-Sulpice, per descrivere un angolo di Parigi, noi bisaccesi abbiamo la panchina nell’anima. Forse, da sempre. E’ il posto migliore per osservare, sparlare, chiacchierare, annoiarsi. Cosa pensano i pensatori delle panchine? Su quali oggetti mentali e sociali, su quali problemi attivano le loro sinapsi? Come pensano e perché?…Da pag. 100 a 102, Arminio offre un elenco di pensieri: 21 in tutto, ma potrebbero essere 121, 1021, 2221…Sulle panchine del paese della cicuta, il numero di pensieri non ha limiti, è un fiume ininterrotto. L’autore ne produce soltanto 21 per rispetto del lettore, per non annoiarlo. Il primo, in parte, dà il titolo al libro: «Nevica e ho le prove. Nevica e le conseguenze sono chiare.» Pensiero poetico teso a rafforzare l’evidenza, a sottolinearla. Quasi uno stupore infantile. «Dal rumore puoi individuare il tipo di automobile, non il suo colore». E’ il pensiero numero quattro (la numerazione la sto mettendo io). Chiaro. Qualcuno aveva dubbi?…Anche qui si rafforza l’evidenza. Pensiero sulla stessa linea del primo. «Un’ombrello con l’apostrofo comunque si chiude». Pensiero numero dodici. A me è venuto subito in mente il famoso quadro di Magritte con la raffigurazione della pipa e con sotto scritto «Ceci n’est pas une pipe». Il senso è chiaro: la parola ombrello (scritta sulla carta) non coincide con l’ombrello reale. Le parole non sono le cose. Quindi, la correttezza o scorrettezza ortografica non modifica il funzionamento e/o l’uso degli oggetti. Foucault , ancora lui!, dedicò al quadro di Magritte un libro. Il problema del rapporto realtà- sua rappresentazione ha impegnato da secoli le migliori menti filosofiche. I pensatori delle panchine lo sanno e lo ripropongono con intelligenza. D’altronde il pensiero numero otto recita: «In questo paese tutti vanno alla ricerca del problema e nessuno cerca mai la soluzione. Anche per questo è un paese di pensatori.» Perfetto. Bisogna pur dire che tante volte la soluzione di un problema richiede elaborazione e precisazione di obiettivi, individuazione di strumenti, luoghi, tempo, risorse finanziarie e non… Tutto ciò comporta fatica, lavoro. Che pensatori delle panchine sarebbero, se si impegnassero in una ricerca simile? Meglio lasciarli alla loro attività gratuita, ai loro pensieri brevi e folgoranti, allo scintillio dei loro desideri («Ci vorrebbe un giorno alla settimana in cui non si può morire, per esempio il sabato»), alle loro considerazioni più o meno amare («Il paese è quel luogo dove non si può salire ma si può sprofondare»), alle loro trovate filosofiche e antropologiche pessimistiche («Dio si accorse che il cuore dell’uomo era malvagio e gli costruì attorno la gabbia toracica»), alle loro ciniche diffidenze nei confronti di chi idealisticamente si preoccupa per le guerre nel mondo, quando in realtà «si preoccuperebbero di più se perdessero cinque euro in un tombino», alle loro pungenti cattiverie  («A certi, se gli togli la pancia, non gli resta niente»), alle loro chiacchiere litigiose e alla loro apatia: «Qui anche le formiche sono apatiche e le farfalle pungono.» Il che è tutto dire.

Su 21 pensieri, quello più lungo (quattro righe e mezza) ha per oggetto l’amore. L’Io sottinteso di un pensatore confessa: «Sull’amore non so veramente niente. A volte mi sembra di affezionarmi a qualcosa, ma non ne sono mai sicuro. Non c’è un posto in me dove questo sentimento si raccoglie, si mette in ordine. Comunque più che nobile l’amore è mobile, ma di poco pregio: una scarpiera.»  E’ una dichiarazione persino tenera d’ignoranza (“Non so”), d’insicurezza affettiva, d’incapacità di dare spazio e ordine a questo sentimento nella propria storia interiore. Se proprio uno spazio bisogna concederglielo, non è dentro di me,  sostiene quest’Io, ma fuori, come può esserlo un mobile. Contro ogni tradizione dolce stilnovistica, romantica e post-romantica, l’amore appare a questo pensatore privo di nobiltà; è un sentimento-arredo, una scarpiera. Il senso è chiaro. Viene rimossa qualsiasi dialettica tra il dentro e il fuori;  il fuori è un contenitore controllabile  e di scarso valore ove riporre le scarpe-donne indossate da piedi-fallici. Con  questa identità-associazione, più o meno surreale ed onirica, di amore-scarpiera, non si può dire che il pensiero suddetto si candidi ad essere inserito nelle confezioni dei baci perugina. E non è un male. Come, d’altronde, non è un male questo brusco richiamo al “basso” di un sentimento, alla sessualità che, in qualche modo, gli fa da base. Quasi certamente sto  prendendo tutto troppo sul serio. Purtroppo, ho questo vizio. Forse non devo dimenticare che i pensatori delle panchine, oltre a non essere sempre d’accordo tra di loro, qualche volta, come è scritto nel pensiero nove, «non sono d’accordo neppure con le cose che dicono loro». Insomma, il regno di questi pensatori è la chiacchiera heideggeriana non la fatica dei concetti; essi producono pensieri uno di seguito all’altro, in serie o accavallati, senza struttura ossea, indifferenti ai contenuti e, perciò, pronti a spaziare sull’universo-mondo, a convocare Dio, le formiche o le farfalle; pensieri contagiosi da moltiplicare eventualmente all’infinito, frutto di una curiosità divorante, insaziabile, pensieri-dicerie…

CAIRANO 15.3.2009 F.IADAROLA                                                 (foto Federico Iadarola)

 
4. – Ecco, Dicerie…E con queste chiacchiere malevoli, risaliamo un altro capitolo: l’ultimo della terza parte che, a leggerlo nell’ordine previsto dall’autore, sarebbe il primo delle Cronache dal paese della cicuta. Nell’economia del libro le Dicerie occupano le pagine 89-99, quasi il dieci per cento del totale. Non c’è da meravigliarsi perché nelle poesie di esergo Arminio avverte: «Al mio paese si parla male di tutti […] La piazza è in mano ai meschini / manca la gioia». Veramente non solo al suo paese. Direi che di ciarle e calunnie, di cattiverie e meschinità, di cicute e ricatti siano piene oggi le piazze mediatiche e non del paese-Italia. Anzi, al confronto, le dicerie circolanti in queste pagine sembrano pettegolezzi di educande: «Federico fa il meccanico. La moglie fa quello che le pare.» E che male c’è? Capita anche ad alcune alte cariche dello Stato. «A Michele Mucci gli piaceva correggere più che aiutare» Idem come sopra. «Saverio Nigro era cattivissimo e doveva fare molti sforzi per diventare cattivo». Oh, Arminio, stai prendendo in giro il lettore?!… Eravamo curiosi di conoscere le dicerie di un paese e scopriamo, invece, che ti limiti ad inventare dei nomi. In alcuni casi, non fai neanche questo sforzo:«Uno che sognava ogni notte di non fare l’amore con sua moglie». Chissà quale Patrizia o quale Noemi sognava…

foto f iadarola

L’elenco delle Dicerie è lungo e vertiginoso. A contarle tutte, sono 104. Per dominare la materia, potrei provare a classificarle per argomenti: a) Litigi, b) Corna, c) Immobilità e Cambiamenti, d) Assembramenti ben assortiti e non, d) Difetti caratteriali e vizi, e) Ipocrisie, f) Attività vaghe e fittizie, g) Malattie ed Agonie, h) Sonni, i) Sogni, j) Stranezze e curiosità, k) Masturbazioni proprie ed altrui, l) Tristezze e Frustrazioni, m) Tenerezze, n) Regali, o) Uso del tempo libero, p) Piaceri, Orgasmi e Sensibilità, q) Credenze e Convinzioni, r) Perversioni varie: feticismi, esibizionismi, ecc., s) Scambi di ruolo, t) Scritture, u) Tolleranze e Intolleranze, v) Avarizie, w) Carriere, x) Arie di paese y) Allenamenti  z) Lamenti…Potrei proseguire se avessi a disposizione altre lettere dell’alfabeto, ma, ad andare avanti così, l’operazione del classificare diventa di dubbia efficacia. Soprattutto se, come mi capita, rimango incerto sul dove collocare l’una o l’altra diceria. «A sei mesi era già bugiardo».  Ok, il posto suo è in “Difetti caratteriali e vizi”. «Sposò l’uomo che le piaceva di meno e si trovò bene». Casi della vita, viene da commentare. Forse sta bene in “Stranezze e curiosità”. «Secondo il maestro Balascio noi siamo noi, cioè siamo una frittata fatta sempre con lo stesso uovo». Non ho dubbi. E’ da inserire in “Credenze e Convinzioni”. Anche quella del maestro Iannella, «convinto che da un giorno all’altro dio verrà a giustificarsi», va in questa categoria. Come sono acuti questi maestri!

LA MIA IRPINIA (MAURO ORLANDO)
                                               (foto Mauro Orlando)

…Ma dove mettere questa stupenda diceria? «E’ bella, ma quel filo d’idiozia la rende bellissima». Sarebbe piaciuta a Flaubert. Dove collocare quest’altra diceria?…In verità, più che una maldicenza, mi sembra un’attenta e puntuale annotazione: «Quando vengono in agosto, i nipoti parlano francese. Le nuore non parlano». In “Stranezze e curiosità”?…Chissà. “Pensare/classificare”, come insegna Perec, in un libro dal titolo omonimo, è tutt’altro che attività facile e priva di dubbi. Ne sanno qualcosa i botanici, gli zoologi e tutti coloro che sono costretti a classificare e vanno a caccia di criteri. Esempio: come si fa a definire diceria, il testo che segue? «Io ho una rabbia, una rabbia per la mia vita che sfuma e che non so sfondare, non la so aprire, non la so girare dall’altra parte, non so metterla in un fiume, in una corsa, non so toccarla, non so farla toccare, che rabbia per la mia vita che mi cade addosso e che mi schiaccia sempre e comunque, qualunque cosa io faccia.» (pag. 97).

Questa è una confessione convulsa, appassionata, concitata. Nelle pagine di questo capitolo è una delle poche volte in cui Arminio smette di scrivere in terza persona e dà direttamente le parole ad un Io che, in un accesso d’ira, dichiara ripetutamente di non riuscire a porre una distanza di controllo fra le sue attività (avere coscienza, vigilare, giudicare, ecc.) e quella della sua vita (respirare, mangiare, scrivere, lavorare, accoppiarsi, ecc.). E’ un Io che non riuscirebbe a scrivere la vita è una scarpiera come fa per l’amore quell’altro Io dei Pensatori delle panchine. E’ un Io che forse invidia quelle persone che neanche si accorgono di averla: «A certi la vita deve proprio capitare tra i piedi, altrimenti proseguono come se non ci fosse.»  Beati loro!…All’Io rabbioso tutto ciò non succede. La sua vita non è muro da sfondare, porta da aprireo, come scrivo in un mio poemetto, qualcosa che si può affidare ad altri: “Non posso affidarti / la mia vita. Non è stanza, pacco, valigia / da preparare e disfare. Non posso.” La vita di ognuno di noi coincide e non coincide con quella del proprio corpo. Senza cervello, sinapsi, neuroni perfettamente funzionanti è difficile che un Io possa dire alcunché su ciò gli capita dentro e fuori di sé. Del resto, l’esercizio del dire, del pronunciare è possibile soltanto se quel cervello incontra parole, una lingua, una cultura, una mente sociale che lo attivi. Si è corpo di corpi, singoli di molti, come sostiene con formula felice il poeta Giancarlo Maiorino. Più che la vita, sfuma il nostro corpo, di cui essa è attributo. Certo, col corpo sfuma anche la vita, una vita.
 

fotofedericoiadarola
                                                (foto Federico Iadarola)

Ma sono queste quattro ossa, questi occhi, queste orecchie, questa pelle, queste labbra che mi porto lo sfondo più o meno silenzioso di tutti i pensieri, le dicerie, le storie micro e macro che racconto e mi racconto; sono lo scenario in cui agisco e/o subisco tutte le mie emozioni, i miei umori, i miei sogni ad occhi aperti o chiusi, le mie rabbia, i miei timori, le mie allegrie ed ansie. Corpo vissuto e pensato, libidico e sociale, confinato, limitato e, tuttavia, in relazione col mondo suo e non suo, con l’identico, il medesimo e l’altro da sé. Corpo rappresentato, organismo anatomizzato, descritto nei suoi battiti cardiaci, nell’atto dei suoi respiri, nelle sue fisiologie, nei suoi metabolismi e nei suoi scambi; ma anche corpo trasferito sulla pagina, messo in forma, scritto in diari, miniature, cronache, dicerie, pensieri, lunari, elenchi…Corpo di Arminio e non di Arminio, del paese della cicuta e del paese dei desideri in cui almeno un giorno alla settimana non si muore, dei pensatori delle panchine e di chi trascorre le ore sullo schermo di un computer, dell’Io e del non Io, di ciò che si è e di ciò che non si è, di ciò che si ha e di ciò che non si ha. Corpo presente e assente, della vita-morte che ci sta addosso e ci schiaccia, impossibile da tenere a bada, arginare, esistenza emorragica (emorragia di sangue-tempo), eccedente e della vita-morte che vorremmo risorgente e immortale…E’ vero, ogni tanto la rabbia prende l’Io. E’ una confessione, non una diceria. Ma crediamogli è anche una diceria.

 
13 Novembre 2009.
 

CAGNA DELLA RUPE DI CAIRANO 15.3.2009 F.IADAROLA

                                             

Continua)

 
POESIA AL FEMMINILE
CHANDRA LIVIA CANDIANI
 
 
 

Chandra Livia Candiani 1

 

Martedì 17 novembre 2009
ore 11 (in replica alle 23)


su www. radiotreccia. It

Gli insetti preferiscono le ortiche.
Donne in poesia.
(24)

A cura di Giorgio Di Costanzo (
www.annamariaortese-in sonno e in veglia.splinder.com) e Maria D’Ascia

SPECIALE
IN DIRETTA
DA MILANO
intervista – lettura
di
 

FOTO DI RACO


(

foto di Domenico Di Raco)


Chandra Livia Candiani

 
 
 
 
 
 
 
 

I morti sull’albero del giardino
guardano il mio tentativo di vivere
e premurosi chiedono al pino
con mille aghi di pungermi
l’anima le mani la faccia
per interrompere i mille gorghi
di un – Arrivederci. – – Come sta? –
– A domani! – .

***

Non ai morti
si addice la tristezza
ma al bugiardo
perdurare dei vivi.

***

Per noncuranza o per sfida
feriscono i viventi
nessuno porta alla mente
la delicata trama
che ci sospende all’attimo
nessuno s’inchina
al mortale universo
dell’altro.

***

Bevendo il tè con i morti
c’è sempre uno
che sottilmente tace
non un silenzio esangue
ma un narrare interdetto
che non vuole
nell’ascolto pace.

***

Non più protetti
non più spinti all’aperto
dalla parola, volatile
dalle ali spalancate,
i morti
salgono la china del silenzio
e a braccia spiegate
si gettano nella dimenticanza.

***

Lievi le mani della poesia
intorno alla morte
lievi.
Sorreggono appena
il corpo appassito
la bellezza stanca
che non eccita e non riposa,
ma fatti lieve
entra nella delicata soglia
che non regge ma solleva
soffio candido
nemmeno una parola
un balbettio
di noci che rotolano
di gusci che si aprono
fiore di mandorlo
è il respiro,
che finisce.

***

La notte avanza
minuscola,
assoluta,
minaccia di chiodi
gli occhi.
Sulla faccia
c’è il cielo
e sopra il cielo
il cielo,
di cui solo il buio ha memoria.

– Perché l’amore si rompe? –
il bambino Juri interroga il senso.
Ho paura per te Juri,
ho paura per tutti,
per tutti di notte
spengo piano,
piano
le luci,
una,
a una,
adagio,
per non disorientare
il male.

***

E’ nel dispiegarsi minuto
delle ore che incede
una troppo maestosa
solitudine. E’ un sipario
stracciato un animale
che apre un varco feroce
nella commedia di parole vane:
non montagne sacre
ma piccole spazzature
damine di filo spinato
acrobati di stracci
belve di mattonella,
così si fanno largo
i miracoli non visti
così premendo alle pupille,
un fragoroso segno
della croce: sì,
ce l’hai fatta
a diventare celeste
madre equilibrista.

Non alla terra
né al volo delle foglie
somigliano i morti
in autunno
ma al dolce
fallire dell’estate.
 

Bevendo il tè con i morti
c’è sempre uno
che sottilmente tace
non un silenzio esangue
ma un narrare interdetto
che non vuole
nell’ascolto pace.

*

Non più protetti
non più spinti all’aperto
dalla parola, volatile
dalle ali spalancate,
i morti
salgono la china del silenzio
e a braccia spiegate
si gettano nella dimenticanza.

*

In forma di prefazione

Mia madre è un passero cattivo
urla prima di mangiare
urla prima di dormire
nel cuore della notte
urla,
ma il suo corpo
sta nel palmo di una mano
e si affaccia al davanzale
le lanciano molliche di pane.

*

Sognando un enorme fiore bianco
sorretto per il pesante gambo
la corolla poggia lieve su una spalla
e i lunghi petali – bianchi –
volano via chiamati
a uno a uno per cognome:
mamma disfatta nel nulla
mamma aria
parole d’oracolo
mi seminano sulla spalla
il nulla
madre.

*

Quel che ora provo per te
non è distacco
ma imparziale abbandono
all’assoluta polvere
di nome e forma
posso anche dimenticarti
madre ora
che sei cerniera
che apre e chiude
di legami i mondi.

*

Ti amo come
ho amato il tuo abisso,
di solito degli esseri
io amo il bacio
dell’orma sul terreno,
la tua era scucita
e non lasciava segni
se non come nuvole e uccelli
segni di aria
liberata.

*

E invece sì
tutti gli oggetti cinguettano
quando lo sguardo li coglie
devoti servitori
molecole legate
dal soffio di un concetto,
che paura abbiamo allora
che il mondo vada a pezzi
e ferro e porcellana
facciano ritorno
alla terra e alla montagna.
Senza scia
sarebbe allora
il peso già lieve
di nostre mani
nella sartoria celeste.

*

E’ nel dispiegarsi minuto
delle ore che incede
una troppo maestosa
solitudine. E’ un sipario
stracciato un animale
che apre un varco feroce
nella commedia di parole vane:
non montagne sacre
ma piccole spazzature
damine di filo spinato
acrobati di stracci
belve di mattonella,
così si fanno largo
i miracoli non visti
così premendo alle pupille,
un fragoroso segno
della croce: sì,
ce l’hai fatta
a diventare celeste
madre equilibrista.

*

Abito nella tua voce
e quando tace
il silenzio è alato
abito sotto la violenza
delle tue ali
e quando il silenzio
è sommerso dai rumori
essi sono il cuore del mondo
abito nel mondo
e le piume del mondo
sanno che la bellezza esiste:
“Quando arriverà il tuo passo
metterò una conchiglia sopra la soglia
e nell’aprirla
i frantumi volando
reciteranno il tuo nome.”

La barca dei morti
che non sanno dove andare
si ferma al tappeto dei tuoi pensieri
alla fontana dei ricordi
a levarsi gli abbracci
prima delle nuvole
in cui anonimi scomparire.

*

Il morto che ha paura di vivere
si alza di notte
rassetta la terra
cambia l’acqua ai fiori
della tomba
si siede a guardare le stelle
da lontano, sfugge
le rassicuranti chiacchiere
dei vissuti, ora come allora,
spiega l’anima stanca
come un tempo i vestiti
e a un tratto la terra
gli si rivela
piccola e minuziosa
nei solitari compiti
di fiorire e tramontare.

*

Era amato anche
il tuo corpo morto
con i calzini a scacchi
e la maglia troppo grande
da vecchina monello
niente di solenne
te ne stavi lì
scappata via
nel sacro.

Vorrei guardare il mondo
con occhi di nonna,
perle svagate e tenere,
accarezzarlo
come un vecchio malato
respirare
la sua aria di pestilenza
come odori notturni di bambino.
Non temo
le sue malattie
ma i suoi gioielli acuminati
non le sue polveri sottili
ma la distanza
della guerra candida.

Mi manca
il mondo,
come una rete di pioggia
sopra il palato lacerato
di poeta.

I momenti seduti
con te
sono strappati
al petto trafitto del mondo,
le frecce abbandonate
sul pavimento
preghiamo
di avere memoria
e sguardi senza orizzonte,
puntati,
qui.

Di guerrieri vestiti di filo spinato
ha bisogno il mondo,
di sacra ira
di occhi spalancati
a bere
la sua notte di sangue
secco.
Cosa si dice
quando si dice
mondo
palla nella pancia
che ingravida
o uccide
palla al piede
o quadrato ardente
di significati
rete?

Resta a casa
con il fuoco della cucina
e il vento
dell’aspirapolvere,
ogni oggetto del mondo
li contiene uno per uno
i suoi
fratelli:
liberali tutti!

Nelle contate ore
del nulla quotidiano
si aggira il tuo respiro
sempre più simile a un lamento,
solo umano senza supplica.
mi scrivi nell’anima
il tuo corpo : all’incrocio
tra qui e nessun luogo
ci concedi la tua urina e la tua voce
divinamente neutra :
“non so più cosa è bene
e cosa è male.”
dicembre 00

*

Strano mettere la data
alle lettere come fossero
valide solo per oggi come
rassicurandosi di non poterle
rileggere domani. strano sapere
che tutto varia indefinitamente
strano mettere il luogo da
cui vengono scritte e non
quello da cui partono
non : dal cuore per un attimo
dall’anima prevedibilmente
per sempre, dal corpo
per una notte che lo riduca
in cenere.

ottobre 96

*

Tu mi sei d’aiuto
a star male
e mi sei anche d’aiuto
a vedere che il male
passa e anche il bene
passa tu mi sei d’aiuto
a equilibrarmi sugli abissi
non voltar via la faccia
e non gettarmi
a precipizio. sto col respiro,
quasi aggrappata
al respiro e aspetto
che fuori dalla finestra
non finisca di piovere.

ottobre 96

*

Dove sei quando sei qui
da quale lontano vengono
gli abbracci e perché
ai sorvegliati confini
dei corpi si fermano
che cappotto di fumo
indossi in cucina sotto
la cappa della tua sigaretta
quali sentinelle metti
al paesaggio della tua faccia
perché non mi sorrida
mentre mi urli insulti
sfoderi il mio passato
come un atto d’accusa
di quali tribunali
è capace il cuore
non urlarmi il silenzio
quando non sei più
né qui né qui.

ottobre 96

*

Finita finita finita
non la vita ma il percorso
che portava fino a te
una barchetta di foglie
azzurra galleggia
dalla fontana al fiume
dal fiume al mare
dal mare al nulla
non hai saputo aspettare
la lettera mai scritta.

novembre 96

*

Non un altro amore
ma un senza guadagno
sperdimento strade a raggera
da un centro di vertiginoso vuoto
mi lascio conquistare
pezzo per pezzo
come una terra estranea
da un senza intenzione
casuale esercito di sfuocata
gentilezza, guardami gatto
nemmeno io ho paura
dell’estate sotto la pelliccia
della mia pelle ferita
ricucita ferita.

giugno 96

*

Un corvo cupo all’alba
sull’albero vicino alla finestra
grida e singhiozza
singhiozza singhiozza
e grida. Apro la finestra
“cra-cra, cra-cra anch’io
anch’io cra-cra
cra-cra anch’io.”
gli grido smisurata amante
del dolore animale del loro
stupore dentro il male.
se ne va svanisce leggero
con volo vellutato
gli è bastato
senza motivo apparente
solo un sentiero nel fitto
del niente.

giugno 99

*

La tua rosa si è sfogliata
come per un vento leggero
non è rimasto lo stelo vuoto
ma il profumo
dell’uccello appena volato
via
non siamo rose
né uccelli
né il vento
ma l’attesa di soffiare
di volare
di sbocciare.

settembre 99

*

Muori rivolta verso l’interno
come foglia che cadendo indugia
abbagliata dalla gialla danza
forse nessuna terra aspetta
ma certo chiama e l’aria
ti accompagna devota entrando
e uscendo dalla tua conchiglia
insieme alle voci sommesse
degli amici e della telenovela
che guardiamo religiosamente insieme
lasciati andare alla campana
che ti fa risuonare lasciati
amare da quella probabile
accoglienza che nessuno conosce
ma di cui ognuno è certo
lasciaci andare noi morenti
ti stanno spuntando le ali
di neve e nuvole segui
il fragoroso silenzio che ci spegne.

dicembre 2000

Chandra Livia Candiani 2

 

 
( I ritratti di Livia  sono di Domenico Di Raco)

(dal blog  Anna Maria Ortese – In sonno e in veglia- splinder.com

di Giorgio Di Costanzo)

 

 
RECENSIONI
 
 
NEVICA E HO LE PROVE
Cronache dal paese della cicuta
Editori Laterza, Bari  2009

LOCANDINA FRANCO ARMINIO

 
UN ARMINIO APOFANICO  CHE RAPPRESENTA L’ EPIFANIA DEL VUOTO, DELLE ASSENZE, DEGLI OGGETTI, DEI REPERTI PAESOLOGICI AL TEMPO DEL POST-CONSUMISMO.
 
 
di Salvatore D’Angelo
 
 
Condivido quasi tutto della recensione di Livio Borriello. Ho letto due volte Nevica e ho le prove e la terza sezione , Cronache dal paese della cicuta, m’è capitata di leggerla per caso a un pubblico giovanile, ristretto e improvvisato . Il riso aperto  a ogni fulminante aforisma prova la genuinità dell’ insospettato humour del testo, addirittura strepitoso. Trovo che l’ultima prova letteraria di Franco Arminio sia la più bella, interessante e riuscita delle quattro fin qui pubblicate:  sintesi tra Circo dell’Ipocondria,  libro chiave, e Vento forte tra Lacedonia e Candela, con rimando a qualche atmosfera di Viaggio nel cratere o a pagine di Diario Civile.
 
Il tema di fondo è quello elucidato da Borriello, il quale dice una cosa ovvia all’ennesima potenza in Arminio: la paesologia – anzi qui l’anatomo/paesologia–  altro non è che il corpo vivo dello scrittore che si fa scrittura e che, facendosi tale, cerca in modo disperato, narcisista, vitalista di uscire dal viluppo di quel “triangolo delle bermuda” che sono i concetti di dio-poesia- morte, ossessivamente presenti nel corpo a corpo di Franco Armino con ciò che lo circonda e lo avviluppa, e da cui vorrebbe uscire, come uscendo da se stesso, vale a dire l’orlo  da cui osserva con ansia traboccante la lotta tra essere e nulla di cui è impregnato il reale, senza mediazioni . E ce lo dice con chiarezza con due secchi aforismi di questo libro sorprendente: “io sono uno che sta dentro di me perché non ha nessun altro posto dove andare”, oppure “Vorrei vivere un minuto della mia vita senza di me”.
 
Il teatro di questa lotta è l’Irpinia d’Oriente, Bisaccia, dove è nato vive e opera . Ma non ci si inganni su un nuovo possibile strapaese, perché non è questo che interessa l’autore, il quale in più d’una occasione ha tenuto a precisare che il luogo dove  esercita la paesologia è un puro accidente naturale, cioè è un dato contingente perché vi è nato e ci vive, ma avrebbe potuto essere un qualsiasi altro posto. Ciò che davvero gli interessa è questa lotta ; ed essa si manifesta in ogni luogo che segna la presenza del corpo vivo dell’autore- rabdomante, pronto ad auscultare , scovare e mettere a fuoco i sintomi di un male di vivere che nei paesi ha la tinta della rassegnazione e dell’accidia, nelle città , invece, ha il colore del nulla, dell’indifferenza e del cinismo.
Indicativo è questo aforisma tratto dalla terza sezione del libro, la più bella, a incipit del capitolo intitolato PENSATORI DELLE PANCHINE:
 
“Le giornate del paese procedono in verticale, nel senso che si mettono una sopra l’altra a formare il muro che ti separa dal mondo. Le giornate cittadine procedono in orizzontale, a formare la strada che ti porta nel nulla del mondo”.
 
Ecco, il muro dell’isolamento , della rassegnazione dei paesi , il nulla del falso movimento delle città come opposti e coincidenti sintomi della crisi di un sistema di rapporti e relazioni, di un modo di vivere e produrre, la cui cifra connotativa è la desolazione che pervade il paesaggio antropologico e geografico come un surreale paesaggio post-atomico.
 
Insomma l’idea pervasiva della morte, emblema di tutto ciò che è  opposto al vitale, al creativo, all’umano; un’idea della morte a cui l’autore si ribella programmaticamente, alla sua maniera, e lo dice nell’epigrafe poetica in testa a DIARI DELL’IMPAZIENZA, nella prima sezione del libro :
 
Salto da una morte all’altra
ed è sempre dentro la mia vita
che mi ritrovo,
sabotatore universale
che vorrebbe far saltare
anche il suo covo.
 
Ribellione a uno stato delle cose che è di per sé morte, a cui l’io di Arminio si ribella con la notazione sarcastica, umoristica, sulfurea, in prima persona o attraverso l’escamotage dei mille personaggi che ritrae in questo libro. Riporto bevi citazioni:
 
Nino Ambrosecchia arrivava sempre in anticipo agli appuntamenti. Morì piuttosto giovane. (DICERIE pagina 92);
 
Quelli come Nicola Cefalo danno l’idea che hanno avuto molte occasioni di morire e non le hanno sapute sfruttare: (DICERIE, pagina 91);
 
A certi la vita deve proprio capitare tra i piedi, altrimenti proseguono come se non ci fosse.(PENSATORI DELLE PANCHINE, pagina 100)
 
E l’idea di Dio e del divino che qua e là si insinua nei modi e nelle forme più insospettate, a volte con irresistibile humour surreale, come in questo aforisma di DICERIE :
 
“Il maestro Iannella è convinto che da un giorno all’altro dio verrà a giustificarsi”.
 
Un dio che sembra irrimediabilmente cancellato dalla terra desolata dell’accidia e dell’ipocondria, un dio che è un’assenza permanente e programmatica in un paesaggio interiore devastato dall’autismo corale, ma che insospettatamente si riaffaccia alla sensibilità dell’autore attraverso la corda della poesia, che è la vera cifra denotativa di Franco Arminio, il quale a mio avviso è irredimibilmente poeta , anche e soprattutto quando scrive in prosa, una prosa che , grazie a questo, ha sorprendenti accensioni nell’apparente piatto incedere della narrazione o della fabula ; da questo punto di vista pagine bellissime le trovate soprattutto in Vento forte tra Lacedonia e Candela, che consiglio vivamente a chi ancora non l’avesse letto.
 
Poesia che in Nevica e ho le prove  assume  toni neri e bassi , che mette un abito scarno, dimesso, ma che non per questo non è tale , il cui stile è segnato da una cifra espressiva che si coglie di primo acchito, come in questo breve florilegio :
 
In piazza i vecchi stanno chini
senza dolcezza o ira.
Il giorno porge il fondo
e si ritira.
 
Tutti (….)
 stanno chiusi nell’armadio
e portano in giro
una controfigura,
un sosia deprimente,
un lampadario
 
(…..)
Al mio paese si è vivi fino a sei anni
e dopo gli ottanta.
 
e che si insinua anche nella prosa, con improvvise surreali accensioni, come in PSEUDOAPOLOGHI :
 
Qui una volta c’era uno che si addormentò per strada e dal suo corpo venne fuori la nebbia in cui stiamo vagando” oppure “Me lo ricordo. Agitava il pugno chiuso (…)Ora è qui che scava, scava, come se il mondo fosse nient’altro che una cava o come nell’ umore generale di MINIATURE o di TRE STORIE DELL’IPOCONDRIA.
Una  poesia che non è fatta del lirismo aggraziato e dimesso a cui Arminio ci ha abituati, ma è permeata di humour sulfureo, di surrealismo, e tutta giocata sulla sottrazione.
 
Ma la cosa che ho trovato più interessante e sorprendente, in Nevica e ho le prove è la struttura, l’organizzazione interna al testo.
Lingua e  stile sono quelli ormai ben noti in Arminio,  fatti di un fraseggiare piano, ma non piatto, di  semplicità e scorrevolezza, frutto di un attento lavoro di cesello e revisione, di ritorni e ripensamenti,  che alla fine danno vita a una forma  accessibile a tutti.
 
Una struttura  molto raffinata,che costituisce la vera novità di questa  quarta prova in prosa. Divisa in tre sezioni : DIARI DELL’IMPAZIENZA, MANICOMIO ALL’ARIA APERTA, CRONACHE DAL PAESE DELLA CICUTA, a loro volta scandite in sottosezioni sotto forma di diari, assunzioni al proscenio di personaggi che si raccontano e che si formano agli occhi del lettore nel momento stesso del loro raccontarsi , come in DICHIARAZIONI PERSONALI, brevi racconti, miniature  o veri e propri repertori dell’essere e del vivere ,come in DICERIE, PENSATORI DELLE PANCHINE, per finire con LUNARIO DEI RIPETENTI e con ELENCHI, lunga chiusa che ne sigilla la forma , il cui movimento  è dato dall’intreccio di una miriade di personaggi a cui l’autore presta la scena e che vivono nello spazio breve del monologo in prima persona, del racconto breve o della notazione aforistica in terza persona , spazio in cui il personaggio che dice io esercita la sua sicura funzione di regia, di direttore d’orchestra , per un ritmo che ha l’incipit dell’andante e del largo, che  incede in un calando con il  picco nella chiusa finale di ELENCHI, vero e proprio carrello-sequenza della sottrazione per avere la massima espressione sul piano del significante : elenchi delle malattie al paese della cicuta, delle medicine ivi  in uso, degli scapoli del bar Scatozza, dei morti nell’anno della narrazione, delle vedove di via dei Martiri,. degli ultimi emigrati al nord, dei luoghi dove si trovano quelli che stavano in via Montecalvario, dei pensionati di via Ciani, degli invalidi civili di via Cavallo, delle persone morte di tumore , di quelle che sono tornate dalla Svizzera dopo il terremoto…fino a che il carrello si chiude con la panoramica-elenco delle macchine parcheggiate in via Purgatorio il 7 maggio 2005.
 
Un libro difficilmente classificabile nelle categorie a cui siamo abituati: romanzo? reportage? saggio di antropologia o nuova forma di repertorio alla maniera dei breviari medievali? Poco importa. Quel che conta è che è un libro che si fa leggere d’un fiato, grazie al dono naturale di una scrittura piana e profonda, un libro che nella sua coda ne preannuncia un altro, di natura tutta aforistica.
 
Insomma, in Nevica e ho le prove Cronache dal paese della cicuta trovate un Arminio apofanico  che celebra l’epifania del vuoto, delle assenze , degli oggetti , dei reperti paesologici che devastano irrimediabilmente la vita al tempo del post – consumismo.
 
L’ autore, in quanto tale, tuttavia non si sottrae alla messa in scena della letteratura, per chiudere con una espressione di Livio Borriello, ma vive e si espone  nel momento in cui si mette in scena e di ciò fa anche dichiarazione di estetica e di etica , come nell’incipit della VITA ESPOSTA:
 
“Quando penso alla vita mi viene sempre di accompagnarla con questo aggettivo: esposta.(….)Anche quando penso alla scrittura mi vien sempre di accompagnarla con questo aggettivo: esposta. Penso sempre che la scrittura che non si espone è profondamente inutile. Sembra strano che una scrittura non si esponga, ma è una cosa che accade molto spesso. Comunque non si può impedire a nessuno di scrivere giocando a nascondino. In effetti anche chi si espone si nasconde, per il semplice fatto che appena ti fai vedere, immancabilmente gli altri chiudono gli occhi.”(…..)
 
Ma questo non impedisce allo scrittore Franco Arminio, all’uomo Franco Arminio, anche così come propostoci nella recensione di Livio Borriello, di  ingaggiare la sua lotta per provare a cambiare lo stato delle cose, per provare a ricostruire una possibile alternativa. E lo dimostra l’ inesausto spendersi per quello straordinario esperimento che va sotto il nome di COMUNITA’ PROVVISORIA, blog e accolita di uomini provvisori e transeunti sì, ma che vanno tracciando un percorribile sentiero per  una nuova forma di impegno e di presenza nei loro paesi- mondo.
 
In questo senso – e per concludere – direi  che quella di Arminio , in quanto scrittura esposta, è una nuova forma di scrittura militante.
 
….
 
 
SEGNALAZIONI
 
 
 
 
 
Martedì 17 novembre 2009
ore 11 (in replica alle 23)

su www. radiotreccia. It

Gli insetti preferiscono le ortiche.
Donne in poesia.
(24)

A cura di Giorgio Di Costanzo (
www.annamariaortese-in sonno e in veglia.splinder.com) e Maria D’Ascia

SPECIALE
IN DIRETTA
DA MILANO
intervista – lettura
di

FOTO DI RACO

 

 

(foto di Domenico Di Raco)


Chandra Livia Candiani

 

 
LO STUDIO FOTOGRAFICO  SALVATORE DI VILIO
 
presenta
 
Nevica e ho le prove
Cronache dal paese della cicuta
 di Franco Arminio
 
 
 
Venerdì 13 novembre 0re 18,00
Studio fotografico Salvatore Di Vilio
Corso Umberto I°, 121 SUCCIVO (Ce)

interverranno:

Franco Arminio
Salvatore D’Angelo
Giampaolo Graziano
Elda Martino
 
LOCANDINA FRANCO ARMINIO
 
 
 

 

Livio Borriello legge Franco Arminio

di
Livio Borriello

La scrittura di Franco Arminio, quella miscela di levità e tetraggine, di impalpabile quanto irresistibile humour e di avvelenato disfacimento, di olimpica serenità linguistica e incoerenza etica che definiscono il suo segno caratteristico, è tutta giocata su un movimento fondamentale: quello che ribalta la sua paura della morte in presenza del corpo, in ansia o meglio smania di vita, in un narcisismo esasperato e spesso disperato che sembra costantemente dire: io ancora esisto. Per ragioni genetiche, psicologiche e culturali, la mente di Arminio è affetta da questa strana caratteristica: al di là della vicenda di apparenze e persistenze che è la vita, essa vede sempre nitidamente, implacabilmente, insanabilmente davanti a sé, l’abisso vuoto del non essere, l’orlo del precipizio verso cui – chi può negarlo – i nostri atti sono precisamente indirizzati.

Il misterioso dio, o l’imperscrutabile programma random, che assortisce le psichi, ha tuttavia munito Arminio di un’altra facoltà, di segno uguale e contrario alla precedente, che gli permette di metterla a profitto: una primordiale e animale energia, inesauribile e inestinguibile, che potenzia il suo corpo in bilico sul nulla. Egli scrive dunque sempre sul limite fra vita e non vita, al cospetto del nulla, ma ben piantato nello spazio segregato e consistente della sua carne, del suo corpo furiosamente vitale. Ne risulta una prosa che è un’avventura pericolosa risolta in linee ferme e pure, una sovversione educata , un vomito distillato, una revulsione propulsiva. Anche la straordinaria ricchezza del suo immaginario e la compattezza materica e inattaccabile del suo stile, la confusa concitazione del suo impegno civile e la contraddittorietà delle pulsioni che agitano i suoi personaggi, si spiegano tutte a partire da questa osservazione.

Arminio è evidentemente malato: ma ”l’uomo è l’animale malato”, scriveva Hegel, e” l’idea dell’uomo sano è un mito, parente prossimo dei miti nazisti”, chiosava Merleau Ponty. La salute cui possiamo aspirare, è appunto quella forma di bilanciamento fra vitalità e malattia che Arminio riesce a conseguire sul filo sottile della scrittura. Peraltro, per ridurre il lavoro di controspinta, Arminio fa di più che bilanciare: egli stabilisce con la morte un rapporto fusionale, intrinseco, quasi amoroso. “La paura si è invaghita del mio cuore/ e io le corrispondo” scriveva in Circo dell’ipocondria, il suo libro che insieme a questo racconta finora meglio il suo mondo. Questo audace ribaltamento non era solo una trovata espressiva, ma corrispondeva a un effettivo cambiamento di prospettiva. La paura non è più una disfunzione della psiche, ma un’arcana divinità che incute un timore misto a fascinazione, una sorta di ipostasi dell’ essere-per-la morte heideggeriano, che si è incapricciata della psiche molle, porosa e altamente adesiva dell’autore, e gli ha proposto un rapporto faustianamente ambivalente, di scambio fra dannazione e conoscenza. L’avventuroso Arminio ha ceduto al daimon che voleva possederlo, e ha trovato in quel rapporto quell’intensità erotica – nell’accezione in cui eros sta per vita, suggerita dal testo stesso – che gli è negata o che si è surrettiziamente negata nella vita ordinaria. La paura insomma come forma dionisiaca della conoscenza, come mania che si fa mantica, e appunto vaticinio poetico. In questo senso, forse, nel palpitare frenetico e eternamente agonizzante delle valvole mitrali di Arminio si può leggere l’ultimo, scompensato residuo di romanticismo della civiltà dei nostri giorni, l’amore ai tempi dei media.

Seguiamo lo sviluppo del libro. Dopo un incipit seduttivo e intenso, tipico del miglior Arminio, seguono i testi del “Diario concitato”, in cui si manifesta più evidentemente il suo bisogno di accadere nel testo allo stato puro. Indotto dalla coazione nevrotica descritta, quella di sostituirsi sulla pagina al futuro Arminio morto, di mummificarsi nelle bende delle righe, di portare a compimento il suo atto di resistenza all’impersistenza del mondo, egli allinea una serie di descrizioni volutamente e consapevolmente (“non voglio mettere una frase intelligente… scrivo e basta ..” e così via) piatte e insignificanti (“tristi e acquose”), che non comunicano e non esprimono niente. Egli deve trascriversi tutto, ottenendo così non solo la facile gratificazione di essere accettato (pubblicato, imposto al pubblico) per quel che è, anzi nonostante quel che è, ma quella più profonda di trasporsi tutto – almeno nel segmento temporale in sua giurisdizione – su questo supporto di cellulosa piuttosto longevo, che le biblioteche e gli archivi potrebbero far sopravvivere per millenni – alla faccia di qualsivoglia infarto. L’operazione in sé non è nuova, è apparentata vagamente agli esperimenti di scrittura automatica, come alla tradizione delle opere-mondo, da Proust e Joyce in poi, oltre che a tanti esperimenti della letteratura di ricerca. Tuttavia ciò che rende specifica, interessante e plausibile l’operazione di Arminio è questo: mentre questi testi si industriavano di rendersi interessanti, e lasciavano trasparire solo fra le loro sfilacciature l’inevitabile noia che ingenera la descrizione di un uomo così come è, Arminio cerca di essere banale, così che nelle sfilacciature delle sue banalità traspaia a volte, con maggiore, e più scintillante e inquietante potenza, il mistero arcano che è un essere umano (“io sono un gruppo di cani con la lingua di fuori… il corpo, conclave di sintomi minacciosi e mutevoli… io sono il frutto di una gravidanza isterica che avrà fine solo con la mia morte o con quella di mia madre…” e così via).

Tuttavia Arminio si rende conto che non può andare avanti così per tutto il libro – ovvero deve evitare che il libro sia impubblicabile, il che ne annullerebbe l’efficacia – e a un certo punto deve rassegnarsi a allestire quella messinscena linguistica, a cui l’Altro – il lettore – lo invita, che si chiama letteratura. Naturalmente è in grado di farlo benissimo. Deve innanzitutto prendersi per i capelli, come Munchausen, e trarsi dal pantano insidioso del lirismo. Nel “Circo” egli ricorreva all’escamotage di parlare di sé in terza persona. Questa volta mette in atto un altro espediente: crea una miriade di personaggi, fra i quali fa muovere un personaggio che dice io. Questi personaggi si accavallano e sovrappongono nella varie sezioni, esprimono punti di vista differenti e contraddittori, ma a ben guardare hanno in comune proprio quell’elemento che costituisce la sostanza e la realtà di una scrittura: la voce, lo stile, il tic linguistico. Insomma, a ben guardare, ciascun personaggio è in realtà sempre lui, diffratto in mille nomi come in un prisma colorato. E non poteva essere altrimenti: nei libri di Arminio non può parlare altri da Arminio, perché a morire sarà lui. Chi deve vivere al suo posto, per assolvere alla funzione magica e conservativa della scrittura, può essere solo lui stesso. Arminio è un po’ come quegli attori – Gassman o Sordi per esempio – che in realtà non recitano mai, perché sono sempre se stessi. Sono attori che fanno i se stessi, il cui personaggio consiste nel proprio io, infinitamente declinato, e diventa personaggio solo perché scavalca la sottile soglia fra realtà e film, frapponendo fra i due spazi il vetro trasparente di una telecamera.

Naturalmente i risultati più solidi da un punto di vista tradizionalmente letterario vengono raggiunti in questa seconda parte del libro quando si completa il passaggio dall’io all’essi, e nel disfacimento geologico, sociale e culturale del “paese della cicuta” l’autore trova l’immagine perfetta del disfacimento del proprio corpo. La maggior distanza gli permette di trovare una cifra ironica insieme tranchant e surreale, talvolta perfino affettuosa, più spesso gelidamente documentaria, i cui effetti sono assolutamente irresistibili.

Nel “Lunario dei ripetenti”, l’elencazione seriale dei minuti eventi del paese (il libro si chiude con la lista delle “macchine parcheggiate in Via Purgatorio il 7 maggio 2005”) , chiuso nel suo “autismo corale”, riesce a rappresentare in poche pagine la filigrana decomposta di una piccola comunità meridionale, con una precisione e un’icasticità che non potrebbe raggiungere nessun servizio televisivo o libro di sociologia. Come in una fotografia ad altissima risoluzione, ma scattata da una grandissima distanza, Arminio descrive i particolari più minuti e realistici, ma gli oggetti lontani che si frappongono fra il suo sguardo e l’oggetto, come i rami di un albero o le polveri intergalattiche vaganti davanti all’obiettivo, immergono la descrizione in un’atmosfera irreale e iperurania. L’occhio dello scrittore inquadra “l’agonia ciarliera” di Lucia Ambrosecchia, ma anche “la nebbia in cui stiamo vagando”, uscita dal corpo di “uno che si era addormentato”, oppure, spostandosi nel punto di vista di uno stralunato “pensatore delle panchine”, un Gesù che “nel periodo che andava a donne era un uomo tranquillo. Poi gli venne una grave nevrosi e tutto il resto che sappiamo”. Il mondo appare per quello che è, una strana vicenda destinata a concludersi e ricominciare eternamente, eternamente priva di senso, e altrettanto pervicacemente reinventata dagli uomini. Ma attenzione, nemmeno di questi si può essere sicuri, perchè la terra a un certo punto potrebbe smettere di girare, e “fermarsi in mezzo all’universo come un mulo che si impunta”.

Franco Arminio può piacere o non piacere, forse più di quanto possa piacere o non piacere qualsiasi cosa e qualunque persona. Tuttavia appare indubitabile la sua forza d’impatto, che gli deriva da un modo diverso e più radicale di rapportarsi alla parola. Arminio, prima ancora di essere uno scrittore, un ragioniere della parola o un concorrente iscritto alla competizione letteraria, è un corpo che si aggira nel mondo. Un libro di Arminio è l’irruzione dell’evento Arminio nel parallelepipedo impilato che è un libro, è lo squarcio trasversale di questo pur minimo accadimento del mondo . Il suo libro non è un prodotto, né egli quale autore è il prodotto del suo libro, ma le sue pagine rappresentano quello che dovrebbe essere una scrittura, una traccia di quell’essenza costitutiva dell’uomo che è la parola, lasciata in un angolo del mondo a testimoniare che qualcosa è accaduto.

Franco ArminioNevica e ho le prove. Cronache dal paese della cicuta. Editori Laterza
 
(Da NAZIONE INDIANA 2.0 blog collettivo. Postato in francesco forlani il 4.11.2009 ore 9.01)