RECENSIONI
 
 
NEVICA E HO LE PROVE
Cronache dal paese della cicuta
Editori Laterza, Bari  2009

LOCANDINA FRANCO ARMINIO

 
UN ARMINIO APOFANICO  CHE RAPPRESENTA L’ EPIFANIA DEL VUOTO, DELLE ASSENZE, DEGLI OGGETTI, DEI REPERTI PAESOLOGICI AL TEMPO DEL POST-CONSUMISMO.
 
 
di Salvatore D’Angelo
 
 
Condivido quasi tutto della recensione di Livio Borriello. Ho letto due volte Nevica e ho le prove e la terza sezione , Cronache dal paese della cicuta, m’è capitata di leggerla per caso a un pubblico giovanile, ristretto e improvvisato . Il riso aperto  a ogni fulminante aforisma prova la genuinità dell’ insospettato humour del testo, addirittura strepitoso. Trovo che l’ultima prova letteraria di Franco Arminio sia la più bella, interessante e riuscita delle quattro fin qui pubblicate:  sintesi tra Circo dell’Ipocondria,  libro chiave, e Vento forte tra Lacedonia e Candela, con rimando a qualche atmosfera di Viaggio nel cratere o a pagine di Diario Civile.
 
Il tema di fondo è quello elucidato da Borriello, il quale dice una cosa ovvia all’ennesima potenza in Arminio: la paesologia – anzi qui l’anatomo/paesologia–  altro non è che il corpo vivo dello scrittore che si fa scrittura e che, facendosi tale, cerca in modo disperato, narcisista, vitalista di uscire dal viluppo di quel “triangolo delle bermuda” che sono i concetti di dio-poesia- morte, ossessivamente presenti nel corpo a corpo di Franco Armino con ciò che lo circonda e lo avviluppa, e da cui vorrebbe uscire, come uscendo da se stesso, vale a dire l’orlo  da cui osserva con ansia traboccante la lotta tra essere e nulla di cui è impregnato il reale, senza mediazioni . E ce lo dice con chiarezza con due secchi aforismi di questo libro sorprendente: “io sono uno che sta dentro di me perché non ha nessun altro posto dove andare”, oppure “Vorrei vivere un minuto della mia vita senza di me”.
 
Il teatro di questa lotta è l’Irpinia d’Oriente, Bisaccia, dove è nato vive e opera . Ma non ci si inganni su un nuovo possibile strapaese, perché non è questo che interessa l’autore, il quale in più d’una occasione ha tenuto a precisare che il luogo dove  esercita la paesologia è un puro accidente naturale, cioè è un dato contingente perché vi è nato e ci vive, ma avrebbe potuto essere un qualsiasi altro posto. Ciò che davvero gli interessa è questa lotta ; ed essa si manifesta in ogni luogo che segna la presenza del corpo vivo dell’autore- rabdomante, pronto ad auscultare , scovare e mettere a fuoco i sintomi di un male di vivere che nei paesi ha la tinta della rassegnazione e dell’accidia, nelle città , invece, ha il colore del nulla, dell’indifferenza e del cinismo.
Indicativo è questo aforisma tratto dalla terza sezione del libro, la più bella, a incipit del capitolo intitolato PENSATORI DELLE PANCHINE:
 
“Le giornate del paese procedono in verticale, nel senso che si mettono una sopra l’altra a formare il muro che ti separa dal mondo. Le giornate cittadine procedono in orizzontale, a formare la strada che ti porta nel nulla del mondo”.
 
Ecco, il muro dell’isolamento , della rassegnazione dei paesi , il nulla del falso movimento delle città come opposti e coincidenti sintomi della crisi di un sistema di rapporti e relazioni, di un modo di vivere e produrre, la cui cifra connotativa è la desolazione che pervade il paesaggio antropologico e geografico come un surreale paesaggio post-atomico.
 
Insomma l’idea pervasiva della morte, emblema di tutto ciò che è  opposto al vitale, al creativo, all’umano; un’idea della morte a cui l’autore si ribella programmaticamente, alla sua maniera, e lo dice nell’epigrafe poetica in testa a DIARI DELL’IMPAZIENZA, nella prima sezione del libro :
 
Salto da una morte all’altra
ed è sempre dentro la mia vita
che mi ritrovo,
sabotatore universale
che vorrebbe far saltare
anche il suo covo.
 
Ribellione a uno stato delle cose che è di per sé morte, a cui l’io di Arminio si ribella con la notazione sarcastica, umoristica, sulfurea, in prima persona o attraverso l’escamotage dei mille personaggi che ritrae in questo libro. Riporto bevi citazioni:
 
Nino Ambrosecchia arrivava sempre in anticipo agli appuntamenti. Morì piuttosto giovane. (DICERIE pagina 92);
 
Quelli come Nicola Cefalo danno l’idea che hanno avuto molte occasioni di morire e non le hanno sapute sfruttare: (DICERIE, pagina 91);
 
A certi la vita deve proprio capitare tra i piedi, altrimenti proseguono come se non ci fosse.(PENSATORI DELLE PANCHINE, pagina 100)
 
E l’idea di Dio e del divino che qua e là si insinua nei modi e nelle forme più insospettate, a volte con irresistibile humour surreale, come in questo aforisma di DICERIE :
 
“Il maestro Iannella è convinto che da un giorno all’altro dio verrà a giustificarsi”.
 
Un dio che sembra irrimediabilmente cancellato dalla terra desolata dell’accidia e dell’ipocondria, un dio che è un’assenza permanente e programmatica in un paesaggio interiore devastato dall’autismo corale, ma che insospettatamente si riaffaccia alla sensibilità dell’autore attraverso la corda della poesia, che è la vera cifra denotativa di Franco Arminio, il quale a mio avviso è irredimibilmente poeta , anche e soprattutto quando scrive in prosa, una prosa che , grazie a questo, ha sorprendenti accensioni nell’apparente piatto incedere della narrazione o della fabula ; da questo punto di vista pagine bellissime le trovate soprattutto in Vento forte tra Lacedonia e Candela, che consiglio vivamente a chi ancora non l’avesse letto.
 
Poesia che in Nevica e ho le prove  assume  toni neri e bassi , che mette un abito scarno, dimesso, ma che non per questo non è tale , il cui stile è segnato da una cifra espressiva che si coglie di primo acchito, come in questo breve florilegio :
 
In piazza i vecchi stanno chini
senza dolcezza o ira.
Il giorno porge il fondo
e si ritira.
 
Tutti (….)
 stanno chiusi nell’armadio
e portano in giro
una controfigura,
un sosia deprimente,
un lampadario
 
(…..)
Al mio paese si è vivi fino a sei anni
e dopo gli ottanta.
 
e che si insinua anche nella prosa, con improvvise surreali accensioni, come in PSEUDOAPOLOGHI :
 
Qui una volta c’era uno che si addormentò per strada e dal suo corpo venne fuori la nebbia in cui stiamo vagando” oppure “Me lo ricordo. Agitava il pugno chiuso (…)Ora è qui che scava, scava, come se il mondo fosse nient’altro che una cava o come nell’ umore generale di MINIATURE o di TRE STORIE DELL’IPOCONDRIA.
Una  poesia che non è fatta del lirismo aggraziato e dimesso a cui Arminio ci ha abituati, ma è permeata di humour sulfureo, di surrealismo, e tutta giocata sulla sottrazione.
 
Ma la cosa che ho trovato più interessante e sorprendente, in Nevica e ho le prove è la struttura, l’organizzazione interna al testo.
Lingua e  stile sono quelli ormai ben noti in Arminio,  fatti di un fraseggiare piano, ma non piatto, di  semplicità e scorrevolezza, frutto di un attento lavoro di cesello e revisione, di ritorni e ripensamenti,  che alla fine danno vita a una forma  accessibile a tutti.
 
Una struttura  molto raffinata,che costituisce la vera novità di questa  quarta prova in prosa. Divisa in tre sezioni : DIARI DELL’IMPAZIENZA, MANICOMIO ALL’ARIA APERTA, CRONACHE DAL PAESE DELLA CICUTA, a loro volta scandite in sottosezioni sotto forma di diari, assunzioni al proscenio di personaggi che si raccontano e che si formano agli occhi del lettore nel momento stesso del loro raccontarsi , come in DICHIARAZIONI PERSONALI, brevi racconti, miniature  o veri e propri repertori dell’essere e del vivere ,come in DICERIE, PENSATORI DELLE PANCHINE, per finire con LUNARIO DEI RIPETENTI e con ELENCHI, lunga chiusa che ne sigilla la forma , il cui movimento  è dato dall’intreccio di una miriade di personaggi a cui l’autore presta la scena e che vivono nello spazio breve del monologo in prima persona, del racconto breve o della notazione aforistica in terza persona , spazio in cui il personaggio che dice io esercita la sua sicura funzione di regia, di direttore d’orchestra , per un ritmo che ha l’incipit dell’andante e del largo, che  incede in un calando con il  picco nella chiusa finale di ELENCHI, vero e proprio carrello-sequenza della sottrazione per avere la massima espressione sul piano del significante : elenchi delle malattie al paese della cicuta, delle medicine ivi  in uso, degli scapoli del bar Scatozza, dei morti nell’anno della narrazione, delle vedove di via dei Martiri,. degli ultimi emigrati al nord, dei luoghi dove si trovano quelli che stavano in via Montecalvario, dei pensionati di via Ciani, degli invalidi civili di via Cavallo, delle persone morte di tumore , di quelle che sono tornate dalla Svizzera dopo il terremoto…fino a che il carrello si chiude con la panoramica-elenco delle macchine parcheggiate in via Purgatorio il 7 maggio 2005.
 
Un libro difficilmente classificabile nelle categorie a cui siamo abituati: romanzo? reportage? saggio di antropologia o nuova forma di repertorio alla maniera dei breviari medievali? Poco importa. Quel che conta è che è un libro che si fa leggere d’un fiato, grazie al dono naturale di una scrittura piana e profonda, un libro che nella sua coda ne preannuncia un altro, di natura tutta aforistica.
 
Insomma, in Nevica e ho le prove Cronache dal paese della cicuta trovate un Arminio apofanico  che celebra l’epifania del vuoto, delle assenze , degli oggetti , dei reperti paesologici che devastano irrimediabilmente la vita al tempo del post – consumismo.
 
L’ autore, in quanto tale, tuttavia non si sottrae alla messa in scena della letteratura, per chiudere con una espressione di Livio Borriello, ma vive e si espone  nel momento in cui si mette in scena e di ciò fa anche dichiarazione di estetica e di etica , come nell’incipit della VITA ESPOSTA:
 
“Quando penso alla vita mi viene sempre di accompagnarla con questo aggettivo: esposta.(….)Anche quando penso alla scrittura mi vien sempre di accompagnarla con questo aggettivo: esposta. Penso sempre che la scrittura che non si espone è profondamente inutile. Sembra strano che una scrittura non si esponga, ma è una cosa che accade molto spesso. Comunque non si può impedire a nessuno di scrivere giocando a nascondino. In effetti anche chi si espone si nasconde, per il semplice fatto che appena ti fai vedere, immancabilmente gli altri chiudono gli occhi.”(…..)
 
Ma questo non impedisce allo scrittore Franco Arminio, all’uomo Franco Arminio, anche così come propostoci nella recensione di Livio Borriello, di  ingaggiare la sua lotta per provare a cambiare lo stato delle cose, per provare a ricostruire una possibile alternativa. E lo dimostra l’ inesausto spendersi per quello straordinario esperimento che va sotto il nome di COMUNITA’ PROVVISORIA, blog e accolita di uomini provvisori e transeunti sì, ma che vanno tracciando un percorribile sentiero per  una nuova forma di impegno e di presenza nei loro paesi- mondo.
 
In questo senso – e per concludere – direi  che quella di Arminio , in quanto scrittura esposta, è una nuova forma di scrittura militante.
 
….
 
 
SEGNALAZIONI
 
 
 
 
 
Martedì 17 novembre 2009
ore 11 (in replica alle 23)

su www. radiotreccia. It

Gli insetti preferiscono le ortiche.
Donne in poesia.
(24)

A cura di Giorgio Di Costanzo (
www.annamariaortese-in sonno e in veglia.splinder.com) e Maria D’Ascia

SPECIALE
IN DIRETTA
DA MILANO
intervista – lettura
di

FOTO DI RACO

 

 

(foto di Domenico Di Raco)


Chandra Livia Candiani

 
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...