POESIA AL FEMMINILE
CHANDRA LIVIA CANDIANI
 
 
 

Chandra Livia Candiani 1

 

Martedì 17 novembre 2009
ore 11 (in replica alle 23)


su www. radiotreccia. It

Gli insetti preferiscono le ortiche.
Donne in poesia.
(24)

A cura di Giorgio Di Costanzo (
www.annamariaortese-in sonno e in veglia.splinder.com) e Maria D’Ascia

SPECIALE
IN DIRETTA
DA MILANO
intervista – lettura
di
 

FOTO DI RACO


(

foto di Domenico Di Raco)


Chandra Livia Candiani

 
 
 
 
 
 
 
 

I morti sull’albero del giardino
guardano il mio tentativo di vivere
e premurosi chiedono al pino
con mille aghi di pungermi
l’anima le mani la faccia
per interrompere i mille gorghi
di un – Arrivederci. – – Come sta? –
– A domani! – .

***

Non ai morti
si addice la tristezza
ma al bugiardo
perdurare dei vivi.

***

Per noncuranza o per sfida
feriscono i viventi
nessuno porta alla mente
la delicata trama
che ci sospende all’attimo
nessuno s’inchina
al mortale universo
dell’altro.

***

Bevendo il tè con i morti
c’è sempre uno
che sottilmente tace
non un silenzio esangue
ma un narrare interdetto
che non vuole
nell’ascolto pace.

***

Non più protetti
non più spinti all’aperto
dalla parola, volatile
dalle ali spalancate,
i morti
salgono la china del silenzio
e a braccia spiegate
si gettano nella dimenticanza.

***

Lievi le mani della poesia
intorno alla morte
lievi.
Sorreggono appena
il corpo appassito
la bellezza stanca
che non eccita e non riposa,
ma fatti lieve
entra nella delicata soglia
che non regge ma solleva
soffio candido
nemmeno una parola
un balbettio
di noci che rotolano
di gusci che si aprono
fiore di mandorlo
è il respiro,
che finisce.

***

La notte avanza
minuscola,
assoluta,
minaccia di chiodi
gli occhi.
Sulla faccia
c’è il cielo
e sopra il cielo
il cielo,
di cui solo il buio ha memoria.

– Perché l’amore si rompe? –
il bambino Juri interroga il senso.
Ho paura per te Juri,
ho paura per tutti,
per tutti di notte
spengo piano,
piano
le luci,
una,
a una,
adagio,
per non disorientare
il male.

***

E’ nel dispiegarsi minuto
delle ore che incede
una troppo maestosa
solitudine. E’ un sipario
stracciato un animale
che apre un varco feroce
nella commedia di parole vane:
non montagne sacre
ma piccole spazzature
damine di filo spinato
acrobati di stracci
belve di mattonella,
così si fanno largo
i miracoli non visti
così premendo alle pupille,
un fragoroso segno
della croce: sì,
ce l’hai fatta
a diventare celeste
madre equilibrista.

Non alla terra
né al volo delle foglie
somigliano i morti
in autunno
ma al dolce
fallire dell’estate.
 

Bevendo il tè con i morti
c’è sempre uno
che sottilmente tace
non un silenzio esangue
ma un narrare interdetto
che non vuole
nell’ascolto pace.

*

Non più protetti
non più spinti all’aperto
dalla parola, volatile
dalle ali spalancate,
i morti
salgono la china del silenzio
e a braccia spiegate
si gettano nella dimenticanza.

*

In forma di prefazione

Mia madre è un passero cattivo
urla prima di mangiare
urla prima di dormire
nel cuore della notte
urla,
ma il suo corpo
sta nel palmo di una mano
e si affaccia al davanzale
le lanciano molliche di pane.

*

Sognando un enorme fiore bianco
sorretto per il pesante gambo
la corolla poggia lieve su una spalla
e i lunghi petali – bianchi –
volano via chiamati
a uno a uno per cognome:
mamma disfatta nel nulla
mamma aria
parole d’oracolo
mi seminano sulla spalla
il nulla
madre.

*

Quel che ora provo per te
non è distacco
ma imparziale abbandono
all’assoluta polvere
di nome e forma
posso anche dimenticarti
madre ora
che sei cerniera
che apre e chiude
di legami i mondi.

*

Ti amo come
ho amato il tuo abisso,
di solito degli esseri
io amo il bacio
dell’orma sul terreno,
la tua era scucita
e non lasciava segni
se non come nuvole e uccelli
segni di aria
liberata.

*

E invece sì
tutti gli oggetti cinguettano
quando lo sguardo li coglie
devoti servitori
molecole legate
dal soffio di un concetto,
che paura abbiamo allora
che il mondo vada a pezzi
e ferro e porcellana
facciano ritorno
alla terra e alla montagna.
Senza scia
sarebbe allora
il peso già lieve
di nostre mani
nella sartoria celeste.

*

E’ nel dispiegarsi minuto
delle ore che incede
una troppo maestosa
solitudine. E’ un sipario
stracciato un animale
che apre un varco feroce
nella commedia di parole vane:
non montagne sacre
ma piccole spazzature
damine di filo spinato
acrobati di stracci
belve di mattonella,
così si fanno largo
i miracoli non visti
così premendo alle pupille,
un fragoroso segno
della croce: sì,
ce l’hai fatta
a diventare celeste
madre equilibrista.

*

Abito nella tua voce
e quando tace
il silenzio è alato
abito sotto la violenza
delle tue ali
e quando il silenzio
è sommerso dai rumori
essi sono il cuore del mondo
abito nel mondo
e le piume del mondo
sanno che la bellezza esiste:
“Quando arriverà il tuo passo
metterò una conchiglia sopra la soglia
e nell’aprirla
i frantumi volando
reciteranno il tuo nome.”

La barca dei morti
che non sanno dove andare
si ferma al tappeto dei tuoi pensieri
alla fontana dei ricordi
a levarsi gli abbracci
prima delle nuvole
in cui anonimi scomparire.

*

Il morto che ha paura di vivere
si alza di notte
rassetta la terra
cambia l’acqua ai fiori
della tomba
si siede a guardare le stelle
da lontano, sfugge
le rassicuranti chiacchiere
dei vissuti, ora come allora,
spiega l’anima stanca
come un tempo i vestiti
e a un tratto la terra
gli si rivela
piccola e minuziosa
nei solitari compiti
di fiorire e tramontare.

*

Era amato anche
il tuo corpo morto
con i calzini a scacchi
e la maglia troppo grande
da vecchina monello
niente di solenne
te ne stavi lì
scappata via
nel sacro.

Vorrei guardare il mondo
con occhi di nonna,
perle svagate e tenere,
accarezzarlo
come un vecchio malato
respirare
la sua aria di pestilenza
come odori notturni di bambino.
Non temo
le sue malattie
ma i suoi gioielli acuminati
non le sue polveri sottili
ma la distanza
della guerra candida.

Mi manca
il mondo,
come una rete di pioggia
sopra il palato lacerato
di poeta.

I momenti seduti
con te
sono strappati
al petto trafitto del mondo,
le frecce abbandonate
sul pavimento
preghiamo
di avere memoria
e sguardi senza orizzonte,
puntati,
qui.

Di guerrieri vestiti di filo spinato
ha bisogno il mondo,
di sacra ira
di occhi spalancati
a bere
la sua notte di sangue
secco.
Cosa si dice
quando si dice
mondo
palla nella pancia
che ingravida
o uccide
palla al piede
o quadrato ardente
di significati
rete?

Resta a casa
con il fuoco della cucina
e il vento
dell’aspirapolvere,
ogni oggetto del mondo
li contiene uno per uno
i suoi
fratelli:
liberali tutti!

Nelle contate ore
del nulla quotidiano
si aggira il tuo respiro
sempre più simile a un lamento,
solo umano senza supplica.
mi scrivi nell’anima
il tuo corpo : all’incrocio
tra qui e nessun luogo
ci concedi la tua urina e la tua voce
divinamente neutra :
“non so più cosa è bene
e cosa è male.”
dicembre 00

*

Strano mettere la data
alle lettere come fossero
valide solo per oggi come
rassicurandosi di non poterle
rileggere domani. strano sapere
che tutto varia indefinitamente
strano mettere il luogo da
cui vengono scritte e non
quello da cui partono
non : dal cuore per un attimo
dall’anima prevedibilmente
per sempre, dal corpo
per una notte che lo riduca
in cenere.

ottobre 96

*

Tu mi sei d’aiuto
a star male
e mi sei anche d’aiuto
a vedere che il male
passa e anche il bene
passa tu mi sei d’aiuto
a equilibrarmi sugli abissi
non voltar via la faccia
e non gettarmi
a precipizio. sto col respiro,
quasi aggrappata
al respiro e aspetto
che fuori dalla finestra
non finisca di piovere.

ottobre 96

*

Dove sei quando sei qui
da quale lontano vengono
gli abbracci e perché
ai sorvegliati confini
dei corpi si fermano
che cappotto di fumo
indossi in cucina sotto
la cappa della tua sigaretta
quali sentinelle metti
al paesaggio della tua faccia
perché non mi sorrida
mentre mi urli insulti
sfoderi il mio passato
come un atto d’accusa
di quali tribunali
è capace il cuore
non urlarmi il silenzio
quando non sei più
né qui né qui.

ottobre 96

*

Finita finita finita
non la vita ma il percorso
che portava fino a te
una barchetta di foglie
azzurra galleggia
dalla fontana al fiume
dal fiume al mare
dal mare al nulla
non hai saputo aspettare
la lettera mai scritta.

novembre 96

*

Non un altro amore
ma un senza guadagno
sperdimento strade a raggera
da un centro di vertiginoso vuoto
mi lascio conquistare
pezzo per pezzo
come una terra estranea
da un senza intenzione
casuale esercito di sfuocata
gentilezza, guardami gatto
nemmeno io ho paura
dell’estate sotto la pelliccia
della mia pelle ferita
ricucita ferita.

giugno 96

*

Un corvo cupo all’alba
sull’albero vicino alla finestra
grida e singhiozza
singhiozza singhiozza
e grida. Apro la finestra
“cra-cra, cra-cra anch’io
anch’io cra-cra
cra-cra anch’io.”
gli grido smisurata amante
del dolore animale del loro
stupore dentro il male.
se ne va svanisce leggero
con volo vellutato
gli è bastato
senza motivo apparente
solo un sentiero nel fitto
del niente.

giugno 99

*

La tua rosa si è sfogliata
come per un vento leggero
non è rimasto lo stelo vuoto
ma il profumo
dell’uccello appena volato
via
non siamo rose
né uccelli
né il vento
ma l’attesa di soffiare
di volare
di sbocciare.

settembre 99

*

Muori rivolta verso l’interno
come foglia che cadendo indugia
abbagliata dalla gialla danza
forse nessuna terra aspetta
ma certo chiama e l’aria
ti accompagna devota entrando
e uscendo dalla tua conchiglia
insieme alle voci sommesse
degli amici e della telenovela
che guardiamo religiosamente insieme
lasciati andare alla campana
che ti fa risuonare lasciati
amare da quella probabile
accoglienza che nessuno conosce
ma di cui ognuno è certo
lasciaci andare noi morenti
ti stanno spuntando le ali
di neve e nuvole segui
il fragoroso silenzio che ci spegne.

dicembre 2000

Chandra Livia Candiani 2

 

 
( I ritratti di Livia  sono di Domenico Di Raco)

(dal blog  Anna Maria Ortese – In sonno e in veglia- splinder.com

di Giorgio Di Costanzo)

 
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2 thoughts on “

  1. Grazie, Saldan carissimo.
    Ho appena sentito a telefono Livia e l’appuntamento è confermato per domani.
    Ho avuto sempre una speciale predilezione per le visionarie.
    Grazie ancora per la tua ospitalità.
    Ciao!

  2. Una voce sensibile, che trema,
    fa di un dialogo con i fantasmi
    un canto vivo, quasi brusio:
    cose dell’invisibile.

    Sono nell’incanto.

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