UN CASO LETTERARIO : NEVICA E HO LE PROVE  Cronache dal paese della cicuta, Laterza 2009

 
GLI ELENCHI DI FRANCO ARMINIO.
Appunti di lettura. Parte prima
.
 
di Donato Salzarulo
 

LOCANDINA FRANCO ARMINIO

(foto Salvatore Di Vilio)

Delizia della memoria,
s’è aperto allora sotto gli occhi
il grande mondo delle erbe: erba dei gatti,
della Trinità, di San Pietro e peperina,
erba degli angeli ed erba dei cantori,
acciuga, cardellina, erba mora
e di Spagna, filipendola,
salina, soda e starnutaria…Erba stella,
(altro nome del cerfoglio)
con fiori bianchi a ombrelle
e foglie tripennatosette.
 
 

1. – Nell’ultima pagina dell’ultimo libro di Franco Arminio («Nevica e ho le prove. Cronache dal paese della cicuta», Laterza, 2009) si può leggere un elenco: quello delle «Macchine parcheggiate in via Purgatorio il 7 maggio 2005». Il numero totale è 19 e l’ordine di presentazione è apparentemente casuale. Dico apparentemente perché, in realtà, a leggerlo con occhio e orecchio attenti, è possibile cogliere un tessuto visivo e sonoro abbastanza gradevole fatto di rime e allitterazioni: « […] Panda, Audi A4, Volvo V70, Audi 80, Evanda, […]».  Più che intento pratico o volontà di dar conto di un dato di realtà sociale, un siffatto elenco ha di mira la funzione poetica e l’eventuale piacere che essa produce. Una lista, ha spiegato recentemente al Louvre Umberto Eco, ha una sua intrinseca bellezza e « deve essere gustata per amore di se stessa». Essa è un modo di catalogare il mondo, di “ordinarlo”, ma è anche un modo di costruire un nostro mondo, di classificarlo secondo criteri singolari, non comuni o, addirittura, di inventarlo. Penso alla classificazione degli animali di Borges, divisi in: «a) appartenenti all’Imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) maialini di latte, e) sirene, f) favolosi, g) cani in libertà, h) inclusi nella presente classificazione, i) che si agitano follemente, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello, l) et caetera, m) che fanno l’amore, n) che da lontano sembrano mosche». Questa tassonomia così fantastica, paradossale e totalmente altra rispetto a quella linneana imparata sui banchi di scuola, oltre che provocargli  riso e stupore, apparve a Michel Foucault  tanto affascinante, scombussolante e sconvolgente da porla all’origine – è quanto si legge nella prefazione –  di uno dei suoi libri più importanti apparso nel 1966. Mi riferisco a «Le parole e le cose».  Questo per dire quanto pensiero possa nascere da un elenco e quanta immaginazione possa esserne nutrita.

Franco Arminio dedica agli Elenchi un capitolo intero del libro, l’ultimo, da pag. 114 a pag. 118 e, oltre a quello già citato, ne produce altri undici: Malattie al paese della cicuta, Medicine in uso al paese della cicuta, Gli scapoli del bar di Scatozza, I morti di quest’anno al paese nuovo, Le vedove di via dei Martiri, Gli ultimi emigrati al Nord, Luoghi dove si trovano quelli che stavano in via Montecalvario, I pensionati di via Ciani, Gli invalidi civili di via Cavallo, Persone morte di tumore nell’ultimo anno, Persone che dopo il terremoto sono tornate dalla Svizzera.

Cosa ci dicono questi elenchi? Mi pare chiaro: a) l’interesse dell’autore per questa forma espressiva connessa ad una sorta di piacere e di bisogno d’ordine (forse persino eccessivo); b) la frazione di mondo su cui lo sguardo si posa. Arminio poteva catalogare i Nati, gli Sposati, i Traditi, le Feste, i Partecipanti a un banchetto, i Proprietari dei maiali uccisi il giorno dell’epifania, le Persone che passeggiavano in piazza Duomo la sera di Santa Lucia, le Bancarelle presenti sul mercato, i Capi di vestiario indossati dai fedeli durante una messa domenicale, ecc. ecc., ha preferito invece le categorie sopra indicate. Se lo stile è un modo di guardare e abitare il mondo, le sue classificazioni gli sono indubbiamente connesse. Il mondo elencato da Arminio è in preda alle malattie e alla ricerca di medicine; è un mondo di morti a vario titolo (vecchiaia, tumore, suicidio, infarto), di scapoli che per lo più rimangono a vivere in famiglia, di vedove, di emigrati con la valigia in mano dell’andata e del ritorno, di pensionati e invalidi civili. Il paese della cicuta, appunto. Di chi sta per prenderla o di l’ha già presa.

O Dio mio!…In quale inferno sono finito!… Verrebbe voglia di dire. Che gusto c’è a riempire una pagina con un elenco di malattie? La risposta è nel libro, a pagina 67: «l’uomo, oltre a volere la felicità, ha un identico bisogno di sventura.» Non è l’autore a sostenerlo in prima persona. La dichiarazione è messa in bocca ad un suo personaggio, a Tommaso Mecca. Ma forse un po’ la pensa così anche Arminio. Della stessa opinione è un suo anonimo pensatore delle panchine: «Qui per molti l’unico piacere è raccontare le proprie sventure. Chi non ne ha racconta le sventure degli altri, ma non è la stessa cosa.» Indubbiamente. Se non la felicità, il piacere mentale gira, però, intorno al racconto delle sventure. “Gioire è cercare il dolore” scrivevo da adolescente.

Dalla rupe di Cairano

2. – Dagli Elenchi al Lunario dei ripetenti, dall’ultimo al penultimo capitolo. Lunario è parola bellissima. Del vocabolario di Leopardi: penso al dialogo del venditore di almanacchi col passeggero. “Lunario del paradiso”  è il titolo di un romanzo di Gianni Celati, autore caro ad Arminio e a tanti di noi. Lunario era la parola che leggevo a sei anni sul calendario di Frate Indovino, appeso in casa della nonna paterna e della zia Francesca. C’erano i giorni del mese, i santi, le feste, le fasi della luna, le fiere, le previsioni meteorogiche, i lavori della campagna, i detti, i proverbi, gli aforismi, gli apologhi e le storielle edificanti…Una pagina tutta da leggere.

Anche il lunario di Arminio è ordinato per mesi. Ma manca l’anno e non ci sono i giorni. Così, ad un certo punto, di Gennaio «Pierino Zarra è tornato dalla Germania» oppure «E’ morto Vito Lastella». Inutile chiedersi in quale giorno e in quale anno. E’ successo un Gennaio qualsiasi, uno di quei mesi “ripetenti”, da quando è stato inventato il calendario. Niente di nuovo anche per le persone che forse non vorrebbero ripetere come marionette gli eventi che stanno vivendo; ma il lunario e il caso questo offrono. Per dirla con Leopardi: ognuno è dell’opinione «che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato che il bene.»  Probabilmente pure questo è il pensiero di Arminio. Nello scorrere, infatti, i dodici elenchi degli avvenimenti o di quelli che avrebbero dovuto essere i fatti del giorno, continuano a farla da padrone morti, medici e malattie. Però, di tanto in tanto, può succedere che qualcuno riapra «il bar che aveva chiuso per rimodernarlo», apra «un negozio di pezzi di ricambio per auto» oppure venda «due quintali di vino» e compri «un tavolo nuovo per la cucina o venda, addirittura, tutta la vigna  per comprare «il motorino al nipote». Nell’elenco di Febbraio «Lucia Albenzio si è fatta prestare la borsetta da una vicina per andare al matrimonio della sociologa»  e in quello di Marzo «Mirella Spirito è  andata al cinema con sua madre», ad Aprile «Peppino Lavanga si è comprato due ettari di terra a grano» e a Maggio, fortuna sua!, «Franchino Savanella ha vinto tremila euro con la schedina». Cosa c’è di interessante in tutto ciò? Perché il lettore dovrebbe arrivare fino in fondo e scorrere dieci pagine (103-113) di notizie simili? Francamente credo che il principio formale non sia diverso da quello degli elenchi. Di conseguenza, non è diverso il piacere che si possa provare: curiosità, sorrisi appena accennati, meraviglia nello scoprire una certa densità, una profondità insospettata anche nelle azioni più banali. Ma è banale poi il fatto che nel Lunario di Maggio, ad esempio, Pasquale Padula e la fidanzata siano andati «con un anno di anticipo a prenotare il ristorante per il loro matrimonio», Gerardo Cappa abbia chiuso «il suo negozio di generi alimentari», Tonino Tufo si sia comprato «le scarpe che costano duecento euro», Lidia Menna si sia «iscritta al corso di tango» e Natalino Miscia, nonostante sia in pensione, «è riuscito a depositare in banca altri cinquemila euro e adesso ne ha trecentoventimila» ?…Soltanto un superficiale può definire banali tali eventi. Come negare che essi caratterizzano il novanta per cento delle nostre quotidiane esistenze? A Giugno «Rosetta Gisoldo ha cambiato pettinatura e fidanzato». Brava! Auguri per il nuovo… Invece, «Antonietta Ciccone ha cambiato medico» . Se era un somaro, ha fatto bene. Peccato che né Rosetta, né Antonietta siano riusciti a cambiare il paese della cicuta e il pezzo di mondo in cui vivono e respirano.

Microstorie, nanostorie, ecco cosa riescono a regalarci i tanti personaggi che affollano questo Lunario. Verso la fine di Maggio, «Filomena Marchitto ha preparato l’altarino per la madonna». Questo è tutto, in 57 battute, spazi inclusi. La palla, allora, passa al lettore. Provi ad immaginare il personaggio:  l’età, la faccia, la veste, la casa, le volte che va in chiesa, il modo di camminare, i pensieri, di una donna così devota…O provi ad immaginare cosa celi tanta devozione, quali straordinari eventi psichici siano stati consumati o fantasticati. «Anna Ciccone è stata sempre a prendere il sole sulla sua loggia». Eccola qui un’altra, con la fissazione dell’abbronzatura!…Il paese della cicuta è velenoso per antonomasia, ma è vivo, vitale, intenso, gremito di pensieri e storie brevi, brevissime e meno brevi. E’ reale; ma, come nell’introduzione Arminio paradossalmente avverte, «non è un paese vero, se così fosse sarebbe finto, come tutti.» (pag. XII). Verità e finzione. Bisogna accertarne l’area semantica. Tuttavia, porre una tale relazione d’identità tra di loro è un modo per farle saltare tutte e due, per metterle in cortocircuito. E’ vertigine mentale che produce disorientamenti a volte proficui. Passato lo stupore, è necessario tornare a distinguerle. Esiste una verità della finzione e una finzione di verità. Esiste possibilità di contaminazione, ossimoro. Ma ciò che è verità è verità (ad es.: se una pallottola trafigge le nostre tempie dieci volte su dieci, stendiamo le cuoia) e ciò che è finzione è finzione (ad es. se a teatro un personaggio si ritrova le tempie trafitte da un colpo di pistola, dieci volte su dieci alla fine si presenterà sul palco a ringraziare il pubblico).  Non vorrei dire, ma ho l’impressione che il nostro autore si arrenda in modo troppo disinvolto al clima culturale postmoderno.  

TESCHIO

3. – Dal Lunario dei ripetenti ai Pensatori delle panchine. Risalendo come un’anguilla le pagine del libro dal Lunario si passa al capitolo dei Pensatori delle panchine. Dopo Caos calmo, il film di Grimaldi  con Nanni Moretti, tratto dal libro di Sandro Veronesi, e dopo il libro di Beppe Sebaste sulle panchine, questi arredi sono diventati famosi. Ma a Bisaccia esiste l’Università degli accidiosi, come ognuno può verificare cliccando su Google, e il corso di “ergonometria della panchina” è una delle discipline formative di base. Arminio è docente del corso di “Teoria e tecnica della passeggiata” ed io stesso ho rivolto domanda al magnifico Rettore per insegnarvi “Storia letteraria e psicodinamica dell’accidia. Aspetti creativi e anticapitalistici.”  Insomma, senza togliere nulla a Veronesi-Sebaste e soprattutto a Georges Perec, che negli anni Settanta passò interi pomeriggi, requiem all’anima sua!, seduto in place Saint-Sulpice, per descrivere un angolo di Parigi, noi bisaccesi abbiamo la panchina nell’anima. Forse, da sempre. E’ il posto migliore per osservare, sparlare, chiacchierare, annoiarsi. Cosa pensano i pensatori delle panchine? Su quali oggetti mentali e sociali, su quali problemi attivano le loro sinapsi? Come pensano e perché?…Da pag. 100 a 102, Arminio offre un elenco di pensieri: 21 in tutto, ma potrebbero essere 121, 1021, 2221…Sulle panchine del paese della cicuta, il numero di pensieri non ha limiti, è un fiume ininterrotto. L’autore ne produce soltanto 21 per rispetto del lettore, per non annoiarlo. Il primo, in parte, dà il titolo al libro: «Nevica e ho le prove. Nevica e le conseguenze sono chiare.» Pensiero poetico teso a rafforzare l’evidenza, a sottolinearla. Quasi uno stupore infantile. «Dal rumore puoi individuare il tipo di automobile, non il suo colore». E’ il pensiero numero quattro (la numerazione la sto mettendo io). Chiaro. Qualcuno aveva dubbi?…Anche qui si rafforza l’evidenza. Pensiero sulla stessa linea del primo. «Un’ombrello con l’apostrofo comunque si chiude». Pensiero numero dodici. A me è venuto subito in mente il famoso quadro di Magritte con la raffigurazione della pipa e con sotto scritto «Ceci n’est pas une pipe». Il senso è chiaro: la parola ombrello (scritta sulla carta) non coincide con l’ombrello reale. Le parole non sono le cose. Quindi, la correttezza o scorrettezza ortografica non modifica il funzionamento e/o l’uso degli oggetti. Foucault , ancora lui!, dedicò al quadro di Magritte un libro. Il problema del rapporto realtà- sua rappresentazione ha impegnato da secoli le migliori menti filosofiche. I pensatori delle panchine lo sanno e lo ripropongono con intelligenza. D’altronde il pensiero numero otto recita: «In questo paese tutti vanno alla ricerca del problema e nessuno cerca mai la soluzione. Anche per questo è un paese di pensatori.» Perfetto. Bisogna pur dire che tante volte la soluzione di un problema richiede elaborazione e precisazione di obiettivi, individuazione di strumenti, luoghi, tempo, risorse finanziarie e non… Tutto ciò comporta fatica, lavoro. Che pensatori delle panchine sarebbero, se si impegnassero in una ricerca simile? Meglio lasciarli alla loro attività gratuita, ai loro pensieri brevi e folgoranti, allo scintillio dei loro desideri («Ci vorrebbe un giorno alla settimana in cui non si può morire, per esempio il sabato»), alle loro considerazioni più o meno amare («Il paese è quel luogo dove non si può salire ma si può sprofondare»), alle loro trovate filosofiche e antropologiche pessimistiche («Dio si accorse che il cuore dell’uomo era malvagio e gli costruì attorno la gabbia toracica»), alle loro ciniche diffidenze nei confronti di chi idealisticamente si preoccupa per le guerre nel mondo, quando in realtà «si preoccuperebbero di più se perdessero cinque euro in un tombino», alle loro pungenti cattiverie  («A certi, se gli togli la pancia, non gli resta niente»), alle loro chiacchiere litigiose e alla loro apatia: «Qui anche le formiche sono apatiche e le farfalle pungono.» Il che è tutto dire.

Su 21 pensieri, quello più lungo (quattro righe e mezza) ha per oggetto l’amore. L’Io sottinteso di un pensatore confessa: «Sull’amore non so veramente niente. A volte mi sembra di affezionarmi a qualcosa, ma non ne sono mai sicuro. Non c’è un posto in me dove questo sentimento si raccoglie, si mette in ordine. Comunque più che nobile l’amore è mobile, ma di poco pregio: una scarpiera.»  E’ una dichiarazione persino tenera d’ignoranza (“Non so”), d’insicurezza affettiva, d’incapacità di dare spazio e ordine a questo sentimento nella propria storia interiore. Se proprio uno spazio bisogna concederglielo, non è dentro di me,  sostiene quest’Io, ma fuori, come può esserlo un mobile. Contro ogni tradizione dolce stilnovistica, romantica e post-romantica, l’amore appare a questo pensatore privo di nobiltà; è un sentimento-arredo, una scarpiera. Il senso è chiaro. Viene rimossa qualsiasi dialettica tra il dentro e il fuori;  il fuori è un contenitore controllabile  e di scarso valore ove riporre le scarpe-donne indossate da piedi-fallici. Con  questa identità-associazione, più o meno surreale ed onirica, di amore-scarpiera, non si può dire che il pensiero suddetto si candidi ad essere inserito nelle confezioni dei baci perugina. E non è un male. Come, d’altronde, non è un male questo brusco richiamo al “basso” di un sentimento, alla sessualità che, in qualche modo, gli fa da base. Quasi certamente sto  prendendo tutto troppo sul serio. Purtroppo, ho questo vizio. Forse non devo dimenticare che i pensatori delle panchine, oltre a non essere sempre d’accordo tra di loro, qualche volta, come è scritto nel pensiero nove, «non sono d’accordo neppure con le cose che dicono loro». Insomma, il regno di questi pensatori è la chiacchiera heideggeriana non la fatica dei concetti; essi producono pensieri uno di seguito all’altro, in serie o accavallati, senza struttura ossea, indifferenti ai contenuti e, perciò, pronti a spaziare sull’universo-mondo, a convocare Dio, le formiche o le farfalle; pensieri contagiosi da moltiplicare eventualmente all’infinito, frutto di una curiosità divorante, insaziabile, pensieri-dicerie…

CAIRANO 15.3.2009 F.IADAROLA                                                 (foto Federico Iadarola)

 
4. – Ecco, Dicerie…E con queste chiacchiere malevoli, risaliamo un altro capitolo: l’ultimo della terza parte che, a leggerlo nell’ordine previsto dall’autore, sarebbe il primo delle Cronache dal paese della cicuta. Nell’economia del libro le Dicerie occupano le pagine 89-99, quasi il dieci per cento del totale. Non c’è da meravigliarsi perché nelle poesie di esergo Arminio avverte: «Al mio paese si parla male di tutti […] La piazza è in mano ai meschini / manca la gioia». Veramente non solo al suo paese. Direi che di ciarle e calunnie, di cattiverie e meschinità, di cicute e ricatti siano piene oggi le piazze mediatiche e non del paese-Italia. Anzi, al confronto, le dicerie circolanti in queste pagine sembrano pettegolezzi di educande: «Federico fa il meccanico. La moglie fa quello che le pare.» E che male c’è? Capita anche ad alcune alte cariche dello Stato. «A Michele Mucci gli piaceva correggere più che aiutare» Idem come sopra. «Saverio Nigro era cattivissimo e doveva fare molti sforzi per diventare cattivo». Oh, Arminio, stai prendendo in giro il lettore?!… Eravamo curiosi di conoscere le dicerie di un paese e scopriamo, invece, che ti limiti ad inventare dei nomi. In alcuni casi, non fai neanche questo sforzo:«Uno che sognava ogni notte di non fare l’amore con sua moglie». Chissà quale Patrizia o quale Noemi sognava…

foto f iadarola

L’elenco delle Dicerie è lungo e vertiginoso. A contarle tutte, sono 104. Per dominare la materia, potrei provare a classificarle per argomenti: a) Litigi, b) Corna, c) Immobilità e Cambiamenti, d) Assembramenti ben assortiti e non, d) Difetti caratteriali e vizi, e) Ipocrisie, f) Attività vaghe e fittizie, g) Malattie ed Agonie, h) Sonni, i) Sogni, j) Stranezze e curiosità, k) Masturbazioni proprie ed altrui, l) Tristezze e Frustrazioni, m) Tenerezze, n) Regali, o) Uso del tempo libero, p) Piaceri, Orgasmi e Sensibilità, q) Credenze e Convinzioni, r) Perversioni varie: feticismi, esibizionismi, ecc., s) Scambi di ruolo, t) Scritture, u) Tolleranze e Intolleranze, v) Avarizie, w) Carriere, x) Arie di paese y) Allenamenti  z) Lamenti…Potrei proseguire se avessi a disposizione altre lettere dell’alfabeto, ma, ad andare avanti così, l’operazione del classificare diventa di dubbia efficacia. Soprattutto se, come mi capita, rimango incerto sul dove collocare l’una o l’altra diceria. «A sei mesi era già bugiardo».  Ok, il posto suo è in “Difetti caratteriali e vizi”. «Sposò l’uomo che le piaceva di meno e si trovò bene». Casi della vita, viene da commentare. Forse sta bene in “Stranezze e curiosità”. «Secondo il maestro Balascio noi siamo noi, cioè siamo una frittata fatta sempre con lo stesso uovo». Non ho dubbi. E’ da inserire in “Credenze e Convinzioni”. Anche quella del maestro Iannella, «convinto che da un giorno all’altro dio verrà a giustificarsi», va in questa categoria. Come sono acuti questi maestri!

LA MIA IRPINIA (MAURO ORLANDO)
                                               (foto Mauro Orlando)

…Ma dove mettere questa stupenda diceria? «E’ bella, ma quel filo d’idiozia la rende bellissima». Sarebbe piaciuta a Flaubert. Dove collocare quest’altra diceria?…In verità, più che una maldicenza, mi sembra un’attenta e puntuale annotazione: «Quando vengono in agosto, i nipoti parlano francese. Le nuore non parlano». In “Stranezze e curiosità”?…Chissà. “Pensare/classificare”, come insegna Perec, in un libro dal titolo omonimo, è tutt’altro che attività facile e priva di dubbi. Ne sanno qualcosa i botanici, gli zoologi e tutti coloro che sono costretti a classificare e vanno a caccia di criteri. Esempio: come si fa a definire diceria, il testo che segue? «Io ho una rabbia, una rabbia per la mia vita che sfuma e che non so sfondare, non la so aprire, non la so girare dall’altra parte, non so metterla in un fiume, in una corsa, non so toccarla, non so farla toccare, che rabbia per la mia vita che mi cade addosso e che mi schiaccia sempre e comunque, qualunque cosa io faccia.» (pag. 97).

Questa è una confessione convulsa, appassionata, concitata. Nelle pagine di questo capitolo è una delle poche volte in cui Arminio smette di scrivere in terza persona e dà direttamente le parole ad un Io che, in un accesso d’ira, dichiara ripetutamente di non riuscire a porre una distanza di controllo fra le sue attività (avere coscienza, vigilare, giudicare, ecc.) e quella della sua vita (respirare, mangiare, scrivere, lavorare, accoppiarsi, ecc.). E’ un Io che non riuscirebbe a scrivere la vita è una scarpiera come fa per l’amore quell’altro Io dei Pensatori delle panchine. E’ un Io che forse invidia quelle persone che neanche si accorgono di averla: «A certi la vita deve proprio capitare tra i piedi, altrimenti proseguono come se non ci fosse.»  Beati loro!…All’Io rabbioso tutto ciò non succede. La sua vita non è muro da sfondare, porta da aprireo, come scrivo in un mio poemetto, qualcosa che si può affidare ad altri: “Non posso affidarti / la mia vita. Non è stanza, pacco, valigia / da preparare e disfare. Non posso.” La vita di ognuno di noi coincide e non coincide con quella del proprio corpo. Senza cervello, sinapsi, neuroni perfettamente funzionanti è difficile che un Io possa dire alcunché su ciò gli capita dentro e fuori di sé. Del resto, l’esercizio del dire, del pronunciare è possibile soltanto se quel cervello incontra parole, una lingua, una cultura, una mente sociale che lo attivi. Si è corpo di corpi, singoli di molti, come sostiene con formula felice il poeta Giancarlo Maiorino. Più che la vita, sfuma il nostro corpo, di cui essa è attributo. Certo, col corpo sfuma anche la vita, una vita.
 

fotofedericoiadarola
                                                (foto Federico Iadarola)

Ma sono queste quattro ossa, questi occhi, queste orecchie, questa pelle, queste labbra che mi porto lo sfondo più o meno silenzioso di tutti i pensieri, le dicerie, le storie micro e macro che racconto e mi racconto; sono lo scenario in cui agisco e/o subisco tutte le mie emozioni, i miei umori, i miei sogni ad occhi aperti o chiusi, le mie rabbia, i miei timori, le mie allegrie ed ansie. Corpo vissuto e pensato, libidico e sociale, confinato, limitato e, tuttavia, in relazione col mondo suo e non suo, con l’identico, il medesimo e l’altro da sé. Corpo rappresentato, organismo anatomizzato, descritto nei suoi battiti cardiaci, nell’atto dei suoi respiri, nelle sue fisiologie, nei suoi metabolismi e nei suoi scambi; ma anche corpo trasferito sulla pagina, messo in forma, scritto in diari, miniature, cronache, dicerie, pensieri, lunari, elenchi…Corpo di Arminio e non di Arminio, del paese della cicuta e del paese dei desideri in cui almeno un giorno alla settimana non si muore, dei pensatori delle panchine e di chi trascorre le ore sullo schermo di un computer, dell’Io e del non Io, di ciò che si è e di ciò che non si è, di ciò che si ha e di ciò che non si ha. Corpo presente e assente, della vita-morte che ci sta addosso e ci schiaccia, impossibile da tenere a bada, arginare, esistenza emorragica (emorragia di sangue-tempo), eccedente e della vita-morte che vorremmo risorgente e immortale…E’ vero, ogni tanto la rabbia prende l’Io. E’ una confessione, non una diceria. Ma crediamogli è anche una diceria.

 
13 Novembre 2009.
 

CAGNA DELLA RUPE DI CAIRANO 15.3.2009 F.IADAROLA

                                             

Continua)

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One thought on “

  1. Rigrazio Saldan per la qualità del testo offerto che dà un appetito da leggere"nevica e ho le prove". Lunario m’incanta. Arminio come arpenteur magico della sua terra. Una terra di tradizione oggi velata
    del bianco lunario del passato, eppure solare in ogni lembo delle sue
    colline.

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