ARMINIANA
 

 
 
I VIVI AL MIO PAESE SONO MORTI
 
 
di Franco Arminio

oleandro_rosso

 

i vivi al mio paese sono morti

li ho visti oggi con le spalle al sole
spingevano per entrare al cimitero.
il mio paese non c’è più
non ride e non sputa in faccia più a nessuno.
ci vorrebbero tre metri di neve
tremila cappotti sulle mie spalle
per sentire il peso di chi c’era
rancori urlati rabbia muta
i grandi giorni della cicuta.
 

tulipano2

 

QUATTRO POESIE DA UN DECALOGO

 
 
di Franco Arminio
 

Dalla rupe di Cairano

2.

 
io dico che il sindaco non serve a niente,
il vicesindaco pure e tutti gli assessori
e tutti i consiglieri dell’opposizione, 
e gli impiegati e la posta e i mastri della scuola,
e i bidelli e i  contadini,
non serve a niente chi si ubriaca nei bar
e chi vede la televisione,
e chi passeggia in piazza
e chi compra il giornale,
adesso gli unici che servono a qualcosa
sono quelli che sono partiti,
quelli che sanno sparire, quelli che sanno liberarsi
e andare via, via dai paesi e dalle città, via dai partiti
e dalle chiese, dalle moglie e dai mariti, via dagli amici
via da ogni cosa vecchia e via da ogni cosa nuova,
semplicemente via, via dalla banalità
e anche dalla poesia. 

Cairano

 

3.
io dico che si deve partire
da un punto qualunque,
per esempio dal fatto che alle nove del mattino
puoi andare in un paese vicino
e sentire quello che dicono al bar
un postino un muratore, un vecchio ammalato
e poi ti rimetti in moto senza sapere
dove vuoi andare
sapendo che la giornata
una giornata qualsiasi è il tuo splendore. 

 

CAGNA DELLA RUPE DI CAIRANO 15.3.2009 F.IADAROLA

4.
non ti affannare a seminare noie
e affanni nelle tue giornate
e in quelle degli altri,
non chiedere altro che una gioia solenne,
le gioie piccole, i piccoli piaceri
richiedono troppa fatica,
è la gioia solenne che ti compete,
per quella sei qui e non altrove,
nella polvere cosmica o come mosca
nell’orecchio di un cavallo,
sei qui per non fermarti a ciò che sei
e non scansarti, non scansarti mai
da quello che potresti diventare. 
 
CAIRANO 15.3.2009 F.IADAROLA

5.
io non voglio languire in questa sonnolenza,
voglio crepare e far crepare la mia ansia,
voglio uscire dal mondo senza uccidermi
e senza morire, voglio uscire adesso,
adesso che è quasi mezzanotte,
e non c’è nessuno al mondo,
tutti uccisi dal sonno e dalla televisione,
sono l’ultimo che è rimasto in questo paese,
non c’è nessun altro,
non ci sono nemmeno i morti al cimitero,
non ci sono gli alberi e le panchine,
non ci sono nemmeno i muri delle case
e le nuvole e i fanali delle macchine,
sono rimasto talmente solo
che fuori di me l’universo
è più leggero di un ago
e questo ago è il mio cavallo, il mio aereo,
la mia nave, il tappeto volante
con cui voglio viaggiare.

 
 
REFLEJOS (NC)

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4 thoughts on “

  1. La poesia di Arminio è per me acqua della sua terra,
    assorbo la malinconia della sua parola,
    dove i vivi hanno perduto la lingua della poesia,
    la lingua delle colline e del cielo.
    Arminio cerca la presenza di una sola voce
    in sentimento di sveglia,
    eretto come castagno,
    sulla linea della fuga
    anche privato di speranza
    il murmuro tocca il cuore della ginestra
    o un lembo della terra irpinia.
     Grazie a Saldan per il post.

  2.  Cara Véronique,
    perduto è altrettanto corretto rispetto a perso, ha lo stesso valore ; piuttosto è "murmuro" che sostituirei con "mormorìo"…ma hai perfettamente reso il concetto.

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