UN CASO LETTERARIO :
NEVICA E HO LE PROVE
Cronache dal paese della cicuta, Laterza 2009
 

LOCANDINA FRANCO ARMINIO

 

 

Appunti di lettura , Parte seconda

di Donato Salzarulo

«Essere morto è essere in preda ai vivi. Ciò significa che colui che tenta di cogliere il senso della sua futura morte deve scoprirsi come preda futura degli altri.» J.-P. Sartre, “L’essere e il nulla”

1. – Un salto all’indietro: dalla terza parte alla prima. La prima parte di «Nevica e ho le prove» (pagg. 3 – 47) è occupata dai «Diari dell’impazienza». Il titolo da un lato indica la forma di scrittura scelta, quella diaristica, appunto; dall’altro, il contenuto. L’impazienza è un modo d’essere, una condizione psicologica più o meno temporanea. L’impaziente è irrequieto, smanioso, insofferente, ansioso, nervoso…Per cosa o per chi? Quali desideri vorrebbe soddisfare? Quali obiettivi raggiungere? Interrogativi simili potrebbero far da guida alla lettura di queste pagine; ma, inizialmente, mi sembra più importante sottolineare che qui l’impazienza viene assunta probabilmente come condizione generale, come caratteristica di un luogo e di un tempo. Come dire?…Viviamo nell’epoca dell’impazienza, dell’ansia, del nervosismo. Gli esseri umani oggi non amano molto l’attesa. Le pulsioni e i desideri legati al freudiano “principio di piacere” premono per una soddisfazione immediata. Si vorrebbe far saltare il differimento, il rinvio, l’esame di realtà.

I «Diari dell’impazienza» sono tre: Diario concitato (pag. 5-28), Diario del pornoansioso (pag.29- 38) e Diario del giovane astratto (pag. 39-47). Del primo con un attributo si dice la concitazione; degli altri due, i personaggi: il “pornoansioso” e “il giovane astratto”. Impeti, stati di grande turbamento emotivo, pornografia e ansia, giovinezza e mancanza di concretezza appaiono i contenuti annunciati dai titoli e intenzionalmente attribuiti a queste scritture diaristiche. Per valutarle meglio, mi sembra opportuno richiamarne sinteticamente le caratteristiche di genere. Diario, scrive Franco Fortini in una sorta di “dizionario di lettere” pubblicato molti anni fa, è uno «scritto in cui si riferiscono giorno per giorno eventi o pensieri propri o altrui. Il diario, come l’epistolografia, è una forma di autobiografia nella quale si riproduce o si riflette, più o meno inconsciamente, la molteplicità o occasionalità dell’esistenza, lasciando al momento della lettura la scoperta delle costanti e del loro significato.» (F. Fortini, «Ventiquattro voci per un dizionario di lettere», EST, 1968, pag. 195).
 

foto f iadarola

(Foto Federico Iadarola)

Leggendo i Diari dell’impazienza di Arminio la prima cosa che si nota è questa: la scelta non è quella di raccontare eventi, incontri, emozioni, pensieri e accidenti vissuti giorno dopo giorno. Essendo i diari di una condizione psicologica ritenuta forse permanente, per l’autore è sufficiente fornirne campioni, assaggi, prove. Le indicazioni temporali sono spesso assenti e, quando ci sono, sono quasi sempre generiche o incomplete. Tanto per fare degli esempi, il Diario concitato, che è composto di sette pezzi, fornisce una precisa indicazione temporale soltanto per la «Serata in pizzeria» che è stata consumata, così si legge a pagina 7, ad Avellino il 4 maggio 1998. «Il dito sul cuore», una specie di monologo interiore in cui un Io (autobiografico) racconta le sue angosce mattutine, i suoi timori e allarme, i suoi rapporti con lo scrivere, ecc. è stato scritto in una giornata di fine marzo (pag. 13) di un anno che potrebbe essere il 2000. Questa probabile data di composizione si può ricavare aggiungendo all’anno di nascita di Arminio (1960), i quaranta che pensava di vivere: «Io, questo mi è saltato alla mente ieri sera, quando avevo vent’anni non pensavo di arrivare a quaranta.» (pag. 14 E, invece, grazie al cielo! …Ma sono peli nell’uovo, pedanterie!

Il fatto sostanziale è che la sua scrittura diaristica non è tale perché rispetta la cronologia. Essa non si sviluppa lungo l’asse temporale, in diacronia. Infatti, il terzo brano, «La vita esposta» non fornisce nessuna indicazione di tempo, mentre «Adesso» si dice che è stato scritto alle cinque del mattino di una giornata di fine novembre (pag. 19). In «Prosa del quattro settembre» è omesso l’anno, il flusso linguistico di «Collegio dei docenti» non presenta nessuna indicazione temporale e così dicasi per «Discorso sulla terra dell’osso». Perché allora sono definiti diari? Mi pare che la risposta possa essere questa: perché raccontano prevalentemente fatti, pensieri, umori e sentimenti dell’autore; perché la componente autobiografica ha una presenza rilevante (a pag. 12, ad esempio, Arminio racconta di aver un fratello, una moglie, due figli, ecc. ecc.); perché gli stimoli a scrivere sono forniti dalle occasioni della sua esistenza.

Ma, seguendo la definizione di Fortini, c’è il problema di scoprire le “costanti” e il loro “significato”. In altre parole, c’è il problema di seguire lo sviluppo dei temi che si ripetono, delle questioni affrontate, dei contenuti emotivi e cognitivi, individuali e sociali espressi nelle pagine. A stare alle indicazioni dell’autore, le costanti sarebbero soltanto psicologiche: l’impazienza, la concitazione; oppure, come si evince dalla scelta degli alter-ego, la pornografia ansiosa o l’astrattezza giovanile. Indubbiamente. Ma non riesco ad accontentarmi, non riesco a fare a meno di attraversare le pagine per andare oltre l’irrequietezza e i turbamenti, per evidenziare qualche questione ineludibile, per provare a dare risposte a domande del tipo: come parla Arminio della sua vita-morte? E della sua scrittura? E come pensa il suo rapporto col corpo? E come parla delle sue relazioni sociali? E del rapporto con le donne?…Ecc. ecc.
Soprattutto: come ne parla nelle diverse fasi della vita, come modifica i suoi pensieri e le sue visioni nel tempo. In fondo, un diario, serve anche a questo: a seguire la permanenza o lo sviluppo di un pensiero, di un motivo, di un tema; a cogliere cambiamenti, evoluzioni. «Ho lavorato a questi testi dalla fine degli anni Ottanta», scrive nei Ringraziamenti (pag. 119) Arminio. Da allora ad oggi, ne è passata di acqua sotto i ponti. Quindi… I veri libri, e quelli del nostro autore lo sono, pongono problemi, formulano domande, producono emozioni e suggestioni, sconvolgimenti, immagini e pensieri, fantasmi e visioni. «La vita se non è terribile ti sfugge» (pag. 28). La massima probabilmente vale anche per un libro. Almeno un po’. Provo, allora, a toccare con mano qualche problema presente in questi Diari.

REFLEJOS (NC)

2. La poesia del sabotatore universale. A far da chiave introduttiva ai Diari, Arminio colloca, in esergo, una poesia: «Salto da una morte all’altra / ed è sempre dentro la mia vita / che mi ritrovo, / sabotatore universale / che vorrebbe far saltare / anche il suo covo.» (pag. 3). Sei versi in tutto, un po’ sibillini. E’ un Io sottinteso che parla, un Io che sceglie per sé l’apposizione di “sabotatore universale”. Mentre il sostantivo dice abbastanza chiaramente l’attività danneggiatrice e distruttrice di questa funzione-maschera psichica, l’aggettivo copre un’area di significati oscillante da “relativo all’universo” (l’Io- sabotatore, quindi vorrebbe far saltare tutto e tutti) all’essere principio generale, una sorta di “chiave universale” che, invece di aprire tutte le serrature, le danneggia e le sfascia. Quest’Io sabotatore ha una sorta di attività (salta da una morte all’altra), una vita in cui costantemente si rifugia e un desiderio: vorrebbe far saltare anche la sua vita-covo. Si noti il doppio senso del verbo “saltare”: dal movimento del balzare al far esplodere, scoppiare. Distruttore di tutto e di tutti ed auto-distruttore.

Il pensiero di questo testo mi sembra andare oltre l’antitesi freudiana della “pulsione di vita” opposta a quella “di morte”. L’Io-sabotatore è un Io-Thanatos che ha non ha fuori di sé vita, ma morte. Egli balza da una all’altra, per ritrovarsi successivamente sempre dentro la sua vita. Se questa è energia, biologia, Eros che si autorganizza, vita-“covo” in cui ritrovarsi, ma anche da cui uscire, se non altro per star dietro alle morti che si succedono una dopo l’altra (ma forse sarebbe meglio star anche dietro alle vite singolari, naturali e sociali!…); essa, a stare al senso dei versi, è occupata dall’Io-sabotatore. E’ vita-covo di Thanatos, esistenza tanatofila. Mi sembra qui postulato un vero e proprio piacere distruttivo. Tanto sabotatore e aggressivo da desiderare di rivolgersi contro la propria stessa esistenza, selvatica ed animalesca (vita-covo). Forse le posizioni espresse in questi versi derivano in parte dalla cultura psico-analitica ben nota all’autore (di “sabotatore interno” parla William Ronald Dodd Fairbairn in «Studi psicoanalitici sulla personalità»), in parte da filosofi, antropologi e scrittori come G. Deleuze e F.Guattari, G. Bataille, ecc. Soprattutto quest’ultimo direi.

MY EROS (nc)

La fonte più prossima, infatti, mi sembrano alcune pagine del libro sull’erotismo del 1957. Ho in mente pensieri come questi: «Ogni essere è distinto da tutti gli altri. La sua nascita, la sua morte, gli avvenimenti della sua vita, possono avere interesse per gli altri, ma egli è l’unico che vi sia direttamente interessato. Lui solo nasce. Lui solo muore. Tra un essere e l’altro vi è un abisso, vi è discontinuità […] Quest’abisso è, in un certo senso, la morte, e la morte è vertiginosa, è affascinante. » (Georges Bataille, “L’erotismo”, ES, pag. 14). A pensieri simili di Bataille si possono accostare quelli di Arminio; un esempio: «Gli uomini raramente ti fanno impressione. Non sei mai riuscito a credere veramente nella loro vita, non sei mai riuscito veramente a farti raggiungere nella tua.» (pag. 44). E’ la visione generale, comunque, che sa, per così dire, di “aria di famiglia”.

 L’erotismo è un’opera che andrebbe tenuta presente, credo, anche per comprendere meglio il Diario del pornoansioso. Non si dimentichi la definizione iniziale: «Dell’erotismo si può dire che è l’approvazione della vita fin dentro la morte» (pag. 13). E di morte le pagine del pornoansioso sono traboccanti.. Tornando un po’ indietro, il pensiero espresso con allarmante stupore nei versi della poesia commentata, si ritrova in altri passi dei Diari. Più avanti, ad esempio, agli inizi de «La vita esposta»: «Quando penso alla vita mi viene sempre di accompagnarla con questo aggettivo: esposta. Quando penso alla vita penso sempre che è esposta alla morte. Come una casa che ha il pavimento squarciato da una faglia e da sotto spira il vento, il vento del thanatos». (pag. 16) O ancora più avanti, nel testo «Prosa del quattro settembre», quando parla della sua ipocondria: «L’ipocondriaco sente che avere il corpo malato fa sentire quando ci sia estraneo: noi apparteniamo al nostro corpo ma esso non ci appartiene. Allora ecco che diventiamo spioni, voyeur di noi stessi, alla ricerca del traffico losco che il nostro corpo intrattiene coi demoni. Dentro di noi c’è un sabotatore e chi ne avverte lucidamente la presenza non può lasciarsi andare proprio a niente, né alle donne, né al mondo. Si sta sotto il fuoco di un cecchino che non spara, prende solo la mira.» (pag. 21).

Questo giro di pensieri è ispirato, come appare del tutto evidente, all’heideggeriano “essere-per-la-morte”. In realtà, il corpo-vita non è esposto alla morte più di quanto sia esposto al mondo e, soltanto quando diventa cadavere, si fa cosa in decomposizione tra le cose del mondo. Prima di quel momento, prima di diventare preda dei vivi, corpo-vita e mondo si co-appartengono. L’uno e l’altro si offrono e si espongono reciprocamente. E’ chiaro: il corpo di Arminio è quello di un ipocondriaco, come ha spiegato in lungo e in largo in queste pagine e in altre (cfr. “Circo dell’ipocondria”, Le Lettere, 2006). Il che significa corpo-vita che rende il suo Io corporeo corpo-mondo. Umberto Galimberti nel suo esauriente volume sull’argomento, quando parla del corpo “malato” o “addolorato”, scrive: «La presenza si raccoglie nell’ascolto del proprio corpo, un ascolto ansioso, inquieto che rattrappisce ogni prospettiva, allontana ogni progetto, defila il mondo in una distanza sempre più remota, perché, nel dolore, il mio corpo diventa per me il mondo, l’unico polo della mia cura.» (U. Galimberti, “Il corpo”, Feltrinelli, pag. 275).
A me non sembra del tutto così. Ho visto l’Io-corporeo di Arminio sul palco del Formicoso invitare il pubblico presente a lottare contro il progetto di impiantare una discarica in quelle terre; così come ho visto lo stesso corpo andare instancabilmente avanti e indietro a Cairano per accogliere e presentare ospiti…Insomma, mi sembra un Io che si espone al mondo. Ma nelle pagine di questo libro (non dimentichiamolo: testi a cui lavora dalla fine degli anni Ottanta…) la musica percettiva e immaginativa suona così.

FRAMMENTO (NC)

 

3. – Analisi ravvicinata di «Serata in pizzeria». Leggendo questo testo, la prima cosa che mi viene in mente è che somiglia un po’ ad un atto amministrativo. Tutti, prima o poi nella vita, avranno avuto sotto gli occhi un foglio in cui una qualche autorità, dopo un lungo preambolo di citazioni di leggi, norme e premesse motivazionali, arriva al dunque, dichiarando cosa dispone di fare. Arminio, grosso modo, fa lo stesso e, dopo aver ripetuto, per otto volte, andando regolarmente a capo «Premetto che…Premetto che…Premetto che…» fino alla nona ed ultima: «Premesso tutto questo e altro che tralascio per non farla lunga…», arriva al dunque e dichiara di passare «alla discussione della serata in pizzeria così come si è svolta nella mia testa» (pag. 7) Accidenti, per non farla lunga!…Ma se tutto il preambolo occupa la bellezza di una pagina e mezza!…E’ chiaro che Arminio fa sul serio. Come negargli, però, anche un intento parodico, una volontà di fare il verso a queste scritture che sicuramente procurano un po’ di meraviglia al lettore. Meraviglia, sconcerto e spesso fastidio per chi vorrebbe andare subito al sodo. Poveretto!…Non ha mai letto Caproni, non conosce i versi stupendi di Res amissa citati dall’autore: «Nessuno è mai riuscito a dire / cos’è, nella sua essenza una rosa.» Figuriamoci, commenta Arminio tra il serio e il divertito, «se si può dire di una serata in pizzeria» (pag. 8).

All’interno di una tale prospettiva, il lungo preambolo ha dunque una precisa funzione: intende rendere edotto il lettore sulle mille variabili all’opera dentro una situazione; variabili passate e presenti, antecedenti e conseguenti, dipendenti e indipendenti. Arminio ne enuncia alcune relative: a) Al proprio Io corporeo (il consumo della birra con la pizza gli produce un «doloroso calore alla testa»; la posizione seduta lo mette quasi sempre a disagio; soffre di una grave forma d’ipocondria e, quindi, è costantemente in allarme per il suo corpo); b) Alle sue abitudini e alla sua storia sociale («fino a pochi anni fa neppure ci pensavo di andare a fare una pizza con gli amici»); c) Alla qualità scadente della pizza consumata; d) All’insoddisfazione esistenziale vissuta nella giornata precedente, insoddisfazione generale che non gli consente di indicare un giorno in cui si sia sentito davvero bene o davvero male; e) Alla città (Avellino), alla data (4 maggio 1998) in cui si è consumata la serata f) Alla pioggia della giornata e della serata del 4, che continua il 5: «piove anche adesso che sono le sette del giorno 5 maggio» (pag. 7).

A guardar bene, un elenco disparato di variabili, ma sufficiente a dare l’idea di avere a che fare con una situazione non facilmente controllabile dal punto di vista cognitivo e narrativo. Da qui la scelta dell’autore di non raccontare la serata, di tacere sui due compagni iniziali (chi erano? Come si chiamavano?…), sulla coppia che si è aggiunta al terzetto e sulle altre due persone, «entrambe di sesso maschile», arrivate alla fine. Insomma, degli altri sei commensali non si saprà niente, se non che erano lì, anonimi fantasmi in schermaglia tra di loro: «Il terzetto iniziale sembrava avviato a una discussione sul sesso, ma gli arrivi successivi ci hanno sviato verso una conversazione mozza, fatta di piccole frasi aguzze. Una schermaglia, una guerriglia in cui, come molto spesso accade, il conflitto c’è ma non viene dichiarato» (pag. 8). E’ vero. Tante volte le conversazioni a tavola o gli incontri fra amici vanno avanti così. Tante volte prevalgono altri bisogni (di affermazione del sé, di riconoscimento dei propri punti di vista, ecc.) rispetto alla capacità di ascoltare gli altri, di farsi carico delle tesi e/o delle opinioni sostenute, di argomentare convergenze e divergenze, ecc. D’altronde scambiare quattro chiacchiere, mentre si mangia una pizza insieme, non ha forse il fine di venire a capo dei destini generali o delle fisiche e metafisiche di ognuno.

DI VERSO IN VERSO (NC)

Forse uno scrittore meno concentrato sul proprio corpo-mondo o testa-mondo, potrebbe cogliere altri elementi: cinesici, prossemici…Sette persone sono comunque un piccolo gruppo e, per quanto, la comunicazione possa essere conflittuale si addensa sicuramente intorno ad alcuni assi portanti. Così la penso io. Arminio omette drasticamente le informazioni sugli altri e si limita a qualche considerazione sociologica sul significato assunto dal trascorrere una serata in pizzeria, dove «si va solitamente pensando di mangiare e parlare senza spendere molto. Da questo punto di vista le serate in pizzeria sono ormai accessibili a tutti e potrebbero essere prese a emblema della nostra società, che si dice democratica e in pizzeria riesce a esserlo» (pag. 7). E’ un’illusione si capisce. La democrazia e il suo esercizio non si riducono ad un problema di “accessibilità” maggiore, minore o nullo a certi consumi.

Ma torniamo al dispositivo, alla «discussione della serata in pizzeria così come si è svolta nella mia testa». Arminio è esplicito. Ripeto: non gli interessa la dinamica del piccolo gruppo temporaneamente costituitosi intorno al tavolo. Preferisce focalizzare la sua attenzione su ciò che succede nella sua testa, così accalorata che, ad un certo punto, sembra essere «in combustione» (pag. 8). E’ così accesa, infervorata, dolorante che avrebbe voluto « buttare la testa con tutto quello che c’è dentro in un bidone d’immondizia. Non si può fare: la testa ci deve marcire o rinsecchire sul collo.» (pag. 8). Ecco da un lato il sabotatore dell’Io corporeo e dall’altro l’impossibilità per questo stesso Io di uscirne. L’ipocondriaco è un nevrotico condannato a vivere. Ricordo mia madre cardiopatica che “non riusciva a raccogliere il cuore” (erano sue parole) e una sua cugina. Tutte le volte che s’incontravano, mia madre diceva che se la passava benino ( “Così e così!…Finché siamo qui!…”), l’altra ne aveva sempre una (“Oh, cugina mia, la testa!…Mi scoppia!”, “Oh, cugina mia, le spalle!…Non riesco a tenerle diritte!…”). Inutile dire che mia madre, pur essendo più giovane della cugina, è morta un decennio prima. La cardiopatica se n’è andata a 76 anni, l’ipocondriaca a quasi 90.

Auguro una vita ancora più lunga all’ipocondriaco di questo libro. In fondo, ognuno di noi muore solo e non ho nessuna invidia per tutti coloro che mi sopravviveranno. Le nevrosi sono nevrosi e l’Io di questa serata in pizzeria ha dichiarato in premessa di soffrire di una grave forma d’ipocondria. Prendere o lasciare. Prendere. Dagli ipocondriaci si può imparare molto; sono degli interessanti case study: «Allora ancora non lo sapevo, io non parlavo di me stesso, ma di un caso, il caso Arminio. Esponevo la cosa più intima come fosse la cosa più distante» (pag. 17). Dichiarazione importantissima. Ci fa capire quanta distanza quest’Io ipocondriaco è capace di porre fra la sua coscienza-autocoscienza (percezione, comprensione, osservazione, giudizio, ecc.) e il suo corpo, avvertito come altro da sé, nemico incontrollabile, estraneo. Se si tiene presente che lo scrivere è un gesto anche corporeo, di trasporto di pensieri sulla carta, di “messa in forma”, il sentire a distanza il proprio corpo aiuta a porre la necessaria distanza anche col proprio “corpo scritto”. Ciò consente di sviluppare distacco e manovra, sensibilità alla lingua e capacità di utilizzo.Così i diari presentano “messe in forma” che variano. Arminio dice che non segue un modello («Io non sto seguendo nessun modello. Scrivo e basta», pag. 13). A volte è così, più spesso no. A me sembra che molti pezzi abbiano per modello il monologo interiore ; quello sul «Collegio dei docenti», ad esempio, ha chiaramente per riferimento lo stream of consciousness di Joyce.

Ma, a guardar bene, quasi tutti i pezzi presentano una struttura fondata sulla “libera associazione”. Nella «Serata in pizzeria», l’arrivo di una coppia è sufficiente a far scattare una catena associativa che, partendo dal tentativo di capire quale reale legame unisca un uomo e una donna, si sofferma sull’equivoco prestigio che godrebbero parole come amore e poesia, parole fumose usate per nascondere la paura di morire, procede con l’esplicitare il proprio pensiero su questi argomenti, considera chi si dichiara felice (poeta o amante che sia) un essere difettoso come tutti, ammonisce chi rimuove questa consapevolezza di entrare “nel grande circo dell’astratto che domina il mondo” e, infine, chiama in causa Dio che se avesse saputo ciò che l’uomo ha inventato non l’avrebbe creato, dispensandoci, respirate!, dal conoscere le sue opinioni sull’esistenza o meno del supremo creatore. Vertiginoso. Dalla coppia al prestigio equivoco dell’amore-poesia alla paura di morire, alla felicità in sé difettosa, a Dio che crea malamente l’uomo…E’ un tourbillon!…

Ma meglio godersi il paragrafo. Leggerlo e rileggerlo attira e sorprende molto di più dei miei maldestri tentativi di parafrasarlo e riassumerlo: «Io non so bene cosa sia una coppia. Le coppie pare siano formate da un uomo e una donna che dicono di amarsi e che passano quasi tutto il loro tempo a dimostrare il contrario. La parola amore, come la parola poesia, gode di un singolare e a mio parere equivoco prestigio, legato più che altro alla molteplicità di accezioni che le si possono dare. Insomma, gli uomini e le donne pare che si scelgano le parole che fanno più fumo sperando di nascondere il fatto che temono di morire. Io sull’amore e sulla poesia voglio dire che sono cose che in un certo senso esistono solo quando non ci sono. Una persona felice che si crede felice o un poeta che si crede poeta in realtà sono esseri difettosi, come tutti. Ma nel momento in cui rimuovono il proprio difetto entrano nel grande circo dell’astratto che domina il mondo: se dio avesse saputo che gli uomini avrebbero inventato le poesie, i giornali, la televisione, credo che avrebbe creato un’altra cosa (tralascio qui di opinare sull’esistenza di dio e torno alla nostra serata.» (pag. 7-8).

Vorrei possedere la straordinaria competenza e intelligenza di un Eric Auerbach per esaminare un simile paragrafo dal punto di vista stilistico. Mi piacerebbe risalire, a spirale, come faceva lui in quel grande libro che è Mimesis, da queste proposizioni e periodi, che si allineano uno dietro l’altro e si accumulano senza un centro, al clima culturale che, in qualche modo, ne consente la produzione e alla consapevolezza storicamente determinata (non ho dubbi!) dell’autore che elabora e formula brani simili. Vorrei dirla tutta: se un libro come Gomorra di Saviano ci consente di capire quale ruolo gioca il sistema camorristico nell’economia legale e illegale dell’Italia tutta (e in parte di alcune zone europee); un libro come questo aiuta a capire quali sono attualmente le modalità prevalenti di rappresentazione della nostra realtà. E’ Arminio che scrive, ma dentro il paragrafo parla un Io incerto che non sa bene, che continua a ripetere con prudenza “pare…pare”, a cautelarsi perplesso con avverbi come “quasi” con formule limitative del tipo “a mio parere”, “in un certo senso”, ecc. ecc. E’ un Io che un po’ sa che le relazioni di coppia e quelle d’amore, il fare poesia e il desiderio di un’esistenza che non sia una “vitetta” sono infestate di ferite, contraddizioni, difetti e un po’ teme di spararle grosse.

Qualche coppia si salva, qualcuno ama davvero proprio sapendo che deve morire (e perciò non nasconde i suoi amori dietro parole fumose), qualcun altro scrive poesie o prose per esporsi perché il corpo di ognuno è per definizione esposto (cfr. fenomenologi come Husserl e Merleau -Ponty) e poi perché preferisce le scritture che franano a quelle pronte all’uso dell’industria culturale, a quelle sempre evasive e a lieto fine, a quelle dogmatiche e pesanti che stanno lì pronte a schiacciarti come un masso…E’ un Io, insomma, che non taglia a fette la realtà, ma che ne ha nostalgia («quasi nessuno ci vuole bene, quasi nessuno ci vuole male»), che si preferisce sulla pagina, piuttosto che fare a cazzotti coi padroni del mondo (sottinteso: come un po’ hanno fatto i suoi fratelli maggiori, finiti malamente chi nell’inferno del terrorismo, chi in viaggi verso i paradisi artificiali dell’eroina, chi in esotismi e orientalismi d’accatto…): «Io mi preferisco quando scrivo. Quando esco dal rigo mi sento smarrito» (pag. 9). Chi non sente poesia-poesia in queste parole? Chi non ode la tenerezza di questa musica verlainiana (“la musique avant toute chose”…) che s’insinua nella quasi rima di “preferisco/esco”, della ripetizione “quando/quando”, nell’assonanza di “scrivo/rigo/smarrito”?…Bisogna essere ciechi e sordi per non vedere e udire questa materia verbale così bene impastata e così pronta a sedurre e intrappolare l’ingenuo lettore. La poesia, come l’amore, c’è solo quando, in un certo senso, non esiste. E’ vero. Arminio, va preso in parola. Alla lettera.

ascolto metamorfosi (nc)

In questo libro c’è poesia, molta poesia; poesia di buona fattura; ottima. (il grassetto è mio,del postatore) Ma è camuffata da prosa, nascosta sotto. Celata. Provare per credere: «Io mi preferisco quando scrivo. / Quando esco dal rigo / mi sento quasi smarrito. / In particolare mi sembra di avvertire / una quasi impossibilità / di stare al mondo, / in questo mondo / che non sa più raccontarsi / che pensando solo ad arricchirsi / inesorabilmente / s’impoverisce.» (pag. 9). Le barrette, ovviamente, le ho messe io per suggerire l’a capo dei possibili versi. E’ una delle tante possibilità. Ciò che vorrei fosse chiaro è che questa “prosa” è linguaggio ripiegato su di sé, più simile agli impasti verbali della poesia che ai ritmi e agli sviluppi della prosa. La prima, oltre a metafore-paronomasie- anafore-assonanze e consonanze, ama i cortocircuiti, i salti logici, le libere associazioni, le evocazioni, le suggestioni; la seconda, sempre nutrendosi di buoni impasti verbali, ha bisogno di focalizzazione, prospettiva, punti di vista, sviluppi, dialoghi, argomentazioni. Mi pare fosse Calvino a sostenere che la prosa migliore della tradizione italiana era quella di Galilei del Dialogo sui massimi sistemi.

Il mondo non sa più raccontarsi?…Ma no, caro Arminio, non è il mondo. Siamo noi che non sappiamo più raccontarlo. Siamo noi che non sappiamo più coglierlo nelle sue contraddizioni, nelle sue guerre, nelle sue lotte crudeli, nelle sopraffazioni, nel lercio nascosto sotto le maschere del dominio. Siamo noi che non sempre sappiamo riconoscere gli “eroi positivi”, le sentinelle che resistono, quelle che oppongono i loro corpi ai carri armati e che dicono basta. Le maschere del dominio (che non è soltanto quello “dell’astratto”, ma anche quello più terra-terra di chi decide d’impiantare una discarica lì piuttosto che là) sanno raccontarsi, sanno vendere le loro immagini e i loro sogni di potere, come ha mostrato con grande efficacia Marco Belpoliti nel suo bel saggio dedicato, appunto, al “corpo del capo”. Siamo noi che non sempre sappiamo raccontare la bellezza della rosa che ferisce, la verità dei molti in marcia non verso il Nulla, ma verso un senso, uno straccio di senso alla traiettoria della propria esistenza. Abbiamo bisogno d’immaginazione, di comunità (sia pure provvisorie), di storie. Abbiamo bisogno di serate in pizzerie in cui l’eroe poeta-scrittore racconti la fiamma che brucia nella sua testa (vita-morte, amore-donne, scrittura-mondo, dio-nulla), ma non dimentichi o, peggio, rimuova le storie di quegli altri sei commensali, non li riduca a fantasmi anonimi…Anche, perché, se è vero come Arminio scrive più avanti che ogni testa «è un luogo del mondo, un luogo diverso per ognuno di noi» (pag. 9), sapere cosa accade all’interno-esterno di ogni testa-mondo è forse legittima curiosità.

Ma il nostro autore confessa di non sapere «scrivere racconti, inventare una storia e dei personaggi. L’altro ieri ho scritto una lettera a Marco Lodoli in cui gli dicevo che scrivere una storia è come vestire un pesce o un uccello.» (pag. 12) Più chiaro di così. Gli animali citati, probabilmente non hanno bisogno di storie; ma gli esseri umani, come insegnano decine di psicologi post-razionalisti, hanno una “mente narrativa”. I loro corpi si vestono, oltre che di gonne e pullover, di storie. Forse non si vestono neanche: sono storie. Il mio parere è che in questi Diari Arminio si conferma quell’originale poeta che è, talento invidiabile con una straordinaria sensibilità per le immagini e le parole, capace di trascinare il lettore nei suoi monologhi verbali, nelle sue costruzioni linguistiche tessute con intelligenza sulfurea, spigolosa, amante dei paradossi, dei salti di senso e dei cortocircuiti esistenziali; un’intelligenza che si nutre di malattia, di lampi e allarmi mortali dentro la vita, di eros e thanatos. Verso la fine di quell’incantevole brano che è «Adesso», parlando del suo rapporto con le donne (altro tema da perlustrare con cura), si legge: «La mia non è una richiesta di penetrazione, ma di inclusione. Io voglio entrare nelle donne per poi uscirne. Non voglio essere amato, voglio essere ripartorito. Come se nascendo una seconda volta potessi finalmente espormi alla vita, al suo vento al suo calore. Sono infinitamente, penosamente avvilito da questa mia vita al chiuso, vita di fantasma che si nutre ormai solo delle sue stesse parole.» (pag. 20)

Quando questo miracolo si avvererà – e sicuramente si avvererà -, quando Arminio avrà la fortuna di tornare a nascere, l’augurio che fraternamente posso fargli è che si nutra meno delle sue stesse parole e che butti con più intensità l’occhio sulla prosa del mondo. Forse è l’unico modo per non rendere e rendersi fantasma.

AGRODOLCE (NC)

 

(Tutte le foto dal blog http://natàliacastaldi.wordpress.com, tranne dove diversamente indicato)

30 Novembre 2009

 
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...