DIARIO DI UNA NOTTE DI PRIMA ESTATE
(Frammenti per Cairano 7x)
 
 
di Salvatore D’Angelo

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I.                La notte sposa la notte

La notte sposa la notte
      – a due voci a due facce,
e si sposa al colore del canto
         al respiro del racconto
che noi stessi scriviamo,
     foss’anche con l’essere qui
insonni dimèntichi,
         frammenti di naufragio
sospesi sul monte,
          sulla punta del cuore
d’un paese che ci accoglie discreto,
       nuovo ventre materno
            che (non) ci farà salvi
dalle folate di pioggia
   che frustano la notte/zavorra
dentro di noi…
 
Ma se  ad essa si guarda
       come a un manto di stelle felici
nella domenica di giugno,
              in attesa dell’alba,
noi – spettatori attenti – in piedi
       a reggerne con coraggio le bave,
fili invisibili che tessono storie
               (le illusioni, le follie
che di qui a poco andremo a creare
           impastando passato e presente)
allora sì, avremo
di questo- un diverso respiro
e varranno per noi le parole del poeta
          le parole di quando il mondo
non era ancora entrato
          nella tempesta delle finzioni
allora tutto ci sembr(erà)vero
   miserabilmente o felicemente intero.
Ogni cuore, ogni paese,
            ogni luogo in cui c’è vita
(sarà) per noi
          una piccola tavola imbandita:*….
 
 
 

Utopia_by_Yanheng (1)

 
 
 
 
II.           

II. Migranti, migrazioni

                          alla famiglia Ruberto

 
 
La parola (la memoria)
             passa da padre a figlia
da nonna a nipote,
         a tessere i fili d’un tempo
che stordisce, e non stupisce
       il volto  immobile di geni
che ripètono se stessi
                   nelle generazioni
che scrutano il passato
      e vi trovano i giorni le guerre
il cielo le bombe i cavalli
      gli esodi le morti e le nascite
 (e voi sempre lì,
           mentre infuriava la guerra…)
 
Ogni cosa non è che saccheggio
      persino le schegge di bottiglia
i vivi e i morti
    – minutaglia che il tempo ricicla
e cancella
       tutto a campo aperto, profondo
un tutto (anche questo)
               che la notte raccoglie
nelle sue braccia capienti
               e poi riveste d’oblìo,
come foglie di coca
                  a lenire il dolore,
d’un passato di fatiche in altura
   e la violenza una brutta avventura.
 
A guerra finita c’è
               da tornare alla vita :
di lavoro patìre
          o migrare per vivere ancora,
il Venezuela il Belgio l’America,
 bisogna sognare una nuova frontiera
da qui, da uno sperone di roccia
               con gli anni che volano
da mondo a mondo,
luce da luce
        notte da notte e vita da vita,
tesi nel respiro, nel volto
       che attraversa mille frontiere:
quel volto
(miracolo delle pagine bianche)
      si fa pagina bianca esso stesso,
su cui ciascuno
               traccia il suo segno
lascia il suo passo
                 rinnova il suo pegno.
 

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III.        Le manine
 
 
Come manine
i desideri
alitano nell’aria,
i pensieri danzano,
in attesa
della collisione,
dell’incontro
che li fecondi…
 
(e li tocchi
e li senti
e ne ausculti il respiro…)
 
le manine
pencolano,
scivolano,
planano lente,
s’adagiano infine
sulle foglie degli alberi…
 
Quali occhi hai tu,
quale manina si poserà
sul mio volto?
 
Mi lascerò andare
al tocco lievissimo
che infiamma la radice
nascosta sotto una terra
che non oso guardare?

REFLEJOS (NC)

 
 
IV.            Doppio duetto
 
 
La scrittura di note
           per chitarra e vibràfono
che accompagna il passo
           del viaggiatore notturno
qui, nella chiesetta gremita –
   è come un cammino processionario
verso la comunione inattesa
               dei vivi e dei morti.
 
Il sax il violino, strani fratelli
          lungo il sentiero pietroso,
accompagnano l’uomo
                 che viaggia da solo
sotto il cielo notturno
     e avanza circospetto, discreto,
come volpe che attraversa il maggese
e fugge alla tana.
 
Dallo spartito s’incarna,
               una nota nell‘altra,
il doppio duetto che prende
       l’abbrivio un poco per volta;
il cuore ride, si scalda
     alla trama di sguardi d’intesa:
gemme nascoste, traccianti
   che illuminano gli scorci più bui
che giacciono dentro.
 
Il poeta è strumento,
                 disegna il suo arazzo
di note e parole
           con trame di fili e di bave
e ancora non sa
                 che dovrà ringraziare
sax e violino,
             chitarra e vibràfono,
strani fratelli che tendono braccia
                 di fiato e di corde,
di chiavi e dita distese
                      ad allacciare
quegli sguardi d’intesa..
 
Il poeta non sa
         la malìa di quelle parole,
vi si tuffa ormai senza rete,
       mulinando le note sui tasti
come braccia in un lago di suoni;
            lo spettatore attento
le ingoierà ad una ad una,
                  quarzi ingemmati
di luce cangiante,
                doni la cui grazia
fermenterà in un futuro remoto
                la cui suggestione
è già qui, nell’attesa,
          nell’ansia che cattura me
e il musicista – poeta
                  che s’affida
a quegli strani fratelli
                  per intrecciare
il suo arazzo di suoni…
 

ascolto-metamorfosi 1 (NC)

 

 
 
V.                Un interrogativo
 
 
 
Chi è dunque il pazzo,
    l’uomo capitato nel posto sbagliato,
alle tre di notte,
          nell’ estate di pioggia e di vento
o lo spettatore attento
                     che ringrazia dio
per averlo conservato
            sino alla soglia dell’alba,
davanti al falò dei ricordi,
               sulla riva d’un mare di carta,
a guardare inutilmente il mondo
                             o è pazzo colui
che prepara adagio la pipa e l’accende,
     in attesa che l’ultima stella si spenga?**
 
Questa la domanda
           dal diario di note e parole
di rabbie e dolcezze
            che fondono, e stingono
in un colore che fa sentire irreali,
      qui, nella chiesetta dei morti e dei vivi.
 

THE LAST DINNER (NC)

 
 
VI.            La notte sposa la notte
(ripresa)
 
 
Sì, la notte sposa la notte,
             stringe le braccia intorno a noi,
sconosciuti e fratelli,
      ci stringe facendo vibrare corde segrete
nel cuore d’un paese meteorite,
                ventre materno da cui usciamo
guardandoci intorno
                  con occhio straniato,
come fossimo noi
             il racconto dell’uomo
che si fece farfalla,
                   che morì muore e morrà
in una notte senza principio né fine,
     pure se questa avrà i colori dell’alba.
 
 FRAMMENTO (NC)

 
 
 
VII.        Un poeta commenta
 
                                              Ad Adelelmo Ruggeri
 
 
 

Chi sono i nottambuli

 

 che s’ aggirano per scorci e gradini,
 manine notturne
                                 sospese per aria
in attesa dell’alba ?
 Chi sono gli insonni fratelli
       che strappano una parola ancora
 alla notte, mentre muoiono le stelle
                                 nel blu che s’ingrigia?
 

E cos’è – questa- una vacanza?

 

Da ragazzi la vacanza

                            era inscritta nella vita
 in altra maniera,
        in un mondo non ancora entrato
 nella tempesta delle finzioni,
                    e noi s’andava una settimana,
 in vacanza..lo ricordo come fosse ora,

La casa stava sulla destra

                                  a salire verso la chiesa,
 gradini d’accesso
                                    e un piccolo giardino.
 Sul fresco,
                              le merlettaie a gruppetti,
 presso gli usci, velocissime tessevano.
 La settimana finiva in un soffio,
       non ricordo come tornavamo a casa,
 ricordo solo
                     che quella vacanza ci bastava,
 NOI ERAVAMO PRESSO DI NOI,
                                         nulla ci era estraneo,
 tutto era familiare
                                   vicino, intimo
 come fossimo i soggetti
                             d’una tesi futura di Sloterdijk…***
 

il flusso dei ricordi prende forma

                                              nelle parole del poeta
 che s’è dato convegno
                                              con amici e sodàli
qui sulla rupe,
                                          alla sommità della notte
 che ingrigia a poco a poco, 
                                     e s’inàlba fino a diventare
 mattino, nella prima luce d’estate…
qui, sullo strapiombo
                                           io mi sento come allora,
 tutto è intimo,
                             niente è spaesato…
 
 (sì, volano i pensieri,
                                    manine nell’alba del giorno)

 
 ascolto metamorfosi (nc)

 

 

VIII. Dieci haiku sul tema del silenzio,
         dalla rupe di Cairano

                                                     a Claudio Damiani,
                                                    ad Antonella Anedda,
                                                  a  Franco Arminio,
                                                 ad Andrea Di Consoli,
                                                                  ad Adriana Rocco

*
I monti sanno ascoltare il silenzio,
dolci come la pietra, non piangono

 

 

*
Nella sera, libero da padrone,
non abbaia il cane, azzanna il silenzio

 

*
Il silenzio delle erbe e delle pietre
si spande sull’orizzonte, sui prati

 

*
Il respiro cerca fuga  nell’aria,
non piange ma canta muto silenzio

 

*
Provvisoria, transeunte umanità
da educare al silenzio, al respiro
che parla ma che non  dice parola

 

*
Non dormono gli alberi, vigilano
su noi chini che dormiamo in silenzio,
sognatori sdraiati nel rumore

 

*
Il silenzio della pioggia, nuvole
bianche e nere che non paiono vere

 

*
Fortezza, gradini, casa, camino,
nel silenzio del tramonto e dell’alba

 

*
Tutti noi qui, che facciamo camino
intorno al fuoco, ignoti e fratelli,
in fuoco altro che parla  con voci
che  ora  e qui  più non  hanno parola

 

*
Il Tempo – ogni tempo– finirà nel silenzio.

 

 

 

 
Dalla rupe di Cairano

 

 




IX.   
Il sogno della lumaca
 
 
T’ho trovata, manina
       sei qui e hai il mio stesso colore.
Guarda, sono una lumaca che striscia,
                 che lecca nel fondo cavo
della tua schiena,
           dove il tuo e il mio desiderio
non sono che acqua,
              allegro ruscello che scorre
e riflette la luce d’estate,
                 desiderio che ci resètta
e ci riduce a fanciulli,
                  al grado zero che siamo,
a nient’altro
        che all’io e al tu
                       che siamo e saremo….
 
DI VERSO IN VERSO (NC)

 

X.            Ultimo frammento
 
 
Cos’altro
     in coda al mattino
           se non lo zirlìo
               del tordo sul melo,
                  la nuvola striata nel cielo
                      col bianco/azzurro che ti fa velo?..
 
 

ERO UNA DONNA (NC)

 
 
 
Si utilizzano inserti da ( e dunque grazie a) :

* Franco Arminio, Poeta con famiglia
** una suggestione da Cesare Pavese citata da
 Vittorino Curci in La ferita e l’obbedienza
*** elaborazione di suggestioni da un post di
    Adelelmo Ruggeri  su Comunità Provvisoria
 
S. D. A.
 
 
 
 
 
 
 

 A PROPOSITO DI ROSARNO

 

 

 

OTTO FRAMMENTI  DI VOCE D’ESILIO

_____________________________________________________________

di Véronique Vergé

 
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1.
Non c’era la luna della sabbia
solo un lampo
il cartone
la capanna
la mano spegne
il ricordo del giorno.

 

2.
Pelle nuda
blu cupo
come riflesso
tu vedi il colore
senza ascoltare
la mia voce

 

3.
Ho gridato
quando il coltello
ha attraversato
il fianco
ho visto mia madre
nel sole
sotto la palma
non era qui
il sole è scomparso
il grido è rimasto
appiccicato alla piazza

 
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4.
Dopo la traversata
l’uomo mi ha detto
di ubbidire
e di mangiare
le lacrime
sono un naufrago
delle terre da coltivare.


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5.
I miei occhi parlano
per il mio silenzio.
Voglio ammazzare la paura.

 Rosarno

6.
Ho messo le mani
sulle orecchie
un ronzio
come uccelli al paese
ma le parole
sono entrate in me
offese

 

7.
Per un sorriso
di te
ragazza
mi hai comprato
un collare
di poco
ma luccicante
un sorriso

 

8.
La stazione
la conosco
come ragnatela
nella mente
ho il fagotto
plastica
e vestiti
mi fermo
nella luce.

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(Pubblicato 9 Gennaio 2010 alle 15:05 su Nazione Indiana post CACCIA AL NERO di Marco Rovelli)

 

 

DUE SONETTI CAUDATI

 

 

 

 

NIENTE RESTERA’ DI QUESTA GIORNATA

 

di Salvatore D’Angelo

 

Non ai morti s’ addice la tristezza
ma al bugiardo perdurare dei vivi.

(Chandra Livia Candiani)


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Niente resterà di questa giornata

di cielo terso di terra bagnata,

non un cirro, un’erba, un gocciolïo

di rugiada, neppure un vago addïo.

 

Niente resterà di te del trapestìo

del mondo; svanirà la luce, l’urlìo

del vento  in mezzo ai rami, e la calata

dell’oblìo sarà la robusta ondata

 

che tutto scioglierà nelle sue braccia:

l’ordine del cielo il muro degli dei

miti storia, ogni vaga  creazione.

 

L’ora, il  tramonto non avranno traccia

solida dell’ ieri… il tempo, i suoi rodei,

tutto sarà mentale costruzione.

 

China del silenzio, dimenticanza*

qui, ora e sempre, ne saranno oltranza.

 

 

* da un verso di Chandra Livia Candiani

 

 

A Benedetto Fabio Milazzo (1978-2009)

In memoriam

 

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ACCECHERAI LE STELLE AD UNA AD UNA

______________________________________

di Salvatore D’Angelo

 

 Vado a dormire, mia nutrice, mettimi giù.

(Alfonsina Storni)
 

…ser para siempre, y no haber sido

(Jorge Luis Borges)

  LE PLEIADI           

Accecherai le stelle ad una ad una;

nessuno avrà le chiavi del cielo

a scardinarne i segreti, la luna

tremerà, ma niente ti farà velo;

 

ábbraccerài, tu notte, i diamanti

luminosi dei ricordi, brucerai

i ponti dietro di noi, con i santi

amici, sull’ultimo soffio; sarai

 

cammino, memoria, e solitario

ascolto di pianto, vento di spiaggia

schiumosa, conchiglia, nudo sipario,

 

teätro, e boccascena di sogni

annegati nella luce dell’alba,

lunario d’ogni speranza, tu notte:

 

dio, un’onda nell’anfratto roccioso

io, solo un sasso nel fondo fangoso.

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SONETTI “INCIVILI”
PER I MIGRANTI

DI TUTTE LE LATITUDINI
E LONGITUDINI
 
 

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OTTOMILA EURO : VENDI LA TERRA

 
 
ai marocchini del ghetto di Eboli,
alle “bestie” in fuga – e a quelle "stanziali"-  di Rosarno
 
 
 
Ottomila euro : vendi la terra
per la terra promessa, ma l’inferno
è ciò che t’ aspetta, com’ una guerra
senza ritorno, c’è solo l’eterno
 
miraggio fatto d’inganni: migranti
in vendita per un po’ di futuro.
“Chi è il tuo prossimo?”Sono tanti,
violenti, non ti senti al sicuro..
 
L’altro è alieno senza più sguardo,
merce di scambio per il nero mercato
della xenofobia, un ghigno beffardo
ricolmo di beni, cristo negato..
 
L’altro è dolore senza memoria,
uomo schizoide senza più storia..
 
 
 
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S.D.A. , 23 . 12 . 2007

Rosarno

 
 

QUELL’ UOMO ANZIANO SAPEVA DI COSA

 
A tutti i “dimenticati”, a tutte le  vite vendute

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Quell’uomo anziano sapeva di cosa

si trattava; la donna lo fissava
stupita, con sguardo dolce, da sposa;
l’uomo finiva,ma il vento soffiava..
 
Il bambino moriva sotto gl’occhi
della madre; nel Natale di stragi
fogli di diario, come scarabocchi
indicibili, con cani randagi
 
in fuga. Ad annusare l’assenza
di vita non restava che fuggire..
Niente paura, ma l’indifferenza
cresceva, ed era più che morire..
 
“La pace è finita, andate in guerra!..”
Mai più moratoria per questa terra!
 
 
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S.D.A., 27 . 12. 2007

 
 

 
CINQUE SONETTI FUORI REGISTRO
 
 
SONETTO DEGLI ANGELI ASSENTI…
 
di  Saldan
 

LE Sette Opere della Misericordia (Caravaggio)

 

A volte gli angeli sbagliano volo,
e misurano il tempo sugli umani
affanni o s’incartano, per il solo
rischio ch’ accendan di luce il domani :

impossibile per chi sta s’un molo
aperto a venti e tempeste, le mani
piegate a preghiera, in quell’ angolo
in fondo alla vita. Sono lontani

angeli assenti: niente miracolo,
ti guardano diafani come insani
eremiti, ma attenti al pur piccolo
suono, immobili come sultani;

tu li richiami, rimangono muti,
angeli assenti, dagli occhi perduti.
 
 
 
 
 
 
 
….E DEGLI ANGELI DALLE  ALI SPEZZATE

MADONNA E BAMBINO 8CARAVAGGIO)

 
 

Quegli angeli hanno le ali spezzate,

non si levano in volo, restan soli
in un angolo, le braccia piegate,
nient’amore, nulla che li consoli…
 
I volti alla pioggia già invocano oblìo,
come parole perdute per strada,
come  solchi lasciati lungo il pendio,
che v’han tracciato l’aratro e la spada..
 
Smeralda è la luce là che collega
il cielo alla terra, ma non c’è seme
che fecondi nel buio, quella piega
sotto le stelle ne chiude l’insieme..
 
La notte racchiude tutto : l’enigma
degli angeli suoi, la morte, lo stigma…
 
 
 
reverberi 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
I SOLDI, QUELLI SON COME DIO: MEGLIO
 
 
a Jessica, allieva di Marco Lodoli
 

 
I soldi, quelli son come Dio; meglio
dell’arte, ti portano in fretta altrove,
di là dagli ottocento al mese, o meglio
di là dallo squallor che non commuove.
 
I soldi ti frantumano il reale,
la torta che nessuno vuol mangiare;
ti cullano con ritmo celestiale
per un mare ov ‘è bello navigare.
 
Là i soldi ti erigono alte mura,
torri intorno ai tuoi mondi paralleli.
Con ali di cinismo o d’avventura
sali in alto, in volo, in altri cieli..
 
Dannata povertà, dannato amore,
cupo, dannato regno del dolore!
 
 
 
 APOCALISSE - SEVERINI
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
SONETTO SITUAZIONISTA
 
 
Abbasso Debord!
Viva la televisione!
 
 
Ah,che epi/o/ca di merci e passioni,
epo/i/ca di capitale maturo!..
anche il diavolo v’ha messo al sicuro
la morte con le sue cupe ossessioni!..
 
E i servi v’hanno ucciso i padroni:
lo dice lo specchio virtuale, puro
sacello d’irrealtà, che catturo
in questa ultraselva oscura di suoni…
 
Il grado zero dello spettacolo
non dà convulsioni, ma schermo piatto
su plasma: è un impuro abitacolo!…
 
Su, accorrete al nuovo miracolo,
cronaca e storia non hanno più impatto,
ma nebbia, ma rifatto vernacolo!…
 
 
 
 
 
 
 severini2
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

SONETTO MORALISTA
ACROSTRICO PER E. M.

 
Per respirare non basta vivere
e prendere un aereo, sparire,
rendere la rabbia per non soffrire
e andare via o dire basta, bere

la cicuta di  stare in questo mondo,
dare in giro uno sguardo rammendato
a colui ch’ è in altro affaccendato,
muto di parola oppure facondo,

arreso al nulla, senza fiato, cieco,
rantolante di morte al silicone;
tutto questo non basta al serpentone
inàne, crudo, del vivere di sbieco;

no di certo, non basta a respirare:
occorre aria nuova, occorre amare.
 
 
 
 A. WHAROL - MARYLIN
 
 
 
 
 


UN GRANDE 2010 PER IL CAMBIAMENTO

LA BOEMIA E’ SUL MARE


di Ingeborg Bachmann

INGEBORG BACHMAN


Ingeborg Bachmann

Se qui sono verdi le case, in una casa entro ancora.
Se qui sono integri i ponti, cammino su suolo sicuro.
Se in ogni tempo pena d’amore è perduta, qui contenta la/ perdo.

Se non sono io, è un altro ed è un io come me.

Se qui una parola sino a me confina, lascio che confini.
Se la Boemia ancora è sul mare nei mari io credo di nuovo.
E se ancora nel mare io credo io spero nella terra.

Se sono io, lo è un altro ed è a me uguale.
Più nulla per me io voglio. Io voglio naufragare.

Al fondo, sì, sino al mare, lì la Boemia ritrovo.
Sul fondo sospinta, sereno è il risveglio.
Ora so dal profondo e più perduta non sono.

Venite boemi voi tutti, gente del mare, puttane dei porti e navi disancorate. Non volete essere boemi, illiri, veronesi,
e veneziani voi tutti. Le commedie recitate che sono fatte per ridere/

 
e inducono al pianto e cento e più volte sbagliate,
come me che tanto ha sbagliato e prove mai ho superato,
sì, l’una e l’altra volta le ho superate.

Come la Boemia le ha superate e un bellissimo giorno
il mare le fu donato e adesso è sul mare.

Io confino ancora con una parola e con una terra diversa,
io confino, anche se poco, sempre più con tutto,

un boemo, un errante, che nulla ha, nulla trattiene,
capace ancora soltanto di vedere dal mare, che è

controverso,la terra/

della mia Elezione.
 
 
25 aprile sempre

 
 

(Dal blog Anna Maia Ortese-in sonno e in veglia)


UN GRANDE 2010 PER IL CAMBIAMENTO



SUI MIGRANTI E SUL DOLORE, SULLA FORZA COMUNICATIVA DELLA POESIA

 
 
di Saldan

 
“À la question toujours posée :’Pourquoi écrivez-vous?’ La réponse du poète sera toujours la plus brève :’Pour mieux vivre’ “.(Saint-John Perse)
(“Alla domanda sempre rivolta :’Perché scrivi?’ La risposta del poeta sarà sempre la più breve .’Per vivere meglio’ “ (Saint-John Perse)
 

makeba

 

Miriam Makeba

Ora che il cancan mediatico su zingari rom e immigrati, utilizzati come arma contundente per la sicurezza, sembra scemare  vien voglia di fermarsi ad ascoltare le voci vere del dolore e dell’esilio, aspirare il frastuono e respirare un po’ di verità; solo la forza comunicativa della poesia riesce a coglierne la bellezza e a restituirne la semplicità.
 
Vi propongo una poesia di Manuel Scorza, poeta e scrittore peruviano morto all’aeroporto di Madrid, in seguito a un incidente aereo. Chi non ha letto Rulli di tamburi per Rancas, Storia di Garabombo l’invisibile?  Il testo che vi accingete a leggere dà voce al povero, allo sradicato, all’esiliato, una realtà tragicamente attuale nella più parte del nostro globo, ma che raramente appare sui media, se non nei soli aspetti grandgugnoleschi o spettacolari o per strumentali manipolazioni.
 
I bambini nelle miniere di salnitro, di zolfo o rame del Sudamerica e i milioni di altri sfruttati come schiavi in tutti gli angoli del mondo non sono fantasia ma un incubo che pochi hanno voglia di guardare in faccia; l’avanzare della povertà e delle nuove povertà assume ritmi sempre più crescenti,nuovi proletari –parola assurda- si aggirano per il mondo… lo spettro del comunismo vieneesorcizzato… salvo a ritrovarselo – chissà come, chissà quando- ancora tra i piedi, prima o poi…
 
Ma tutto ciò non (?) c’entra.

Pensavo a questo, quando m’è capitato tra le mani il testo di Scorza, lo rileggevo e ripensavo a Zì Puppeniello, morto emigrante, dopo una vita di fatiche e di mestieri i più umilianti ma con l’incrollabile sogno di essere accettato e di integrarsi, in California…forse vi sono riusciti i figli,forse sono usciti dal ghetto auto-emarginante dell’italianità, laggiù…
 
Uaglió, a’ merica sta ccà,disse quando tornò per la festa del paese, e ricordo ancora il tono definitivo di quella sola frase, con cui diede risposta a tutte le mie curiosità sull’ America…

 
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(Dal blog georgiamada)

YO SOY EL DESTIERRADO

 
di 
Manuel Scorza
(Lima 9.9.1928 – Madrid 28.11.1983)
 
 
America,
a mí también debes oírme.
Yo soy el estudiante pobre
Que tiene un solo traje y muchas penas.
Yo soy el provinciano
Que no encuentra la puerta en las pensiones.
 
Te digo que en las calles,
y en las azoteas y en las cocinas,
y al fin de cada día y en mi pecho,
algo se está muriendo.
 
A mí tambén debes oírme.
Yo soy el destierrado,
yo vagué por las calles
hasta que los perros cerraron sus alas
sobre mi corazón.
 
Acuérdate, acuérdate de mí.
Hay días
Que no tengo ganas de ponerme los ojos,
días en que hasta los pájaros
se pudren a la mitad del vuelo.
 
Ay, orgullosa,
a tí no te hablaron de cuartos inmundos,
tú no sabes lo que es vivir con una mujer
que zurce su ropa llorando.
Porque durante siglos los poetas callaron,
y en el silenzio sólo se escuchaba
un susurro de abejas que sonaba.
Pero un día ya no se pudo más,
y el dolor empezó a mancharlo todo:
la mañana,
 
el amor,
el papel donde cantábamos.
Un día el dolor empezó a gotear desde abajo,
Daban los puros gritos desgarradores,
Una mano amarguísima derribó mi pecho.
 
Ahora vengo a tí gimiendo,
aquí está mi voz encarcelada,
aquí estoy yo,debajo de este frente,derrumbado.

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(Don Peppe Diana, che insegna a lottare contro "l’esilio" dell’ignavia)


I’ SONG’ L’EMIGRATO   ‘O ZĺNCARO   ‘O SRARECÁTO

 
a Giuseppe Benucci (1920-2002),”Zí Puppeniello”
a tutti i migranti, zingarie.. destierrados di questo mondo
 
 
America,
mo’ tu m’’e ‘a sentí a mme.
I’ song ‘ o povero pezzènte
ca tène sul’ ‘nu vestíto e tanti ppéne.
I’ song ‘ o cuózz’ cuntadíno
ch’ ‘a truàto sèmpe chius’ ‘e ppòrte.
 
Mo’ i’ te ‘rico ca p’ ‘ e vvie,
‘ncòpp’ e ll’àsteche e ‘int’ ‘e ccucìne,
a ffinàle ‘e juorno e ‘mpiétt’ a mmé
caccòsa sta murènno.
 
Ma mo’ tu m’adda sentí a mmé.
I’ song’ ll’esiliato, ‘o sràrecàto, ‘o zíncaro
che ha sbariàto pe’ tutt’ ‘e strade‘e chistu mùnno,
‘a ro’ pur’ ‘e can’ l’ ànna scanzàto.
 
Arricuórdate, arricuórdate ‘e me.
Ce stanno juorne
ca nun me rèano manco ll’uócchie,
juorne ca pure ll’auciéll’ nu’ nze fírano ‘e vulà.
 
Ah, tu sì superbiósa,
a te nisciùno t’’a cuntàto
‘e chesti bbaràcch’ šchianiàte,
tu nu ssàje che ssignìfica campà
cu ‘na fémmena ca cóse ‘e ppèzze sòje
cu’ ll’uócchie chìn’ ‘e làcreme.
P’ troppu tiémpo attuórno a nnuje
nu silenzio accussì funno
ca manco ‘e mmošche se sentevano ‘e vulà,
p’ troppu tiempo pur’ ‘e poet’ ànna taciùto,
o’ silenzio è stat’ ‘a vočia nòsta,
fin’ a cché nu ‘nce l’ìmma fatt’ cchiù
e o’ rulóre s’à magnàto tutt’cose
‘a matìna,
a’ mmóre,
a’ voce cu cché alluccàvemo.
Nu juórno o’ rulóre accuminciaje
a saglì ‘a vascio, se sentévano
sul’ allùcch’ rišperàte ca sagliévano e carévano,
ah, comm’ fuje amara chélla màn’ ca m’accèrett’ ‘mpiétto!
Fuje allóra ca te pigliàst’ ‘a vita mí !
 
America,
i’ veng’ a ddò te chiagnènno,
a’ vočia mì sta arèt’ a’ stì ccancèlle,
a’ ro’ stòngh’ì.. muórto.. sràrecàto..
‘nfùnn’ a’ cchésta terra!…
 
(libero adattamento di Saldan)
 
 ELISABETTA COSIMI 11

 

 
 
 
 

Il testo di Scorza l’ho letto con la suggestione di Zì Puppeniello ancora forte in me, sicchè in madre lingua esso è fermentato e s’è adattato per lui e per tutti i migranti di questo mondo. Dunque, c’è qualche libertà rispetto all’originale. Ma , sono certo , Scorza (ovunque si trovi ora) non se n’avrà a male.
 
Ad ogni modo, per chi proprio non riesce a leggere il mio dialetto, propongo di seguito la traduzione italiana di Gianni Toti, da Imprecazioni e Addii, i Taschinabili Fahrenheit 451 Roma, € 4,50.
 
IO SONO L’ESILIATO

feu-jungle

 
 

America

devi sentire anche me.
Io sono lo studente povero
che ha un solo vestito e molte pene.
Io sono il provinciano
Che non trova la porta nelle pensioni.
 
Io ti dico che nelle strade,
nelle terrazze e nelle cucine,
e sul finire di ogni giorno e nel mio petto,
qualcosa sta morendo
 
Anche me tu devi ascoltare.
Io sono l’esiliato,
io ho vagato per tutte le strade
finché i cani hanno chiuso le loro ali
sul mio cuore.
 
Ricordati, ricordati di me.
Ci sono giorni in cui non ho voglia di mettermi gli occhi,
giorni in cui persino gli uccelli
imputridiscono a metà del volo.
 
Ah, orgogliosa,
a te nessuno ha parlato forse
di queste stanze immonde,
o non sai che cos’è vivere con una donna
che rammenda la sua roba bagnandola di lacrime.
Perché per secoli hanno taciuto
I poeti e in quel loro silenzio
Soltanto si ascoltava un sussurro di api che suonava.
Però un giorno non se ne poté più,
e il dolore cominciò a macchiare
tutto, mattina, amore,
la carta su cui cantavamo.
Un giorno il dolore cominciò
a gocciolare dal basso,
soltanto grida laceratrici
in alto gocciolando ricadevano,
amarissima fu la mano che demolì il mio petto…
Adesso vengo a te gemendo
E qui sta la mia voce incarcerata,
qui sto io, sotto questa mia fronte,
                                       precipitato.

brickCPT

 

UN GRANDE 2010 DI SPERANZE DI SOGNI E DI LOTTE PER IL CAMBIAMENTO, PERCHE’ L’UTOPIA SIA SEMPRE LA STELLA POLARE CHE INDICHI LA VIA PER LE TRASFORMAZIONI POSSIBILI, SEMPRE.

ELISABETTA COSIMI 13

 

Saldan