DIARIO DI UNA NOTTE DI PRIMA ESTATE
(Frammenti per Cairano 7x)
 
 
di Salvatore D’Angelo

herbertlist19031975losg

 
 
I.                La notte sposa la notte

La notte sposa la notte
      – a due voci a due facce,
e si sposa al colore del canto
         al respiro del racconto
che noi stessi scriviamo,
     foss’anche con l’essere qui
insonni dimèntichi,
         frammenti di naufragio
sospesi sul monte,
          sulla punta del cuore
d’un paese che ci accoglie discreto,
       nuovo ventre materno
            che (non) ci farà salvi
dalle folate di pioggia
   che frustano la notte/zavorra
dentro di noi…
 
Ma se  ad essa si guarda
       come a un manto di stelle felici
nella domenica di giugno,
              in attesa dell’alba,
noi – spettatori attenti – in piedi
       a reggerne con coraggio le bave,
fili invisibili che tessono storie
               (le illusioni, le follie
che di qui a poco andremo a creare
           impastando passato e presente)
allora sì, avremo
di questo- un diverso respiro
e varranno per noi le parole del poeta
          le parole di quando il mondo
non era ancora entrato
          nella tempesta delle finzioni
allora tutto ci sembr(erà)vero
   miserabilmente o felicemente intero.
Ogni cuore, ogni paese,
            ogni luogo in cui c’è vita
(sarà) per noi
          una piccola tavola imbandita:*….
 
 
 

Utopia_by_Yanheng (1)

 
 
 
 
II.           

II. Migranti, migrazioni

                          alla famiglia Ruberto

 
 
La parola (la memoria)
             passa da padre a figlia
da nonna a nipote,
         a tessere i fili d’un tempo
che stordisce, e non stupisce
       il volto  immobile di geni
che ripètono se stessi
                   nelle generazioni
che scrutano il passato
      e vi trovano i giorni le guerre
il cielo le bombe i cavalli
      gli esodi le morti e le nascite
 (e voi sempre lì,
           mentre infuriava la guerra…)
 
Ogni cosa non è che saccheggio
      persino le schegge di bottiglia
i vivi e i morti
    – minutaglia che il tempo ricicla
e cancella
       tutto a campo aperto, profondo
un tutto (anche questo)
               che la notte raccoglie
nelle sue braccia capienti
               e poi riveste d’oblìo,
come foglie di coca
                  a lenire il dolore,
d’un passato di fatiche in altura
   e la violenza una brutta avventura.
 
A guerra finita c’è
               da tornare alla vita :
di lavoro patìre
          o migrare per vivere ancora,
il Venezuela il Belgio l’America,
 bisogna sognare una nuova frontiera
da qui, da uno sperone di roccia
               con gli anni che volano
da mondo a mondo,
luce da luce
        notte da notte e vita da vita,
tesi nel respiro, nel volto
       che attraversa mille frontiere:
quel volto
(miracolo delle pagine bianche)
      si fa pagina bianca esso stesso,
su cui ciascuno
               traccia il suo segno
lascia il suo passo
                 rinnova il suo pegno.
 

_medium

 

 
III.        Le manine
 
 
Come manine
i desideri
alitano nell’aria,
i pensieri danzano,
in attesa
della collisione,
dell’incontro
che li fecondi…
 
(e li tocchi
e li senti
e ne ausculti il respiro…)
 
le manine
pencolano,
scivolano,
planano lente,
s’adagiano infine
sulle foglie degli alberi…
 
Quali occhi hai tu,
quale manina si poserà
sul mio volto?
 
Mi lascerò andare
al tocco lievissimo
che infiamma la radice
nascosta sotto una terra
che non oso guardare?

REFLEJOS (NC)

 
 
IV.            Doppio duetto
 
 
La scrittura di note
           per chitarra e vibràfono
che accompagna il passo
           del viaggiatore notturno
qui, nella chiesetta gremita –
   è come un cammino processionario
verso la comunione inattesa
               dei vivi e dei morti.
 
Il sax il violino, strani fratelli
          lungo il sentiero pietroso,
accompagnano l’uomo
                 che viaggia da solo
sotto il cielo notturno
     e avanza circospetto, discreto,
come volpe che attraversa il maggese
e fugge alla tana.
 
Dallo spartito s’incarna,
               una nota nell‘altra,
il doppio duetto che prende
       l’abbrivio un poco per volta;
il cuore ride, si scalda
     alla trama di sguardi d’intesa:
gemme nascoste, traccianti
   che illuminano gli scorci più bui
che giacciono dentro.
 
Il poeta è strumento,
                 disegna il suo arazzo
di note e parole
           con trame di fili e di bave
e ancora non sa
                 che dovrà ringraziare
sax e violino,
             chitarra e vibràfono,
strani fratelli che tendono braccia
                 di fiato e di corde,
di chiavi e dita distese
                      ad allacciare
quegli sguardi d’intesa..
 
Il poeta non sa
         la malìa di quelle parole,
vi si tuffa ormai senza rete,
       mulinando le note sui tasti
come braccia in un lago di suoni;
            lo spettatore attento
le ingoierà ad una ad una,
                  quarzi ingemmati
di luce cangiante,
                doni la cui grazia
fermenterà in un futuro remoto
                la cui suggestione
è già qui, nell’attesa,
          nell’ansia che cattura me
e il musicista – poeta
                  che s’affida
a quegli strani fratelli
                  per intrecciare
il suo arazzo di suoni…
 

ascolto-metamorfosi 1 (NC)

 

 
 
V.                Un interrogativo
 
 
 
Chi è dunque il pazzo,
    l’uomo capitato nel posto sbagliato,
alle tre di notte,
          nell’ estate di pioggia e di vento
o lo spettatore attento
                     che ringrazia dio
per averlo conservato
            sino alla soglia dell’alba,
davanti al falò dei ricordi,
               sulla riva d’un mare di carta,
a guardare inutilmente il mondo
                             o è pazzo colui
che prepara adagio la pipa e l’accende,
     in attesa che l’ultima stella si spenga?**
 
Questa la domanda
           dal diario di note e parole
di rabbie e dolcezze
            che fondono, e stingono
in un colore che fa sentire irreali,
      qui, nella chiesetta dei morti e dei vivi.
 

THE LAST DINNER (NC)

 
 
VI.            La notte sposa la notte
(ripresa)
 
 
Sì, la notte sposa la notte,
             stringe le braccia intorno a noi,
sconosciuti e fratelli,
      ci stringe facendo vibrare corde segrete
nel cuore d’un paese meteorite,
                ventre materno da cui usciamo
guardandoci intorno
                  con occhio straniato,
come fossimo noi
             il racconto dell’uomo
che si fece farfalla,
                   che morì muore e morrà
in una notte senza principio né fine,
     pure se questa avrà i colori dell’alba.
 
 FRAMMENTO (NC)

 
 
 
VII.        Un poeta commenta
 
                                              Ad Adelelmo Ruggeri
 
 
 

Chi sono i nottambuli

 

 che s’ aggirano per scorci e gradini,
 manine notturne
                                 sospese per aria
in attesa dell’alba ?
 Chi sono gli insonni fratelli
       che strappano una parola ancora
 alla notte, mentre muoiono le stelle
                                 nel blu che s’ingrigia?
 

E cos’è – questa- una vacanza?

 

Da ragazzi la vacanza

                            era inscritta nella vita
 in altra maniera,
        in un mondo non ancora entrato
 nella tempesta delle finzioni,
                    e noi s’andava una settimana,
 in vacanza..lo ricordo come fosse ora,

La casa stava sulla destra

                                  a salire verso la chiesa,
 gradini d’accesso
                                    e un piccolo giardino.
 Sul fresco,
                              le merlettaie a gruppetti,
 presso gli usci, velocissime tessevano.
 La settimana finiva in un soffio,
       non ricordo come tornavamo a casa,
 ricordo solo
                     che quella vacanza ci bastava,
 NOI ERAVAMO PRESSO DI NOI,
                                         nulla ci era estraneo,
 tutto era familiare
                                   vicino, intimo
 come fossimo i soggetti
                             d’una tesi futura di Sloterdijk…***
 

il flusso dei ricordi prende forma

                                              nelle parole del poeta
 che s’è dato convegno
                                              con amici e sodàli
qui sulla rupe,
                                          alla sommità della notte
 che ingrigia a poco a poco, 
                                     e s’inàlba fino a diventare
 mattino, nella prima luce d’estate…
qui, sullo strapiombo
                                           io mi sento come allora,
 tutto è intimo,
                             niente è spaesato…
 
 (sì, volano i pensieri,
                                    manine nell’alba del giorno)

 
 ascolto metamorfosi (nc)

 

 

VIII. Dieci haiku sul tema del silenzio,
         dalla rupe di Cairano

                                                     a Claudio Damiani,
                                                    ad Antonella Anedda,
                                                  a  Franco Arminio,
                                                 ad Andrea Di Consoli,
                                                                  ad Adriana Rocco

*
I monti sanno ascoltare il silenzio,
dolci come la pietra, non piangono

 

 

*
Nella sera, libero da padrone,
non abbaia il cane, azzanna il silenzio

 

*
Il silenzio delle erbe e delle pietre
si spande sull’orizzonte, sui prati

 

*
Il respiro cerca fuga  nell’aria,
non piange ma canta muto silenzio

 

*
Provvisoria, transeunte umanità
da educare al silenzio, al respiro
che parla ma che non  dice parola

 

*
Non dormono gli alberi, vigilano
su noi chini che dormiamo in silenzio,
sognatori sdraiati nel rumore

 

*
Il silenzio della pioggia, nuvole
bianche e nere che non paiono vere

 

*
Fortezza, gradini, casa, camino,
nel silenzio del tramonto e dell’alba

 

*
Tutti noi qui, che facciamo camino
intorno al fuoco, ignoti e fratelli,
in fuoco altro che parla  con voci
che  ora  e qui  più non  hanno parola

 

*
Il Tempo – ogni tempo– finirà nel silenzio.

 

 

 

 
Dalla rupe di Cairano

 

 




IX.   
Il sogno della lumaca
 
 
T’ho trovata, manina
       sei qui e hai il mio stesso colore.
Guarda, sono una lumaca che striscia,
                 che lecca nel fondo cavo
della tua schiena,
           dove il tuo e il mio desiderio
non sono che acqua,
              allegro ruscello che scorre
e riflette la luce d’estate,
                 desiderio che ci resètta
e ci riduce a fanciulli,
                  al grado zero che siamo,
a nient’altro
        che all’io e al tu
                       che siamo e saremo….
 
DI VERSO IN VERSO (NC)

 

X.            Ultimo frammento
 
 
Cos’altro
     in coda al mattino
           se non lo zirlìo
               del tordo sul melo,
                  la nuvola striata nel cielo
                      col bianco/azzurro che ti fa velo?..
 
 

ERO UNA DONNA (NC)

 
 
 
Si utilizzano inserti da ( e dunque grazie a) :

* Franco Arminio, Poeta con famiglia
** una suggestione da Cesare Pavese citata da
 Vittorino Curci in La ferita e l’obbedienza
*** elaborazione di suggestioni da un post di
    Adelelmo Ruggeri  su Comunità Provvisoria
 
S. D. A.
 
 
 
 
 
 
 
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3 thoughts on “

  1. Caro Salvatore, grazie per la dedica e per avere ricordato quelle mie parole. Ci sono secondo me alcuni centri molto forti in questo tuo poemetto. E c’è una domanda pure essa molto forte:-  "E cos’è – questa – una vacanza?" – che "i nottambuli" paiono tutti scambiarsi, anche senza pronunciarla.
    Che cosa è accaduto realmente perchè accadesse questo che non è soltanto un personale sentire? A un certo punto scriviu due versi molto belli: "Nella sera, libero da padrone, / non abbaia il cane".
    Ecco, forse è accaduto proprio questo a far sentire "vacanza".
    Poi, a un certo punto, arrivano anche gli alberi e "il cielo notturno": "non dormono gli alberi, vigilano / sui noi chini che dormiamo in silenzio".
    C’è una grande esattezza secondo me in questi ‘alberi’ che vigilano’, perfino in quel ‘che’ tra ‘noi’ e ‘chini’. Ed è lì, anche secondo me, che deve stare, e non come potrebbe essere – più facilmente – fra ‘chi’ e ‘dormiamo’.
    Un abbraccio
    Buona settimana
    Adelelmo

  2. e va beh, i soliti refusi:…
    l’ultima frase è del tutto sbagliata
    volelo dire
    … perfino in quel ‘che’ tra ‘chini’ e ‘dormiamo’. Ed è li … e non fra ‘noi’ e ‘chini’…
     (spero di esserci riuscito a dirlo bene)
    ad.

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