QUALE IL SUONO DEL QUADERNO DI LEGNO ?

 

di  Salvatore D’Angelo

 

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Posto qui ancora poesie di Andrea Di Consoli, tratte dal suo QUADERNO DI LEGNO, e rileggendole mi domando, appunto, quale ne sarebbe il suono. Qui ne propongo alcune dalla sezione n. 7, quella che va sotto l’epigrafe di “Pagana e oscena filosofia del paese”.

La sequenza è casuale, non è quella impaginata nel libro. So di fare cosa parzialissima, arbitraria, perché il libro va letto nella sequenza proposta, per  non perdere il fascino del “racconto”, ché di un racconto si tratta, o meglio, del movimento “raccontato”  del pensiero e del sentimento della vita e della morte, dell’io e di Dio, dell’essere e del nulla, dello sgomento – perfino della depressione  che questo può creare -, della rabbia, della malinconia, della lucida, disperata ansia della ragione, dell’io impossibilitato, perché esso stesso frantumato, a raccontare una “realtà”  fatta di mille superfetazioni che ne annullano l’essenza, vanificandone i punti di riferimento; e dell’ansia  a “raccontarlo”, tutto questo – anche con durezza e scandalo (penso al Reparto n. 9 nel fondo della disperata carne)-  ma sempre con libertà, con lacerante sincerità e, direi, con visione aperta, che forse si apre a un nuovo approdo a Dio a al divino, attraverso la disperata e rabbiosa negazione che ne fa la ragione . Sarà questo il suono del Quaderno di Legno ? Ma ne riferirò in altro post. Lasciamo che parli  il suo δάίμον (dàimon, dèmone) poetico.

 

 

 

 

di Andrea Di Consoli

 

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Vorrei dire io

su questa strada                

di agosto calda

-tra i neri campi bruciati,

le curve accecate di luce,

gli uccelli eolici.

Ma non dico io

né dico tu

né dico voi tutti;

provo a dire un nuovo soggetto naturale,

un trionfo di cose sacre,

un silenzio di grano nero

(un attaccamento provinciale,

prima di morire, o fratello ipocondriaco).

Verrà il Dio dei cieli e delle chiese abbandonate

a cercarci,

col voltastomaco delle curve

-verrà nelle piazzole

dove leccammo

le mogli disoccupate,

odorose di detersivo e di cane bagnato.

 

***

 

Scavo nella mente

come un topo

-gettando all’aria Amore,

Famiglia, Cultura-

E foro il cielo

al contrario

(nell’Antispazio della Psiche).

Lì trovo luce,

e pace profonda

(in quello spiazzo

luminoso, in quel

cielo lontano dal cielo:

nella Mente del Mondo)

ma Dio non c’è,

c’è solo il dottor Jung:

il Dio doppiato di

una vecchia speranza.

 

***

Odiati dai nemici, bestemmiati,

o amati dai pochi amici,

si muore senza resuscitare.

Ma, una volta morti,

s’inizi una nuova vita

con quel che la natura

-in assenza di sentimenti

Ha previsto per noi animali,

in un regno di moti segreti,

di atomi invisibili ai vivi,

ma grandi (per ogni atomo vivo

di un corpo morto)

come città illuminate

-Los Angeles, o Città del Messico.

Saremo, senza memoria e senza

sguardo (senza io ), le cose,

e nelle cose?

 

***

 

Fare, precisamente, come se

non ci fossimo mai stati

-e, prima di sparire,

diventare un rivo secco,

un filo d’erba piegato dal vento,

un’ ombra  di vento senza testimoni.

Essere lì dove non c’ è sguardo,

dove non c’è memoria,

dove non c’è più cronologia.

Trasformare il nostro nome

In una distrazione,

in un fruscio,

in un pugno di cenere lieve,

nonostante giovinezza.

 

              ***

La verità sarebbe solo

ciò che rimarrebbe uguale

anche se non accadesse (mai).

Le cose succedono sempre,

ma cosa succede

per davvero: un fatto?

(Non le storie, perciò,

ma le ragioni interne

andrebbero perseguite).

[…]

Cosa, dunque, è duraturo?

La solitudine della filosofia,

o l’essenza delle idee

E cosa siamo senza storie,

senza gli echi della piazza?

(La verità, poi, siamo

sicuri che ci basta?)

 

Da QUADRENO DI LEGNO – Reparto n. 7 (Pagana e oscena filosofia del paese)

 

 

 

CHI COMANDA, LA NOTTE,

LA REPUBBLICA ITALIANA?

 

 

 

 di Andrea Di Consoli

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Chi comanda, la notte,

la Repubblica italiana?

Le luci degli uffici sono spente,

i computer disconnessi

– solo, lampeggiano

piccoli punti colorati -,

il Palazzo del Governo è sbarrato,

il Parlamento divorato dalle ombre.

Chi veglia, la notte,

sulla Repubblica Italiana?

Gli archivi sotterranei sono chiusi a chiave,

i faldoni e le carte s’impregnano di buio,

i processi vengono lasciati sulle scrivanie

– e, alle 3 di notte,

tutti tornano ad essere innocenti.

Esiste ancora, la notte,

la Repubblica italiana?

Nei Ministeri vuoti s’ odono lievi rumori,

i Senatori russano nelle camere d’albergo,

i Giudici, nel dormiveglia,

si rigirano nel letto.

Anche negli studi della Televisione di Stato

Gli uomini della vigilanza

s’assopiscono nelle macchine,

come bambini pieni di sogni.

Così, la notte, la Repubblica italiana,

senza Governo, galleggia sulle tenebre,

comandata dagli spiriti dei morti,

e dai fantasmi insonni di un lungo passato.

 

Reparto n.2 (Giorno dopo giorno, a Roma) da QUADERNO DI LEGNO

 

 L’ ANGELO SULLE CITTA’1


Posto qui due di un gruppo di tre testi che Giuseppe Limone mi ha regalato ieri, parte di un poemetto scritto in giorni di sofferenza. Sono poesie bellissime, straordinarie; la potenza delle immagini, dense di riferimenti  dai libri sapienziali (bibbia), non è mai puro esercizio estetico, ma serve perfettamente a veicolare il sentimento che le informa; anzi, scaturiscono da esso e trasmettono emozione.

 

Non c’è nulla di aulico nel  registro e il  tono “epico” – come nel caso di L’Angelo sulle Città –  è ben calibrato e serve un sentimento della vita che va al di là della retorica dell’appartenenza ideo-teologica, per rappresentare l’universale sentimento “umano” del dolore e della pietà, della paura e dello sgomento che, com’è noto, appartengono all’uomo dalla notte dei tempi, preesistenti alle cattedrali ideologiche del potere (ogni potere) e che hanno finito per oscurare la forza della Verità che, si sa, difficilmente riluce tra gli ori e i marmi dei Poteri e meno che mai nella tronfia retorica delle aggressività ideologiche. 

 

(Saldan)

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IN SALA INTENSIVA

 

 

di Giuseppe Limone

 

 

Tutti nella bocca del drago

sperando non se ne accorga la paura.

Infermieri e infermi,

medici e prostrati.

Il giorno è prigioniero della notte,

il silenzio del rumore

in questa sala macchine di persi.

Spettri di canti

sotto la coltre ipnotica dei bip.

Qualche viso di conforto spunta

vivo, come una spiga,

fiammula fatua fra le ombre e prega

in un soccorrere fatato.

Fuori la porta genitori oranti,

vittime d’amore.

Con noi due bimbi di tre mesi,

recisi vivi

in gocce di speranza,

abbarbicati alla pietà.

 

 

9.01.2010

 

 

L’ANGELO SULLE CITTA’[1]

 

                                                                                Il Timeo platonico è il primogenito dei Miti

                                                                                aperti nel costato del Logos.

 

di Giuseppe Limone

 

 AGRODOLCE (NC)

L’Angelo venne dall’alto

e vide le città. Le miserie degli uomini

aggrovigliati in un gorgo

di risse sicarie e di indifferenze

blindate, ipocrisie in toga, le macerie di rifiuti

e di rifiutati, i venditori di guerre e di paci, i mercanti

di sensazioni, burattinai in fila per zero

col resto di uno, prestati

a vite-giocattolo, le bombe scintillanti in vetrina

e piccoli uomini proni. L’Angelo vide

e la compassione l’incantò.

Il cielo era lucente,

le anime nere di pece. Non c’èra tempo

da perdere. Svenò all’improvviso

le acque della Terra e attese.

Riguardò gli uomini e pensò. Cercò

nei loro corpi le vene dei rimpianti e dei rimorsi, per farli risalire

alle sorgenti dell’anima come salmoni.

Sincronizzò i bàttiti dei cuori

con le geometrie delle stelle. Scavò

un pozzo nei deserti dei vivi

per estrarne l’alba. Rivide la Samaritana. Con un bisturi

nel creato e la fantasia delle nevi

eterne dettò l’inizio nuovo: somministrò

nelle vene degli uomini un cauto e profondo dolore

sul filo d’un burrone

in pericolo e attese.

Congiunse le anime all’albero della vita

e slegò le intelligenze dal Destino.

Benedisse il fuoco di Prometeo

e le risorse del capire. Aprì

il corpo vivo della scienza e vi soffiò la vita

dell’innocenza, levandone il pulcino

dell’ora alta, matura per il Bene.

Spaccò la roccia col dito, aprendo il varco al filo d’erba, bucando

la Necessità con lo spillo del possibile.

                                      Guardò in alto Dio e contò

tutti i visi dei bimbi appena nati, a uno a uno, smunti di luce fino all’ultimo, malato

di carestie d’amore,

liberò le acque

e dalla materia grigia degli uomini

rinati all’alba sprigionò

la via lattea delle origini, il sole della scienza

nuova, i canti

spirituali dei redenti

in cammino, i visi originali, il colore comune, le vette

abissali delle anime, la carta rossa delle Dignità, il diritto

al firmamento dell’essere insieme

in città, il pane delle rose, il pesce

azzurro della speranza,

l’intelligenza e il perdono.

 

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Telese, 11 gennaio 2010

 

[1] Dedico questa mia lirica a Pasquale Dinapoli, amico nuovo scoperto in ospedale, mio piccolo e grande scrivano amalfitano, genio semplice delle giostre per bambini, instancabile vedetta sull’albero maestro della Fondazione Maugeri, pirata bianco dall’anima leggera.