L’ ANGELO SULLE CITTA’1


Posto qui due di un gruppo di tre testi che Giuseppe Limone mi ha regalato ieri, parte di un poemetto scritto in giorni di sofferenza. Sono poesie bellissime, straordinarie; la potenza delle immagini, dense di riferimenti  dai libri sapienziali (bibbia), non è mai puro esercizio estetico, ma serve perfettamente a veicolare il sentimento che le informa; anzi, scaturiscono da esso e trasmettono emozione.

 

Non c’è nulla di aulico nel  registro e il  tono “epico” – come nel caso di L’Angelo sulle Città –  è ben calibrato e serve un sentimento della vita che va al di là della retorica dell’appartenenza ideo-teologica, per rappresentare l’universale sentimento “umano” del dolore e della pietà, della paura e dello sgomento che, com’è noto, appartengono all’uomo dalla notte dei tempi, preesistenti alle cattedrali ideologiche del potere (ogni potere) e che hanno finito per oscurare la forza della Verità che, si sa, difficilmente riluce tra gli ori e i marmi dei Poteri e meno che mai nella tronfia retorica delle aggressività ideologiche. 

 

(Saldan)

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IN SALA INTENSIVA

 

 

di Giuseppe Limone

 

 

Tutti nella bocca del drago

sperando non se ne accorga la paura.

Infermieri e infermi,

medici e prostrati.

Il giorno è prigioniero della notte,

il silenzio del rumore

in questa sala macchine di persi.

Spettri di canti

sotto la coltre ipnotica dei bip.

Qualche viso di conforto spunta

vivo, come una spiga,

fiammula fatua fra le ombre e prega

in un soccorrere fatato.

Fuori la porta genitori oranti,

vittime d’amore.

Con noi due bimbi di tre mesi,

recisi vivi

in gocce di speranza,

abbarbicati alla pietà.

 

 

9.01.2010

 

 

L’ANGELO SULLE CITTA’[1]

 

                                                                                Il Timeo platonico è il primogenito dei Miti

                                                                                aperti nel costato del Logos.

 

di Giuseppe Limone

 

 AGRODOLCE (NC)

L’Angelo venne dall’alto

e vide le città. Le miserie degli uomini

aggrovigliati in un gorgo

di risse sicarie e di indifferenze

blindate, ipocrisie in toga, le macerie di rifiuti

e di rifiutati, i venditori di guerre e di paci, i mercanti

di sensazioni, burattinai in fila per zero

col resto di uno, prestati

a vite-giocattolo, le bombe scintillanti in vetrina

e piccoli uomini proni. L’Angelo vide

e la compassione l’incantò.

Il cielo era lucente,

le anime nere di pece. Non c’èra tempo

da perdere. Svenò all’improvviso

le acque della Terra e attese.

Riguardò gli uomini e pensò. Cercò

nei loro corpi le vene dei rimpianti e dei rimorsi, per farli risalire

alle sorgenti dell’anima come salmoni.

Sincronizzò i bàttiti dei cuori

con le geometrie delle stelle. Scavò

un pozzo nei deserti dei vivi

per estrarne l’alba. Rivide la Samaritana. Con un bisturi

nel creato e la fantasia delle nevi

eterne dettò l’inizio nuovo: somministrò

nelle vene degli uomini un cauto e profondo dolore

sul filo d’un burrone

in pericolo e attese.

Congiunse le anime all’albero della vita

e slegò le intelligenze dal Destino.

Benedisse il fuoco di Prometeo

e le risorse del capire. Aprì

il corpo vivo della scienza e vi soffiò la vita

dell’innocenza, levandone il pulcino

dell’ora alta, matura per il Bene.

Spaccò la roccia col dito, aprendo il varco al filo d’erba, bucando

la Necessità con lo spillo del possibile.

                                      Guardò in alto Dio e contò

tutti i visi dei bimbi appena nati, a uno a uno, smunti di luce fino all’ultimo, malato

di carestie d’amore,

liberò le acque

e dalla materia grigia degli uomini

rinati all’alba sprigionò

la via lattea delle origini, il sole della scienza

nuova, i canti

spirituali dei redenti

in cammino, i visi originali, il colore comune, le vette

abissali delle anime, la carta rossa delle Dignità, il diritto

al firmamento dell’essere insieme

in città, il pane delle rose, il pesce

azzurro della speranza,

l’intelligenza e il perdono.

 

baldung14

Telese, 11 gennaio 2010

 

[1] Dedico questa mia lirica a Pasquale Dinapoli, amico nuovo scoperto in ospedale, mio piccolo e grande scrivano amalfitano, genio semplice delle giostre per bambini, instancabile vedetta sull’albero maestro della Fondazione Maugeri, pirata bianco dall’anima leggera.

 


 

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