UNIVERSALI LINGUISTICI
 

I dialetti hanno  ritmo e  musicalità  universali, in ogni  accento  dei parlanti la cultura materiale, quale che sia la loro collocazione geografica. Quella universalità li accomuna, checchè ne pensino Bossi e i leghisti, ammesso che ne pensino o che ne abbiano mai pensato. Perciò ho fatto un esperimento di riversamento – più che di traduzione- nel mio dialetto del  bel testo di Fabio Franzin apparso su http:/www.lapoesiaelospirito.wordpress.com il 27 novembre.  

(Salvatore D’Angelo)
 

 
 
 
Incùo

di Fabio Franzin

MACCHININE

Incùo el mé fiòl pì pìcoeo
l’é ‘rivà daa só camaréta
co’ un pòche de machinete
rote in man, rodhèe e tòchi

de plastica che ghe caschéa
fra ‘e piastrèe del pavimento
– ‘a só voséta prima de lù, là,
drio ‘l coridòio – “papà, se

non riesci a trovare lavoro

in una fabbrica potresti fare
il meccanico che aggiusta le
macchine intanto incomincia

a giustare le ruote di queste

mie che sono rotte”. E ‘lora
méterme là co’ un cazhavidhe
cèo e ‘a pazhienza che no’ò
mai bbu, a provàr, ‘na rodhéa

cavàdha de qua e una ‘tacàdha
de ‘à, a tornàr a far córer chee
machinete. Chissà se ‘l destìn
varà ‘a stessa pazhienza, co’

mì, se ghe sarà un calcùn bon
de tornàrme invidhàr i sèsti
tee man, parché ‘e pòsse tornàr
a córer anca lore… pa’l pan.

Oggi il mio figlio più piccolo / è arrivato dalla sua cameretta / con un mucchietto di macchinine / rotte fra le mani, ruote e pezzi // di plastica che gli cadevano / sulle piastrelle del pavimento / – la sua vocina prima di lui, lì, / lungo il corridoio– “ papà, se / non riesci a trovare lavoro // in una fabbrica potresti fare / il meccanico che aggiusta le / macchine intanto incomincia / ad aggiustare le ruote di queste // mie che sono rotte”.E allora / mettermi lì con un cacciavite / da orologiaio e la pazienza che non ho / mai avuto, a cercare, una ruota // tolta di qua e una fissata / di là, a tornare a far correre quelle / macchinine. Chissà se il destino / avrà la stessa pazienza, con // me, se ci sarà qualcuno capace / di riavvitarmi i gesti / alle mani, affinché possano tornare / a correre, anch’esse… per il pane.

(Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense)
 
 
Ogg’

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Ogg’  ‘o figl’mì criatùro
 è ‘sciùto ‘rà stanzetta sòja
 cu quàtt machinuscèlle’nzìno,
 rutellùcce e piézz’cciùlle

 
 ‘e plastica ca le carévano
‘nterr’ò pavimènt’e piastrèlle
– e prìmm’ e ìsso, ‘a vuciarèlla
sója  llà, ‘ind’o curridojo-
papà,                                     

se non riesci a truvà lavoro     
                                 
in una fabbrica potresti fare                                  
o’ meccanico che aggiusta le
macchine intanto incomincia                           

a’ccuncià le ruote di queste

 
mie che sono rotte”.E ccù
‘na santa paciénza ca nù ttèngo
me mécc’llà, ‘o cacciavìte

‘e lilurgiàro ‘mmàno, na rutèllùccia
 
 
ccà  na vitarèlla llà, pe’ veré
si pòzz’ fa turnà’a correre ‘e
pazzièlle ‘e fìgliemo. Ma chisà si cu’mmé
o’ r’stìno tenarrà ‘a stessa paciénza,

 
 
si coccherùno sarrà capàce
‘e me ‘rà cord’ ancòr’e mmàne,
 pe veré si pure ‘lloro putarrànno
turnà ‘a se mòvere….ma p’o ppàne.

(Nel dialetto Napoletano – Casertano della Zona Atellana)

Naturalmente la traduzione in lingua nazionale è sostanzialmente quella a pié di testo dell’originale di Fabio Franzin.

Qualche nota di fonetica sulla pronuncia del dialetto atellano:

è = è aperta
é, e ‘e = é chiusa
o’ ó = o chiusa

o= o aperta

L’accento tonico è sempre sulle vocali accentate.
 

Dedicato a Giorgio Di Costanzo
E ai cinque anni del suo blog  

http://www.insonnoeinveglia.splinder.com
 
(Col permesso di Marina Cvetaeva)
 

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(Sii) felice di vivere in modo esemplare e semplice:
come il sole – come un pendolo – come un calendario.
Essere un eremita laico di statura slanciata,
saggio – come ogni creatura di Dio.
 
Di sapere che lo Spirito è il tuo compagno, la tua guida!
 
D’ entrare senza essere annunziato, come un raggio e uno sguardo.
 
Di vivere come scrivi –  in modo esemplare e conciso –
Come Dio ha ordinato e gli amici non ordinano.
 
 

 
POESIA AL FEMMINILE

 
SEGNI

di Mariasole Ariot

Mariasole Ariot

 
Ciò che dall’interno
preme -e sbuffa, e macina
è un corpo lasciato a maggese
un resto
dei resti, del resto del tempo.
Avevo gli anni delle scarpe
senza tacco,
il tubo digerente
a comando,
e la medicina pura dei controllori.

Lo svuotamento
della rabbia
ha una scimmia incastrata
nella finestra,
e la mia lingua è morta.

C’erano i colli,
i collari, le macchine da presa,
c’erano le volpi madri
con la pelle scorticata per il sonno
i dottori delle dieci di sera
il carrello del pane
e dei nervi tesi,
la ragazzina
del saliscendi
che perdeva un corpo ad ogni passo,
le cicche rubate dalle pozze
il sangue a litri
dei maiali appesi.
Il retro.

I resti dello svuotamento
con le Torri gemelle si prendevano
a sassate,
per la nostra entrata
ci chiedevano un silenzio,
non era bello marcire al sole.

Parlavamo di fuga
fumando i salici e le piccole
nostre
macerie,
le sbarre alle finestre
c’erano solo per non far cadere troppo.

Il corpo un contenitore
a posteriori,
uno schiavo
ricoperto di preghiere, la pioggia
calda, le vacche al macello.

La finta della generazione
morta,
le braccia di chi mostra la faccia
e la copre di cemento,
sono maestri dello scambio,
l’amore rovesciato
alla risposta logica.

Ed è l’uscita dalle parti
nella lapide del duemiladieci,
quando nel dentro e fuori dei letti
l’amante scompare nel fratello,
il mio stomaco reclama.

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Una nota di Giuseppe Zucco
 
Questa poesia, con un tempo suo, un rigore tutto suo, ricorda quanto disse Friedrich Nietzsche tempo fa, “c’è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore sapienza”.
già questo basterebbe, in un attimo molta parte della cultura occidentale che vorrebbe il corpo completamente distinto dall’essere è disattivata: non esiste pensiero senza corpo, e il corpo non è che la base imprescindibile di ogni pensiero.
ma c’è di più: qui il corpo vive, pulsa, fibrilla. il corpo sostiene e si muove contro. il corpo come destino ultimo della specie e come limite da trascendere. anche se l’aldilà a cui rinvia il corpo è il corpo stesso, questa carne del mondo così docile e così tiranna – “un corpo lasciato a maggese”, come ricorda mariasole, un corpo che rinascerà dal corpo stesso. è in questa vertigine la verità.

 
(Pubblicata su Nazione Indiana il 25 Novembre 2010 da FrancescaMatteoni)

POESIA AL FEMMINILE

 
CONFESSIONE

 
di
Rose Ausländer

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Neue Zeichen
 
brennen
am Firmament
 
doch
 
sie zu deuten
kommt kein Seher
 
und
 
meine Toten
schweigen tief
 
 
Nuovi segni
 
bruciano
sul firmamento
 
ma
 
non c’è veggente
per interpretarli
 
e
 
i miei morti
tacciono profondamente
 
 
 
Das Weißeste
 
Nicht Schnee
 
Weißer die Zeichen
die der Einsiedler
auf die Tafel der Einsamkeit
schreibt
 
Das Weißeste
Zeit
 
 
Il più bianco
 
Non la neve
 
Più bianchi i segni
che l’eremita
scrive sulla lavagna
della solitudine
 
Il più bianco
Tempo
 
 
 
Wer
 
Wer wird sich meiner erinnern
wenn ich gehe
 
Nicht die Spatzen
die ich füttere
nicht die Pappeln
vor meinem Fenster
der Nordpark nicht
mein grüner Nachbar
 
Meine Freunde werden
ein Stündchen traurig sein
und mich vergessen
 
Ich werde ruhen
im Leid der Erde
sie wir mich verwandeln
und vergessen
 
Chi
 
Chi si ricorderà di me
quando me ne andrò
 
Non i passeri
che io cibo
non i pioppi
davanti alla mia finestra
non il parco nord
mio verde vicino
 
I miei amici saranno
tristi per un’oretta
e mi dimenticheranno
 
Riposerò
nel corpo della terra
che mi trasformerà
e mi dimenticherà
 
 
Hoffnung II
 
Wer hofft
ist jung
 
Wer könnte atmen
ohne Hoffnung
daß auch in Zukunft
Rosen sich öffnen
 
ein Liebeswort
die Angst überlebt
 
 
Speranza II
 
Chi spera
è giovani
 
Chi potrebbe respirare
senza la speranza
che anche in futuro
le rose si apriranno
 
una parola d’amore
sopravivrà la paura
 
 
Gib mir
 
Gib mir
den Blick
auf das Bild
unsrer Zeit
 
Gib mir
Worte
es nachzubilden
 
Worte
stark
wie der Atem
der Erde
 
Dammi
 
Dammi
lo sguardo
sull’immagine
del nostro tempo
 
Dammi
le parole
per riprodurlo
 
Parole
forti
come il respiro
della terra
 
 
 
Mutterland
 
Mein Vaterland ist tot
sie haben es begraben
im Feuer
 
Ich lebe
in meinem Mutterland
Wort
 
 
Patria madre
 
La mia patria madre è morta
l’hanno seppellita
nel fuoco
 
Io vivo
nella mia patria madre
parola
 
 
 
Wo sich verbergen
 
Wo
wenn der Regen abspringt
von schmutzigen Ziegeln
 
wo
wenn der Damm reißt im
Gedächtnis und die
gestauten Wasser hervorbrechen
 
wo
sich verbergen
 
wenn sie dich anfallen
ungestüm
und sich verbünden mit
stürzenden Himmeln
 
Dove nascondersi
 
Dove
quando la pioggia
si stacca dalle tegole sporche
 
dove
quando la diga si rompe nella
memoria e le acque stivate irrompono
 
dove
nascondersi
 
quando ti assaltano
impetuosi
e s’uniscono con
i cieli cadenti
 
Denn
 
Denn ich hab dir
nichts versprochen
nur den Docht für die Lampe
und das Kännchen Öl
für gedämpftes Licht
auf dem Tisch
mit den Blutflecken
 
Den Teppich
kann ich nicht weben
mit diesen Fäden aus Draht
 
Sag nicht Gute Nacht
die Nacht ist nicht gut
die fremde vergessliche Nacht
 
Perché
 
Perché non ti ho
promesso nulla
soltanto lo stoppino per la lampada
e il bricco d’olio
per una luce bassa
sul tavolo
macchiato di sangue
 
Non posso tessere
il tappeto
con questi fili di ferro
 
Non dire Buona notte
la notte non è buona
la notte estranea smemorata
 
 
 
Bekenntnis
 
Ich bekenne mich
 
zur Erde und ihren
gefährlichen Geheimnissen
 
zu Regen Schnee
Baum und Berg
 
Zur mütterlichen mörderischen
Sonne zum Wasser und
seiner Flucht
 
zu Milch und Brot
 
zur Poesie
die das Märchen vom Menschen
spinnt
 
zum Menschen
 
bekenne ich mich
 
mit allen Worten
die mich erschaffen
 
 
Confessione
 
Abbraccio
 
la terra e i suoi
segreti pericolosi
 
pioggia neve
montagna albero
 
il sole materno assassino
l’acqua e
la sua fuga
 
latte e pane
 
la poesia
che ordisce la fiaba
dell’uomo
 
abbraccio
 
l’uomo
con tutte le parole
che mi creano
 
 
Traduzione di Stefanie Golisch
 
 
(Pubblicato da sgolisch su novembre 20, 2010 in http://lapoesiaelospirito.wordpress.com)
 

 
ADRIANA ZARRI

(26 aprile 1919 -18 novembre 2010)

adriana zarri

Teologa, scrittrice,
giornalista, eremita,
donna libera e indipendente.

Giorgio Di Costanzo
su http://insonnoeinveglia

e Saldan, qui, la ricordano,
con affetto e
gratitudine.

Lei stessa ha scritto
questa epigrafe:

NON MI VESTITE DI NERO

margherite

è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori gialli e rossi
e con ali di uccelli.
E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c’è una corona.
Forse
ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi
e sulla croce,
la tua resurrezione.
E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un’epigrafe d’erba.
E dirà
che ho vissuto,
che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri.

 
 
 
 
POESIA EPIGRAMMATICA
 
 
Da “L’IDDIO RIDENTE”
 
di
Luigi Di Ruscio
 
 
Luigi-Di-Ruscio (2)

 
97.
 
Basta con i dualismi
non esiste Iddio e le creature
ma iddio nelle creature
le creature in dio
 
 
100.
 
ogni pagina ogni sillaba va sfatta
davanti all’ignoto definitivo nessuna distrazione
i segnali tutti tranquillamente oltrepassati
niente fiati grossi in questi di nove metri quadri
lo schermo la tastatura la matita i libri ritagliati
la spray che perpetua i versi
dell’angoscia metropolitana
la farfalla con un’ ala incendiata
che tenta l’ultimo volo
 
 
101.
 
mi ritrovai miracolosamente illeso
perfino dalle mie più perfide immaginazioni
e mi misi a fischiettare nuove variazioni
del ventiquattresimo capriccio
come se niente fosse stato immaginato
come se niente fosse accaduto
 
 
 
 
102.
 
troppe le poesie iscritte e devo sostenerle tutte
questa identità è come la peste
si rimane contagiati per l’eternità
e vorrei almeno ritrovarmi in un altro sottoscritto
capace di sonni tranquilli
assestati e in una perfetta solitudine
e invece ti ritrovi nella disperazione di tutti
e non si salva neppure la gatta
 
 
190.
 
tutto a un tratto ti ritrovi
davanti a 24 25 dicembre del tutto impreparato
scosso dallo scampanellare delle campane
davanti ad  un  albero tutto infioccato di stelline dorate
da dove proviene tutto questo pulviscolo?
chi avrà voluto che io esistessi?
chi avrà insistito perché la mia esistenza
fosse creduta tanto necessaria?
perché proprio io
dovevo essere dentro un certo luigi di ruscio?
 
 
191.
 
il sottoscritto nonostante tutte le difficoltà
continuava ad esistere
tutto verrà mostrato sino alla fine
tutto rimarrà aperto per un tempo definito
siamo disposti ad accogliere tutte le domande
non aspettarti una risposta sensata
vedendo tutto con estrema chiarezza
avendo tutto dimenticato
dopo aver scoperto un universo
tutto dentro la bocca
 
LIddio65

 
Luigi Di Ruscio
L’ IDDIO RIDENTE
Poesie
 
Editrice ZONA  2010  pag. 125 € 14,00
www.editricezona.it  info@editricezona.it
  
 
 

l'autore
DiRuscio65LIddio65 Luigi Di Ruscio 
(Fermo, 1930)
Vive dal 1957 in Norvegia, dove ha lavorato per quarant’anni in una fabbrica metallurgica. È sposato con Mary Sandberg, da cui ha avuto quattro figli. 
Ha pubblicato: (poesia) Non possiamo abituarci a morire(prefazione di Franco Fortini – Schwarz, 1953), Le streghe s’arrotano le dentiere (prefazione di Salvatore Quasimodo – Marotta, 1966), Apprendistati(Bagaloni, 1978), Istruzioni per l’uso della repressione(presentazione di Giancarlo Majorino – Savelli, 1980),Epigramma (Valore d’uso, 1982),Enunciati (a cura di Eugenio De Signoribus – Stamperia dell’arancio, 1993), Firmum(peQuod, 1999), L’ultima raccolta(prefazione di Francesco Leonetti – Manni, 2002), Epigrafi (Grafiche Fioroni, 2003), 15 epigrafi con dedica (Battello Stampatore, 2007), Poesie Operaie (EDIESSE, 2007); (narrativa) Palmiro(presentazione di Antonio Porta – prima e seconda edizione Lavoro editoriale, 1986-1990, terza edizione Baldini & Castoldi, 1996), Le mitologie di Mary(postfazione di Mary B. Tolusso – Lietocolle, 2004), L’Allucinazione

 
POESIA NARRATIVA
 

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(foto dal blog  http://indicusetaurum.splinder.com)

di
Italo Testa

 
I.           UN LUOGO QUALUNQUE

 
o sulle poltrone in prima fila,
davanti a un sipario grigio
segui in allerta la scena vuota,
come una macchia nera in un quadro
lo spazio deserto ti incornicia:

è stato sulle scale, il gradino
lucidato dai passi anonimi,
l’ombra obliqua che taglia lo stipite:

oppure è quando senza preavviso
il chiavistello con uno scatto
scuote l’uomo che dietro la porta
a torso nudo liscia il lenzuolo,

quando la sedia accostata al muro
ha mosso un’ombra dentro la stanza
e i panni inerti sul ripiano
hanno mandato un lampo nel buio:

o è stato mentre risalivi
fino al nostro primo appartamento,
la mano appoggiata al corrimano,

appena il vento ha mosso le tende
contro le assi del pavimento
e hai visto le crepe nella brocca,
ti sei voltata contro il bianco
squarcio del lino sulla parete:

o è stata la mia sete a disfarti,
lo sguardo osceno che getto al mondo
sulle braccia sode di una donna
in vestaglia, di primo mattino,
con la brama del volto coperto,
del taglio aperto lungo le natiche,

e ogni volta che le spalle forti,
ossute, come un quadrante bianco
tornavano a imprigionarmi
nel tempo del corpo sconosciuto,
in un interno spoglio e taciuto:

o è stato in una casa a due piani
sopra la croce di Sant’Andrea,
mentre anch’io nella marea
del desiderio cadevo vinto,
ansimando per la prima volta
preso tra i rami del suo ailanto,

o quando da dentro chiudevamo
le tende, a telefono spento
per sentire sul binario il treno,
senza più un gesto o un pensiero vero,
se da allora il passaggio è precluso
e non posso tornare a ciò che ero:

ma forse anch’io un giorno ho pensato
presto le macchine partiranno,
la casa sarà per noi sbarrata
e io sotto un lampione astioso
sfoglierò altre pagine, altri libri,

le-valigie-di-una-volta

(foto dal blog http://inducusetaurum.splinder.com)

o camminerò lungo un parco
e nemmeno la notte potrà
nascondermi, se guarderai sotto
le tue finestre sulla panchina,

o se appoggiata a uno schienale,
nuda, alle undici di mattina
ti toccherai furtiva, e senza
più ben sapere chi siamo stati,
quando la lampada ci cadeva
a lato, e il letto si spostava
dal muro, e l’acqua non bastava:

così, se tutte le cose restano
su se stesse, come le colonne
contente di sopportare il peso,
di opporsi alla gravità che incombe
dalle architravi, dai porticati,

o i ciottoli sparsi sulle piazze,
i coppi scuri, incatramati
tra i lucernai aperti ai venti,
i fori da cui la luce piove,

e poi le griglie sui marciapiedi
impassibili a prender nota
della curvatura delle gambe,
del lino che corre tra le cosce,

come tutta stia nel suo contegno,
e accolga indifferente la luce
nella presa rapace dell’ombra
che cade sulle facciate calme,
sull’intonaco che irride i nostri
sforzi di camminare eretti,
restare fermi a un davanzale,

o i tentativi di imitare
la fissità del cielo, di statue
mute che si tengono i gomiti
nell’aria domenicale, oppure
sotto due fila di luci in fuga
posano gli occhi su una tazza
con i polsi, le labbra serrate,
le dita richiuse con fermezza:

anche così si annega l’ansia
nello specchio marmoreo di un tavolo,
anche quando la vita si piega
tra le imposte, sull’impiantito
verde, o dietro la ghigliottina
che separa il tempo dalla stanza:

nemmeno così sarà redento
questo agitarsi, questo andare
esposti a ogni buffo di vento,

o nella luce artificiale
di un neon credere che la notte
non sia notte, il verde non scintilli
immune da ogni nostro sguardo,
le merci esposte nel silenzio
di una vetrina siano lo sfondo
del nostro tranquillo sovrastare,
del dominio saldo della specie:

e quando nelle insegne luminose
che ritmano i grani dell’asfalto
hai visto il segno certo, il richiamo
ribattuto da ogni nostro passo,

o in una vetrina, controluce
hai scorto sul ripiano le pose,
le ossa spigolose del suo corpo
segnarti senza più un riparo,

come il giorno che stesa sul letto
ti sei girata, tranquilla, e hai visto
le grate che spartivano il vetro,
e alzandoti di scatto hai detto
che non sarebbe successo niente,
che tutto era ancora intatto
e mentre ti guardavo in silenzio
sei sparita nell’angolo cieco:

allora ho visto che nulla torna,
che la fragilità ci insidia
dall’interno, dentro le giunture,
s’insinua nelle vene, riveste
la piega opaca dei discorsi,

allora, chiamandoti in disparte
a fianco del letto avrei atteso,
la pelle a toccare il marmo freddo,
che tutto fosse tornato a posto,
il braccio nascosto tra le gambe,
la luce sulle mie cosce nude,
la mano a coprirti il pube:

*
Su Absoluteville
altre poesie

*
da: La divisione della gioia, Transeuropa, Massa, 2010

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(Postato su  NAZIONE INDIANA l’ 11.11.2010 da Francesca Matteoni)