“AVANZI DI BANDIERA”, ANNO 2010
 
 
MILANO NON ESISTE

 
di Giuseppe Limone

GEORGES RIBEMONT-DESSAIGNES, GRAND MUSICIEN 1920 DA FK

George Ribemonte-Dessaignes
"Grand Musicien" 1920
(dal profilo Facebook di Franz Krauspenhaar)

 
 
a  Dante Maffia
 
 
 
Salirono, Dante, dal Sud,
a metà del secolo breve, uomini scuri.
Portavano sudori e ricordi
come carte vetrate sul cuore.
                                  Salirono come tizzoni
su andirivieni di treni
per dar pane alla speranza
e radi varchi di luce alle dita
che coprivano il volto per la fame.
                                      Salivano
come bestiame in cerca di pascoli
che lasciano mari caldi e cieli feriti.
Ruzzolarono da sud a nord
nudi uomini in fila,
italiani emigrati in Italia,
lungo uno stivale troppo lungo che pur era comune.

                                Sapevano
che la fame non può attendere,
che la vita non ha rivincite,
che il caldo degli affetti brucia
e che le radici non si lasciano sui treni.
  Gli avevano detto
che anche al Nord le stelle tremano di notte
se qualcuno le guarda
e che la patria è una sola.

                             Scoprirono
che si può lavorare senza vivere,
che la nebbia ti può sedere dentro,
che si può essere attaccati a una macina
come muli bendati
e che si può imparare a star zitti
perché si è persa l’anima.

                            Trovarono
un odore marcio di strade
e cieli troppo stretti
in cui si accorciava il cuore.
Ma non persero la fede
nella lungimiranza dei semi
perché è un vizio irresistibile la speranza.

                             Disfecero
le proprie in altre vite
aprendo solchi a donne e a bambini e a tempi nuovi.
                                     Amarono

l’aquilone che nel vento va a sud
e non rinunciarono mai al filo che lo tiene
e seminarono daccapo l’idea d'una patria.

                                               E il miracolo fu,
come in un nuovo fiat della nazione.
Ma Milano non esiste, Maffìa, e nessun Nord può esistere
se una terra dimentica il sangue
di chi portò altra terra ai suoi raccolti
sciorinando i propri sogni in volute di fumo e smog.

                                                             Milano non esiste
se una terra
perde memoria e si fa segreteria d’un’officina.

                                                             Milano non esiste
se uno stivale si spezza
per aver scordato il corpo
che gli dava vita. Piccoli uomini
salirono in nome dei figli,
ridiscesero alla fine
in nome dei padri. Lasciavano
ricchezze, discendenti e memorie
nelle stive della nazione e la speranza
di aver dato una patria al perdono.

                                                       Qui in Calabria
il tuo anziano uomo senza nome
attende ancora
ogni giorno alla piccola stazione
che torni la sua Letizia coi figli, che torni col treno
che portò lui giovane al Nord
spogliandolo di lui. Quell'uomo, Dante,
è tutti noi, ha un buco nell'anima
e non sa di essere immortale.

                                                         Egli attende
i suoi semi lontani
in cui si trapiantò spezzato,
perché un uomo non ha patria
se i figli persero le viscere dei padri
e perché un popolo non ha più storia
se trancia la radice.

                                                   Qui il tuo uomo
attende, Maffìa, in Calabria
i volti che gli mancano per sempre
in un’attesa di treni senza treni.
Perché il dolore è come la patria: grida come un sol uomo.

                                                         Supplica
l’orizzonte, in attesa del vento, del suo varco
improvviso, perché sempre
è un avanzo di bandiera il cuore mentre resta
a occhi aperti
nell'inguaribile sogno dell’abbraccio
che sa dell’ultima volta e della prima
nell’incrociarsi di speranze fra i ritorni, come dita,
di chi,  nonostante il vivere, è puro.
 
 
 
 
Napoli, 20/11/2010
Giuseppe Limone
giuseppelimone@tin.it

CARTOLINE DAI MORTI
di Franco Arminio
 
 
 
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La  cifra stilistica del libro è quella della  massima sottrazione per la massima espressione, per una forma semplice, asciutta,frutto di un lungo, estenuato lavoro di lima; un libro di  folgoranti piani sequenza dove ciascun personaggio dichiara il proprio esistere nell’attimo in cui dissolve.

Nell’ora fatale ciascuno mostra la ferita della propria esistenza, in un tragico, grottesco oppure drammatico e anche comico e surreale susseguirsi di microstorie suggerite in una frase, una parola, con umori, situazioni e motivazioni che danno vita – è il caso di dire – ai 128 morti che formano questo antiromanzo in progress, scarnificato dalle strutture, ridotte a orpelli altrove.

L’ antiromanzo epigrammatico di una nuova Spoon River. Una Spoon River che non ha il desolato rimpianto del testo di Lee Masters,ma l’asciutta evidenza delle istantanee e un humor nero appena rattenuto, il segno d’uno scrittore che, rispetto a “Circo dell’Ipocondria”, ha fatto passi da gigante nel  progetto di dar vita artistica ai fantasmi della propria ipocondria.

Recensendolo per il Sole 24 Ore , Domenico Scarpa ha  detto  cose molto centrate su questo piccolo grande libro, soprattutto sull’invenzione o – se si vuole- sul rilancio di una forma lapidaria e di grande espressività; ancor più necessaria al tempo di internet e della comunicazione veloce.

Ma sta qui la differenza: la forma di scrittura è lapidaria ma non veloce, almeno nel senso che comunemente si dà alla parola, perché queste “microstorie” dal dopomorte incidono nell’immaginario di chi legge e vi ristanno, prendendo il loro tempo, in quanto si ha il sospetto che i morti che  narrano del modo in cui hanno lasciato la vita, in realtà stanno raccontando altro; rivelandosi sul bianco della pagina, dicono del “Paese dei Morti, che comincia poco oltre le nostre città. Così i casi della vita, gli innumerevoli destini, scorrono sotto i nostri occhi, con accenti che vanno, seppur nella brevità e concisione, dal tragico al comico, dal sarcastico al malinconico, dal patetico al depressivo” come ha notato Marco Belpoliti sull’Espresso, che acutamente definisce Franco Arminiopoeta del nostro sconcerto quotidiano, poeta in prosa del nostro affondamento progressivo.”

Infatti, la sequenza di questi 128 modi di morire, cartoline da un al di qua che ancora appartiene alle ombre che prendono forma nell’attimo in cui stanno per dissolvere, segnalano l’insignificanza e la preziosità della vita, che andrebbe tenuta in ben altra considerazione.

Come fa notare Livio Borriello  sul blog letterario Il Primo amore “L’evento della morte in sé non consiste in nulla, se non in uno dei milioni di insignificanti spostamenti elettrochimici di cui è fatta la vita, un flusso elettrico che si ingorga e scola fuori dal corpo, una crepa nel cuore che in sé non differisce dalle discontinuità della mucosa nel corso di una normale digestione, o da un taglietto sul dito, il millimetrico spostamento dallo spazio della coscienza alla voragine abissale che sta un’unghia sotto. Ed è questo il dramma per il vivo, perché se la morte è questo, qualcosa che fa parte della vita, dell’affaticarsi delle cose, un segmento infinitesimo del loro incessante turbinio, essa è indifferente e incurante. “Prima di me, erano morte ottanta miliardi di persone”– dice un’altra delle salme che scrivono. Dunque, c’è poco da farla lunga, anche il nostro finire sarà solo routine.”

Per quanto il tono sia leggero – e il libricino un  breviario di auto epitaffi che si leggono  col sorriso sulle labbra – le motivazioni e l’intento dell’autore sono tutt’ altro che frivoli.

Anche se scrive per esorcizzare la propria morte (“Pure io, sì pure io” si legge  nella cartolina di     chiusura    ) l’autore  “ci porta proprio al cospetto dell’enigma, a fissare con occhi sgomenti e con un po’ di fiatone, il buco nero, la materia cava, il niente che non è neanche quel niente. Ci porta su un punto che sporge fuori dal linguaggio, ad affacciarci sul nulla”, sottolinea ancora una volta Livio Borriello “non c’è neanche il niente, almeno così mi pare” dice infatti il morto di pagina 121.

E se i 128 personaggi che si susseguono ci parlano nella loro banale, tragica, comica o surreale evanescenza, inducendoci al sorriso e  a prenderci gioco del morire, l’autore in realtà ci sta segnalando che è l’ora di vivere appieno la nostra vita e quella degli altri, di ribellarci a un deserto  che ci sta lentamente soffocando nel cinismo e nell’indifferenza, fino a travolgere nel panico. Così sottolinea nella nota di congedo:

puoi (solo)scrivere intorno a questa cosa che forse regge tutto, intorno a questo niente che sorregge e corrode ogni cosa.”

Eh sì, a me pare che questo niente che sorregge e corrode ogni cosa non sia solo l’impalpabile panico  dello scrittore Arminio, ma è proprio questo nostro modo di vivere, di produrre, di stare al mondo, perché “i morti non ti pensano, non ti mandano nessuna cartolina” Son quindi cartoline d’un vivo per i vivi.

Affido allora la conclusione  a Domenico Scarpa, che chiosa:

” Vista dalla prospettiva della morte, la vita si chiarisce e si capisce. È una linea spezzata fatta di brevissimi momenti, che dicono tutto senza sparpagliarsi perché la voce che viene di là sa fonderli in un oggetto completo; così, la vita è un oggetto, e la morte ne è la voce.
Se questo libro  “è tenuto insieme soltanto dal suo ritmo e da quel morso alle redini che è il farsi improvviso dei testi, tuttavia“ è un libro che parla essendo muto, è uno schedario di storie senza appiglio: l’ansia che emana  deve fare a meno dell’io, così come la storia che narra deve rinunciare allo scorrere del tempo, ed è così che la scrittura vive – dalla morte – la sua vita perfetta, sciogliendosi dai vincoli della persona e della durata.
Cartoline dai morti è un libro che impone alla letteratura una nuova «forma semplice»: nel 1930, alle forme semplici dedicava uno studio memorabile André Jolles, che ne contò dodici. Oggi Arminio viene a prendere posto come tredicesimo a questa tavolata illustre senza dover temere nessuna disgrazia.”

E direi che  Arminio ci sta proprio seduto bene, a quella tavola.

cartoline dai morti locandina

 
Salvatore D’Angelo, 15 Dicembre 2010
 
 
 
 

CARTOLINE A SUCCIVO
MERCOLEDI’ 15 DICEMBRE ORE 17.00

 
In occasione della presentazione di CARTOLINE DAI MORTI nell’Auditorium del Casale di Teverolaccio in Succivo, metto qui questa INTERVISTA A UN MORTO DI NOME ARMINIO , che forma il Capitolo 1 di CIRCO DELL’IPOCONDRIA, libro chiave per comprendere le radici della sua letteratura. Libro chiave perché ne spiega e ne contiene tutti gli altri, anche quelli a venire. La prova di quanto affermo è data proprio dalle CARTOLINE DAI MORTI, l’ultimo nato. Leggete l’intervista, centellinatela con calma e troverete umori, situazioni e motivazioni che danno vita –è il caso di dire –  ai 128 morti che formano questo antiromanzo in progress. Non aggiungo altro, se non che mai ipocondria fu così felice, così creativa.
 
 

 
 
Intervista a un morto di nome Arminio

 
 cartoline dai morti locandina
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
Corpo di Arminio, ore 16.00.
L’incubo leggero e costante di essere nel corpo
e non poterne uscire se non con il morire,
l’incubo che s’ingrossa e divampa all’improvviso.
Chi non sente questo incubo
io non lo voglio, io non lo posso capire.
 
                               *
 
Corpo di Arminio, ore 21.15.
In certi momenti non c’è domani.
Il cuore appeso a un palo
a un soffio dalla fame di mille cani.
 
 Circo dell

 

 
Cominciamo dalla metà: cosa facevate a quarant’anni?
Si litigava, si litigava sempre e si litigava per niente.
 
Sì, ma com’era la vita?
La vita non sapeva di niente, a volte si parlava della vita che c’era prima e sempre si diceva che era più bella. Si dicevano tante cose, ma non restava niente. Solo litigi, solo questo mi ricordo.
 
Ma lei perché scriveva?
Ero in prigione, pensavo di salvarmi scrivendo.
 
Salvarsi da che, pensava di non morire, di sfuggire a queste ceneri?
No, pensavo di salvare la giornata, di darle un senso, un’intensità.
 
Mi faccia capire meglio questa storia dei litigi.
Si litigava con tutti, coi nemici, ma specialmente con gli amici.
 
Perché specialmente con gli amici?
Forse perché allora le amicizie nascevano tra mille equivoci. Anzi si può dire che tutta la vita sociale era basata sull’equivoco.
 
Equivoco rispetto a che?
Ogni cosa per funzionare deve subire un’alterazione. L’equivoco forse stava nel fatto che gli uomini fingevano di sopportare l’insopportabile.
 
Ma cosa c’era di così insopportabile?
Tutto era insopportabile. Io per esempio ero giunto a quarant’anni ma avevo ancora molti atteggiamenti infantili e persino molte delle parti del mio corpo erano infantili. Volevo tenere un seno in bocca dalla mattina alla sera e in fondo non facevo che chiedere questo.
 
Non la seguo, torniamo ai litigi.
I litigi nel mio caso nascevano da questo. Io chiedevo il seno e non me lo davano. Mi sentivo male, mi sentivo deluso, ma non sapevo vivere senza sentirmi male, senza sentirmi deluso.
 
Quanto è durata questa cosa?
Fino alla fine, o forse fino a qualche giorno prima. Mi sono svegliato una mattina e ho sentito che non avevo paura di morire, proprio niente, nessuna paura, neppure un filo.
 
Cosa ha fatto?
Mi sono sentito bene, ma sentivo anche che sarebbe durato poco, pochissimo. Sono morto due giorni dopo.
 
Ma per lei cos’era la paura di morire?
Era tutta la vita, la faccia infuocata, i neuroni che scoppiavano, il cuore che mi abbaiava contro.
 
Come faceva ad andare avanti?
Scrivevo e mi dicevo che non dovevo più scrivere, chiedevo aiuto e mi dicevo che non dovevo più chiedere aiuto. Insomma, recriminavo. Non ho fatto altro che recriminare.
 
E gli altri che facevano?
Lo chieda a loro. Io pensavo di saperlo, ma ora non lo so. Gli altri mi deludevano, questo è sicuro. Io davo sempre la sensazione di sentirmi superiore agli altri. In realtà io sopravvalutavo tutti. Tutti ai miei occhi sembravano più di quel che erano.
 
Era anche particolarmente permaloso.
Sì, ma me ne sono accorto tardi, intorno ai quaranta. Diciamo che intorno ai quaranta mi sono accorto di molte cose.
 
Forse il suo errore era proprio volersi accorgere di tutto.
Io avevo l’ansia e l’ansia si comporta esattamente come un tumore, prolifera, agguanta i punti più disparati della nostra vita e non li lascia più e se li lascia sei finito.
 
Non voglio farla parlare dell’ansia, so che un po’ ci gode, e nel suo stato non mi sembra decente. Mi parli delle donne.
Ne ho trovata una, ne ho inseguite tante.
 
Le inseguiva, perché?
Noi nasciamo congedandoci da una donna, forse è un congedo definitivo.
 
Perché le donne non la inseguivano?
È vero, anche quelle a cui piacevo non mi hanno mai inseguito. Forse era tutto legato alla mia impazienza. Io andavo verso di loro prima che loro venissero verso di me.
 
Però non mi ha detto cosa pensa delle donne.
Io le cercavo per capire se mi interessavano veramente. Per me le donne, come la letteratura, erano un possibile strumento di conoscenza. In un certo senso mi sentivo al di fuori delle tradizionali traiettorie del desiderio. Comunque le donne mi deludevano più o meno come gli uomini. Se ci penso, ancora adesso mi viene da piangere. Giornate intere a pensare, a parlare, poi alla fine restavo sempre fuori, fuori dalla vita, incapace di entrarvi anche per un solo attimo. Le donne in genere si muovevano su una logica rigida, ti voglio o non ti voglio. Per me era sempre tutto un esperimento. Ogni attimo è un esperimento, il fatto stesso di arrivare all’attimo successivo è una semplice probabilità. Volevo stare tra esseri che sentivano queste cose, invece mi trovavo roba vecchia, sentimenti logori e un po’ facili.
 
Cambiamo argomento: che rapporto aveva coi suoi figli?
Temevo per me, temevo per loro, io non ho fatto altro che temere.
 
Sì, ma li seguiva, stava loro vicino, o pensava solo ai fatti suoi?
A una domanda così non so rispondere. Sicuramente non godendomi niente non mi godevo neppure i figli. L’importante, comunque, è non incombere su di essi. Io li guardavo, li guardavo mentre guardavano la televisione.
 
Lei non la guardava?
Più o meno come gli altri fino ai quaranta. Poi al massimo l’ho un po’ spiata. La stessa cosa accadeva a volte anche coi libri.
 
E i giornali?
I giornali sono una cosa fatta in fretta e negli ultimi tempi mi erano graditi solo quando pubblicavano qualcosa di mio dandogli un certo risalto.
 
Parliamo del suo rapporto con le persone.
Ero stupito dal fatto che le persone si facessero cercare da me più che cercarmi. Non capivo come facessero a non capire che io ero una creatura importante. Questo sempre intorno ai quaranta. Da un certo punto in poi le persone non le ho viste più come un’occasione per arrivare altrove. Mi sono rassegnato ad arrivarci da solo in quell’altrove. In fondo noi vogliamo implicare qualcuno nella nostra morte. Invece dobbiamo semplicemente convincerci che dobbiamo arrivarci da soli.
 
Ma perché le persone non la capivano?
Perché stavano al buio o dentro false luci.
 
E a lei cosa faceva luce?
M’illuminava il batticuore.
 
Vedo che non ha perso il vizio della poesia.
La poesia, ho scritto una volta, favorisce la crescita, non la salute. Uno non sa che dire e butta giù una frase come si butta una rete. Noi facciamo i pescatori e invece siamo, fin dal primo istante, pesce già pescato.
 
Non abbiamo parlato delle guerre.
Le guerre del mio tempo, come gli amori, cominciavano assai prima di iniziare e finivano assai dopo la loro fine. Comunque erano guerre strane, senza un vero odio. In realtà erano guerre contro la noia.
 
Non capisco.
Si faceva un gran parlare, sembrava sempre che il mondo fosse sul punto di spaccarsi e invece era solo in atto una lunga, inarrestabile corrosione di tutto e di tutti.
 
Ricchi e poveri?
Intorno ai quaranta la mia nazione era governata da un uomo molto ricco, un fachiro gassoso che si avvaleva della trasformazione della società in un enorme studio televisivo. Adesso nessuno ne parla, ma allora era sulla bocca di tutti.
 
E quelli che si opponevano al riccone com’erano?
Lo sapevo che mi avrebbe fatto questa domanda. Credo sia veramente indecente per un morto nominare certa gente. Sembravano fieramente contrapposti, ma in realtà volevano le stesse cose. Da un certo punto in poi, nella mia nazione e nel mondo era chiaro che tutti volevano le stesse cose. Solo che per tenersi in piedi la politica ha bisogno di persone che danno e si danno l’illusione di scontrarsi, di avere opinioni diverse. A me con la depressione la politica andò via dalla testa, insieme alle donne e ai giornali. Mi svanirono dai neuroni anche i calunniosi del mio paese. Non uscivo più in piazza. Facevo di tutto per non farmi vedere in quei pochi giorni all’anno in cui c’era qualcuno in giro.
 
E cosa faceva?
Andavo in bicicletta, ma sempre più lentamente. Ogni tanto pensavo a Dio, alla morte, alla poesia, ma senza quel furore dei miei anni giovanili.
 
Cosa significa intendersi di se stesso?
Posso dire cosa significava per gli altri. Gli altri traducono la consapevolezza che uno ha di sé come vanità, egoismo, narcisismo. Io invece ero semplicemente uno che spiava se stesso, il proprio corpo, la propria vita. Una volta sono arrivato a vedere il mio io come si vede un ginocchio, un braccio.
 
E che impressione le ha fatto?
Niente, in fondo a noi stessi non c’è niente. Mi ha fatto la stessa impressione di quando si vede un ginocchio, un braccio. Te l’ho già detto, la vita allora non sapeva di niente. Le guerre, gli amori, i funerali, la resa e la lotta, tutto un po’ si somigliava e tutto somigliava un po’ al niente.
 
Quindi la vita era un po’ come la morte?
Dopo la morte non c’è il nulla né la vita eterna. Queste sono idee che ci siamo inventati per allontanarci dallo spettacolo della decomposizione, per farci l’idea che noi scompariamo o andiamo da un’altra parte e che i vermi e poi la cenere non ci riguardino. E invece la faccenda continua, anche in un solo atomo, magari in quell’elettrone che fa il giro sbagliato.
 
Torniamo ad argomenti più umani. Una volta si è definito paesologo.
In quanto poeta ero uno dei cinque milioni di poeti esistenti nella mia sciagurata nazione. Definendomi paesologo li ho lasciati tutti, me ne sono andato da un’altra parte e la poesia mi ha seguito, ha capito che non volevo lasciare lei, ma le mosche che ne assillavano lo sguardo, come mosche intorno agli occhi dei cavalli. Comunque la paesologia non è una trovata. I paesi se ne stavano andando e noi siamo pronti ad abitare le cose solo quando ci lasciano o quando le lasciamo. La cosa strana è che quando diventai paesologo il paese sparì dalle mie costole, dove era sempre stato attaccato.
 
E allora perché è rimasto sempre nel suo paese?
Perché non ho creduto abbastanza in quello che c’era altrove e non ho avuto la forza di muovermi. Forse mi sono anche illuso pensando che fosse vera una frase che lessi una volta. Diceva che l’opera d’arte è sempre il frutto di un avventuriero che rimane a casa.
 
Che rapporto aveva coi suoi genitori?
Il padre era l’impazienza, la madre era l’ansia. Avevo con loro lo stesso rapporto che avevo con quelle parti di me che non mi piacevano. Entrambi mancavano dell’organo per godersi la vita e di quell’organo mancavo anch’io.
 
Ma come, esiste un organo per godersi la vita?
Non pensi a una cosa come il pancreas, i polmoni. Ma quell’organo a volte può mancare, come manca un cromosoma.
 
Però ha l’organo per godersi la morte!
Diciamo che non mi lamento. Per esempio da vivo a un certo punto ho capito che i miei problemi nascevano in gran parte dal parlare, parlavo troppo, sempre più del necessario, parlavo a chi non aveva bisogno delle mie parole.
 
Si può dire che parlava tanto che ora non riesce a smettere?
Lo ha detto. Questo è l’inferno, non riuscire a smettere, stare in una prigione che non finisce mai di restringersi. La mia vita a un certo punto ha perso aria, non entrava più aria da nessuna parte, neppure un filo, somigliavo a mio padre quando gli venne il tumore al polmone. Più mi agitavo per cercare l’aria e più mi mancava.
 
Questo accadeva perché stava in un mondo senz’aria o perché ne consumava troppa o perché gli altri gliela rubavano?
Credo tutte e tre le cose insieme.
 
Com’era la vita senz’aria?
Scura, cianotica, insicura, ogni secondo disperava di raggiungere il successivo, niente di fluido, pacifico, armonico.
 
Però era una vita che la faceva scrivere!
Scrivere era una maniglia, stavo sempre con le mani sulla maniglia, ma dietro non c’era la porta, la casa.
 
E dove stava allora?
Non l’ho mai capito dove stavo, nonostante ci pensassi continuamente. Forse ero fatto per vivere da morto, capita a qualcuno ogni tanto una cosa del genere.
 
Ne è sicuro?
No, ma è una cosa possibile.
 
E cosa le sembra impossibile adesso?
La verità l’ho vista subito, ma ci ho messo una vita per crederci: siamo tutti impegnati in un compito impossibile.

F A  Vento forte tra  L. e C. LaterzaViaggio nel cratere
 

DIAPOSITIVE 
 
 
 
NULLA DA DIRE, DOTTORE
 
 
di Natàlia Castaldi  

 francesca_woodman_visore

 
Francesca Woodman – visore
 
 
Nulla da dire, dottore.
Niente da dichiarare.
Mi ha uccisa un giorno di novembre, come converrà dalle sue carte.
 
No, non ho nulla da aggiungere, dottore,
le parole le ho lasciate ai fogli.
 
Basta saper interpretare il freddo della lana sulla pelle,
quando i capelli si raccolgono a ciocche sul pavimento.
 
Basta saper leggere, dottore, quello che non fu scritto,
come che pioveva.

 
Lo so, è banale, a novembre piove sempre
e questo non scagionerà le mie colpe,
ma pioveva che il silenzio era angosciante
come una musica che s’inceppa nella puntina,
un vinile in fruscio

come il vento tra le foglie.
 
Poi non ricordo, dottore, ho smesso di sentire.
.
[28/11/2010]  

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http://nataliacastaldi.wordpress.com/