POESIA CIVILE
 
 
LE CENERI DI PASOLINI
 
di Giuseppe Limone
 
 
 

PPP ANNIVERSARIO

 
 
La verità è nella contraddizione
(Theodor Adorno).  E, per questo,
qualche volta  nella crocefissione.
        
Dove il nostro cuore brucia
per chi ci manca, lì
sono le ceneri della patria.
 
 
Qui dove la serpe
incrocia il bruco e può sentirlo fratello, dove
la vespa può incontrare il grillo
e saperlo nemico, dove
una babele di creature invisibili ingiallisce
 i silenzi e ne fa strame di macerie
afasiche, arrese, come ceneri di voci, qui
è l’idroscalo di Ostia, sterpeto di relitti,
terra di desolati. Qui tu sei morto, a Ostia,
nomen omen, come vittima sul mare come
nelle viscere dei miti
raccontati da te e come nelle scene
incandescenti dei tuoi ragazzi di vita.

                                                    Qui
nel buio di qualche notte qualcuno
ti fece sua vittima e di tutti, Pier Paolo, poeta nostro, a cui
altri lasciò in memoria
questo monumento come mozzo avanzo
senza volto di te
fra due cuori di colombe e la luna. Sei passato
nelle nostre vite aprendovi
solchi di verità come ferite, lampi al magnesio, fossati
di piste ardue
che inventa nella campagna il carrettiere
nella pancia del fango, a fatica di mulo. 

                                                    E a te
questo mare per sempre ancora oggi
porta in soccorso l’ultimo respiro
a salvarti, mentre
ancora schiaccia con l’auto
il tuo corpo vivo l’assassino
prezzolato da ombre, per
farti scoppiare con le gomme il cuore.
                                                  
                                                   Così

la tua vita fu sgozzata
il giorno dei morti, perché tu
fossi morto tre volte: nel corpo, nel nome
e nella verità. 

                                                 E tu,
eroe senza fede, oggi ancora in questa nostra
vituperata ora della patria, tu,
friulano e fratello
di morti in foibe,
mostri le tue involontarie stimmate a noi, a un’idea,
alle ceneri di Gramsci.

                                              Guardi
nel tuo vestito di borghese
la vetrina del mondo per spiegarci
che tutto il mondo è vetrina
e noi suoi prodotti a chi compra. Anche la donzelletta
può diventare vetrina
col consenso dei tempi e di lei stessa, in uno scambio
fra la carriera e la carne, perché i consumatori non sanno
che saranno uno per uno consumati.

                                                     Così
un’ape planetaria si fa miracolosa
mungitura di vite: chi non lavora gioca
a far lavorare o ad affamare chi non gioca,
per estrarre dal sangue
dei desideri di tutti il suo PIL
aureo, cosmopolita e privato come una miniera
che cresce o frana a spese altrui, di chi desiderò,
e trasforma così
le libertà dei desideri in desideri senza libertà.

                                                    Ora sul mare
tu, nomade e solo,
non insegni ma preghi
a un cielo assente
da cui fuggì ogni dio. E noi adesso
bussiamo a queste mille porte vuote, sperando
ci sia qualcosa
oltre la parete del tuo cuore. E hai veduto
tutto, prima di altri, con l’istinto
d’una intelligenza animale e purosangue
che scoppia a lampi, a sobbalzi, sulfurea
e squarcia mondi rompendo le righe, con l’onestà
d’un mulo apòcrifo
che si fa carico di sé, offre
la schiena ai colpi, e ha
per istinto l’intelligenza e per soma la libertà.

                                                    E hai veduto
tutto, a tue spese,
con sincerità temeraria:
le antropofagie dei consumi, il desiderio delle merci
che spopola culture e le ripopola
di manichini omologati, le borie dei dotti, la tirannia bianca
sulle menti del mezzo
telecratico che millanta uguaglianza,
le umiliazioni dei diseredati, i delitti silenti
sui non nati e la pietà per chi soffre, il genocidio
delle infanzie contadine,
i silenzi atroci del Palazzo, il gingillío di chi gioca
in stracci di jeans griffati al
geo-salotto a risiko della rivoluzione,
le vetrine carnivore dei sogni
comprati
per farsi stuprare a scadenze, il fiore bruno
delle mille e una notte, la mitezza un po’ folle
dello scarno profeta
in bianco e nero, crocefisso
perché accusato d’esser grande come un dio. 

                                                           Hai veduto
anche il tuo futuro di morte e i tuoi assassini.

                                                      Oggi le nostre
storie le compra e le rivende il rigattiere
per collezionarci e spremerci fra lacrime
destinate alle mostre. E tu guardi.

                                                      Ci manca
il tuo dolore fraterno, la tua perdizione per la madre, la corsara
tua iconoclastía del fittizio, il formicaio delle tue vite
nomadi, accese, la tua
religiosità scalena,
l’impudicizia del tuo candore, il tuo affetto
per chi non rivendica ed è povero ma in piedi, il tuo amore
per chi ha solo la terza elementare, lo scandalo
della tua provocazione a pensare, la tua ladra voglia
innocente di sottrarre al progresso
il sangue contadino.

                                                       Ci manca
il tuo volto, scavato
nella vita come i prigioni di Michelangelo.

                                                       Ci manca
la tua ansia di bambino,  il tuo
desiderio eretico degli ultimi, il tuo
straordinario sogno di una cosa, nel filo
del tuo strazio senza nome
la tua innocenza maledetta.

Non c’è grande poesia senza dolore e tu
sei la nostra poesia, come il mare nostro, come
una speranza
còlta a tradimento
su un precipizio, al suo ultimo atto. In questo luogo
il ricordo dello strazio ha il tuo volto, e ognuno
ti porta il suo nome come fiore. Perché la patria
nasce da chi fu escluso dalla storia e, senza aver più la gioia,
la dà.

Nella fantasmagoria del tramonto due coppie di giovani
in visita sul mare guardano
il tuo sasso, mentre fra lucciole si strema
questa campagna amara che disabita
ogni memoria, ora che a noi restò
superstite l’onore di dar voce
agl’invisibili, non vinti,
perché mai vince chi si disonora
calpestando il prostrato.

                                                    Qui
nella tornante sera Davoli e Citti
col Riccetto ti aspettano, mentre
nel relittario di Sodoma qualcuno attende
che contro la morte vinca Sherazade, non solo
nella fiaba ma nel mondo. In questo tempo
smorto, consegnato ai contabili e idrofobo a ogni terra
di cui sa solo il contadino e mentre tutti
segano il ramo su cui sono seduti, questo tuo
sepolto silenzio ci convoca sul mare
disseminati, nudi e soli
e irrimediabili a ricordo di te,
di te che disonorato ci dai onore.

Qui ora sulla spiaggia fioca,
mentre davanti a noi s’incendia il mare
arabo in nome
di antichissime patrie,
si fa ceneri il papavero che nacque
dal fango del tuo nome devastato
in un improvviso buio della nazione
che ci fece consorti: e
sorgi a noi come zombi, tu
senza fratello né madre, tu
senza padri né figli, tu
inghiottito dai tuoi occhi e dalle rughe
                                                  
                                                    tu

rivoluzionario senz’armi, intellettuale senza partito,
dotto senza dottrina, mitopoieta senza miti,
omosessuale senza redenzione,
radicale che non trova le radici, dalla tua
scavata solitudine ci accogli, tu
senza fede ci dai fede e, senza speranza,
speranza: a mani vuote ci colmi, tu crudo
 bruco senz’ali ci dai volo

                        ed è per questo
che la tua storia è la nostra
e non potrà mai essere finita.

PASOLINI

Giuseppe Limone
5 marzo 2011
giuseppelimone@tin.it
 

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