CANTI DA RING


 

 

 

 

 

 

 

 

di
effeffe

 



Perché Il giornalista chiede se

I poeti scrivono solo
quando sono tristi

L’avevamo appreso nei manuali o forse solo
Sentito dire
Che i poeti le parole e il canto
Come un atto di dolore –immagino-
Soffrendo s’aprono un varco
Masticano il cuore della musa

L’avevamo capito cosi’ e cosi’ era allora
Il dolore del piccolo Giacomo
Appoggiato a visione rupestre
Di una piccola città di provincia
Che se non vi fosse nato il poeta
ai più resterebbe sconosciuta

O l’impazienza di Catullo i fuochi dentro
-era al suo fianco al punto di redigere?-
e voglio dire la cera e quanto altro
a portata di mano con la pena
o già le braccia al collo di Lesbia
teneva?

L’avevamo immaginato che la sparizione
Del gigante poco dopo il discorso
-di Lenin-
e prima dell’orazione funebre il rimpianto
-ma io conto i giorni di rosso autorizzato-
ed era d’amore la polvere da sparo
nell’impetuoso gesto Majakovski.

Non so se la mia tristezza sia solo un capriccio
Dell’anima
Turbata da molti e molti bicchieri
Dai pensieri dai conti
Di andare restare rifare di vita un unico sistema
Coerente e mettere i soldi da parte
O farsi parte discreta assente

L’avevamo appreso dai manuali
Che l’amore puro dei poeti solo del corpo
Fa astrazione
Distratta Laura e Beatrice mai esistita
Ma Paolo e Francesca, Iseulte?

L’avevamo ripetuto nei manuali
– leggendo a voce alta le braccia conserte-
i poeti non hanno due tempi
uno per vivere e l’altro per incominciare
e la tristezza non ha niente del volo
del tuffo della vertigine ma solo
vuoto

E quel vuoto ti ragiona si assottiglia
E vuole farsi oblio anche quando
La memoria nel dormiveglia mormora
Ricorda tracce dell’esperienza souvenir
– i piedi freddi di lei incollati ai polpacci-
raccogli i cocci e quel dolore è tuo

ecco perché sussurrato da un telefonino
uno spirito tutto moderno da poesms
un imbuto
ma è forse il vino la bottiglia felice versata
tra commensali in gara il fondo
che lascia intravedere lo sguardo
dall’inclinazione

Sale il bisbiglio e sa di pane e sassi
E sono le poche note conosciute
Da lungomare da canzone d’amore
Arrugginite dall’aria salmastra
Dalla contingenza di venti anni di sinistra
Senza coraggio senza di te

Avevamo la certezza che i poeti
Alle notti bruciano di cortesia
Compromettono parole cambiando l’ordine
Il sillabario il neologismo e aggiungono
Nuovo al vecchio anche se è antico
Il nuovo ed il dolore la pena
-guai ad ammalarsi per un raffreddore-

Che i poeti sono gelosi e molto
Ma solo degli altri poeti
Come se una parola data non facesse
Testo – e men che meno libri di testo-
E si piange la mancata assegnazione
Del premio letterario di un generoso Nobel
Il posto in prima fila come spettatore
Del sé
– e dello stesso-

L’avevamo imparato a memoria
E riaffiora come una preghiera
A metà il poema
– in genere la mente non va oltre
la prima quartina-
poi diventa un gemito un rumore di fondo
-in genere la morte non va oltre, la vita-

ma piace pensare alla stazza della nave
il bastimento carico alla fortezza volante
leggera resistere all’aria all’acqua
sfilare via lasciare scia di pochi e preziosi attimi
– l’escoriazione sul mento ed al ginocchio-
superficie profonda un arco teso tra la terra e cielo
un punto
di cedimento.

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